Knickerbocker Hotel: dove Hollywood ha lasciato le sue storie
lunedì, marzo 16, 2026Negli ultimi anni mi sono imbattuta più volte nel nome del Knickerbocker. La prima mentre scrivevo l’articolo su Frances Farmer. La seconda cercando informazioni sulla costumista Irene. La terza leggendo del divorzio tra Marilyn Monroe e Joe DiMaggio. A un certo punto quel nome ha cominciato a tornare troppo spesso perché fosse solo una coincidenza, e mi sono detta: vuoi vedere che questo luogo nasconde una storia che vale davvero la pena raccontare?
Non immaginavo, però, fino a che punto. Più scavavo e più continuavo a trovare cose interessanti accadute proprio qui: la storia complicata della sua costruzione, le feste, gli incontri segreti, i soggiorni di attori e registi, e anche le vite che tra queste mura hanno conosciuto il loro ultimo capitolo. A poco a poco mi sono resa conto che il Knickerbocker non era soltanto un vecchio hotel di Hollywood, ma un piccolo concentrato della città stessa, delle sue ambizioni, dei suoi miti, delle sue ombre.
Quando Hollywood Boulevard era terra di agrifogli e pecore
All’inizio del Novecento Hollywood non ha ancora nulla della città che oggi associamo al cinema. È una piccola comunità ai margini di Los Angeles, fatta di frutteti, ville e strade polverose. Perfino il nome conserva ancora qualcosa di vegetale: “Hollywood” richiama il holly, l’agrifoglio, anche se nella California del Sud il riferimento più plausibile è al toyon, una pianta locale dalle bacche rosse che veniva spesso chiamata proprio California holly.
Nel 1905 il primo sindaco firma addirittura un’ordinanza che proibisce di condurre greggi di più di ottocento pecore lungo Hollywood Boulevard. È un dettaglio che oggi fa sorridere, ma rende bene l’idea di quanto il quartiere fosse ancora vicino al mondo agricolo.
Nel giro di poco più di vent’anni, tutto cambia.
A partire dagli anni Dieci, l’industria cinematografica comincia a stabilirsi stabilmente nella zona. Il clima favorevole, la varietà dei paesaggi e la distanza dagli studi della costa orientale trasformano rapidamente Hollywood in un centro produttivo sempre più importante. Intorno agli studi nascono laboratori, uffici, agenzie di talenti, sale di montaggio. E con loro arrivano tecnici, sceneggiatori, attori, musicisti, giornalisti.
Hollywood Boulevard diventa così il nuovo asse della città.
Quella che fino a pochi anni prima era una strada tranquilla si riempie di teatri, ristoranti e banche. I cinema-palazzo cominciano a sorgere uno dopo l’altro, mentre gli architetti sperimentano nuovi linguaggi decorativi per dare alla città un volto moderno e spettacolare allo stesso tempo. Entro la metà degli anni Venti la strada assume un carattere sempre più cosmopolita: vetrine illuminate, insegne luminose, locali notturni frequentati da attori e produttori.
A cambiare è anche lo skyline. Le normative edilizie impongono ancora un limite severo all’altezza degli edifici, circa undici o dodici piani, ma per l’epoca questi palazzi sono già percepiti come piccoli grattacieli. Alcuni ospitano uffici, altri hotel o appartamenti destinati alla crescente popolazione di professionisti che gravitano attorno all’industria cinematografica.
Tra queste nuove costruzioni compaiono anche gli apartment buildings, una tipologia che risponde perfettamente alle esigenze di Hollywood. Molti lavoratori del cinema non si stabiliscono definitivamente in città: restano per la durata di una produzione, poi partono per un nuovo progetto. Gli edifici residenziali vicino al boulevard offrono quindi una soluzione intermedia tra hotel e casa privata.
Due architetti is meglio che one
È in questo contesto di espansione urbana che, nel 1925, su Ivar Avenue, a pochi passi da Hollywood Boulevard, viene costruito un nuovo palazzo di undici piani progettato dall’architetto John M. Cooper.
Non è la prima volta che mi succede. Cerco notizie su un architetto il cui nome è legato anche a diversi edifici importanti, e mi accorgo che oggi è quasi scomparso dalle cronache della città. I suoi palazzi sono ancora lì, nello skyline, mentre il suo nome si è lentamente perso.
Ecco, anche oggi questa triste tradizione purtroppo è continuata. Ma io sono qui per provare a porvi rimedio, raccontandovi prima chi, e poi l’idea, che sta dietro a questo, e ad altri, palazzi.
La cosa ancora più curiosa? Che in questa storia gli architetti sono addirittura due.
Uno è quello che i documenti ricordano: John M. Cooper, il professionista che alla fine degli anni Venti completa l’edificio e lo trasforma nel Knickerbocker Hotel.
L’altro, invece, è quasi scomparso dalle carte. Eppure è proprio lui ad aver concepito per primo il palazzo di Ivar Avenue, quando negli anni Venti doveva essere un elegante complesso residenziale chiamato Security Apartments.
Il suo nome è E. M. Frasier. Di lui si sa poco, ma qualcosa sono riuscita a trovare (ahimè nessuna foto però). Emory Melvon Frasier nasce nel 1878 a Santa Cruz, in California, e studia architettura alla Stanford University, dove si laurea nel 1896. Nei primi anni del Novecento è già sposato con Isabella e ha una figlia.
Nel 1910 il suo nome compare nei registri cittadini di San Francisco come disegnatore nello studio di Daniel Burnham, sì, proprio l’architetto del Flatiron Building, il celebre “ferro da stiro” di New York, quindi un apprendistato di grande valore.
Dopo quell’esperienza Frasier comincia a progettare soprattutto edifici legati al mondo dello spettacolo tra San Francisco e la California del nord. Tra i suoi lavori più importanti c’è lo Strand Theater, inaugurato nel 1917: una grande sala cinematografica da quasi duemila posti costruita proprio negli anni in cui il cinema sta diventando un’industria vera e propria.
Poi la traccia di Frasier si sposta più a sud, sempre in California. A Los Angeles.
Negli anni Venti un gruppo di investitori immobiliari sta progettando un nuovo edificio residenziale su Ivar Avenue, a pochi passi da Hollywood Boulevard. L’idea è costruire un grande complesso di appartamenti moderni per una città che cresce rapidamente.
Il progetto prende il nome di Security Apartments e viene affidato proprio a Frasier.
giornali dell’epoca parlano di un palazzo di undici piani destinato a ospitare 172 appartamenti: monolocali, unità doppie e appartamenti più grandi. Gli interni dovrebbero essere rifiniti con pavimenti in legno e finiture smaltate bianche, mentre all’esterno mattoni rossi e pietra chiara daranno all’edificio un aspetto elegante ma solido.
Anche lo stile segue il gusto architettonico che in quegli anni domina gran parte della California meridionale: una versione piuttosto sobria del Spanish Colonial Revival, con facciate regolari, decorazioni contenute e quell’aria mediterranea che Hollywood ama molto in quegli anni.
I lavori iniziano nel 1925, ma il cantiere non procede come previsto.
Le difficoltà sono soprattutto finanziarie. Nel 1925 lo Stato revoca il permesso per la vendita dei titoli con cui era stato finanziato il progetto, dopo aver riscontrato alcune irregolarità. I lavori si fermano, gli investitori cambiano e la vicenda finisce perfino in tribunale, con dispute tra chi ha finanziato la costruzione e le imprese che hanno materialmente lavorato al cantiere.
Per mesi il palazzo resta incompleto: i primi piani sono stati costruiti, ma il progetto non riesce ad andare avanti.
La situazione si sblocca solo alla fine del decennio, quando un nuovo gruppo di investitori — tra cui Frank R. Strong, Walter R. Wheat ed Elwood Riggs — acquista l’edificio ancora incompiuto nel 1928 e decide di rilanciare l’intero progetto, cambiando completamente direzione.
Il quartiere attorno a Hollywood Boulevard infatti in pochissimo tempo si è trasformato in un vero centro urbano, pieno di teatri, uffici di produzione e locali frequentati da attori, tecnici e produttori di passaggio. In una città così mobile, un semplice edificio di appartamenti non sembra più la soluzione ideale.
L’idea viene quindi ripensata: il palazzo di Ivar Avenue diventerà un apartment-hotel, una formula molto diffusa negli anni Venti che unisce la privacy di un appartamento ai servizi di un albergo.
A guidare questa trasformazione arriva un nuovo architetto.
John Montgomery Cooper nasce a Dayton, in Ohio, l’11 luglio 1883. Studia architettura alla Yale University e, nei primi anni della carriera, lavora come ingegnere nei cantieri del Canale di Panama, una delle imprese infrastrutturali più ambiziose dei primi del Novecento. Un’esperienza pratica che per molti giovani tecnici dell’epoca rappresenta una vera scuola: cantieri immensi, problemi strutturali complessi, soluzioni da trovare direttamente sul campo.
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Nel 1910 Cooper decide di trasferirsi sulla costa occidentale e arriva a Los Angeles, proprio mentre la città comincia la sua crescita più spettacolare. Nei primi anni lavora con l’architetto Frank H. Webster, ma la collaborazione termina nel 1919.
A quel punto Cooper decide che è arrivato il momento di puntare tutto su se stesso e fonda la John M. Cooper Company, una società che riunisce progettazione e costruzione sotto la stessa direzione. Cooper crede molto nel principio della undivided responsibility: in pratica, architetto e costruttore devono lavorare sotto la stessa guida, così da tenere sotto controllo sia i costi sia l’esecuzione del progetto.
Nel frattempo si sposa con Rose e nascono due figli, Thomas e Marilyn. Negli anni Venti e Trenta il suo studio firma numerosi progetti in tutta la California meridionale: edifici commerciali, strutture industriali, teatri e complessi universitari. Tra i lavori più noti ci sono il Padre Hotel di Bakersfield, completato nel 1928, a cui seguiranno il Wilshire Theatre di Santa Monica e il Roxie Theatre nel Broadway Theater District di Los Angeles, esempio di Art Deco.
Ed è proprio in questi anni di piena attività professionale che Cooper entra anche nella storia dell’edificio al numero 1714 di Ivar Avenue.
È lui a seguirne la fase finale e a trasformare l’edificio che in origine doveva avere 172 unità abitative alle 444 stanze di quello che diventerà il Knickerbocker Hotel.
Perchè proprio quel nome?
Due parole su questo nome dobbiamo spenderle. Knickerbocker è un termine profondamente legato a New York: in origine indicava i discendenti dei primi coloni olandesi della città, riconoscibili per i larghi pantaloni fermati sotto il ginocchio, i celebri knickers. Col tempo la parola ha finito per evocare un’intera idea di newyorkesità, vivace, mondana, un po’ teatrale, tanto da sopravvivere ancora oggi nel nome dei New York Knicks, abbreviazione di Knickerbockers.
Nel luglio del 1929 il Los Angeles Times annuncia due giorni di festeggiamenti per inaugurare quello che il giornale definisce il più grande apartment-hotel della capitale del cinema. Lo slogan scelto per l’hotel è: “Your Home for a Year or a Day.” La vostra casa per un anno, o per un giorno.
Diverso da tutti gli altri
Rispetto ai grandi palazzi che sorgono lungo Hollywood Boulevard, il Knickerbocker ha un aspetto più sobrio, quasi discreto. Non cerca di attirare l’attenzione con decorazioni spettacolari o con altezze vertiginose. La sua eleganza è più misurata, affidata soprattutto alla proporzione e all’ordine della facciata.
L’edificio si sviluppa su undici piani ed è costruito in mattoni rossi e cemento, con inserti in pietra artificiale bianca utilizzati per modanature e dettagli decorativi. La pianta è a U, una soluzione molto diffusa negli apartment buildings degli anni Venti perché permette alla luce di penetrare più facilmente negli appartamenti e crea un piccolo cortile interno.
La facciata principale è organizzata in modo rigorosamente simmetrico. Al centro si trova un corpo leggermente più marcato, mentre ai lati le finestre si dispongono con ritmo regolare, ripetendosi piano dopo piano in una sequenza ordinata.
Alcuni dettagli decorativi spezzano questa regolarità. Nella parte centrale della facciata le finestre dei piani superiori conservano ancora cornici e modanature in pietra, mentre una fascia orizzontale — il stringcourse, separa visivamente il piano strada dai livelli superiori, creando una netta distinzione tra il basamento e la parte residenziale dell’edificio.
Il progetto nasce all’interno della stagione architettonica del Spanish Colonial Revival, uno stile molto diffuso nella California degli anni Venti. Nel caso del Knickerbocker però l’interpretazione è volutamente contenuta: pochi elementi decorativi, linee pulite e una composizione molto ordinata.
Un dettaglio curioso racconta bene quanto il Knickerbocker fosse pensato per una Hollywood già modernissima. All’inizio del 1930 vengono richiesti nuovi permessi per trasformare il seminterrato dell’edificio in un garage capace di ospitare 115 automobili.
Oggi può sembrare un numero modesto, ma all’epoca era una dotazione sorprendente per un hotel cittadino. In una città costruita attorno all’automobile come Los Angeles, poter arrivare direttamente in albergo con la propria macchina, senza cercare parcheggio lungo Hollywood Boulevard, era un lusso tutt’altro che scontato.
L’interno
Se l’esterno del Knickerbocker mantiene una certa sobrietà, entrando nell’edificio l’atmosfera cambia immediatamente.
La lobby, progettata in stile Renaissance Revival Beaux-Arts, riflette il gusto hollywoodiano degli anni Venti per gli interni ispirati all’Europa. Il soffitto è attraversato da travi in legno scuro a vista, mentre il pavimento è rivestito da piastrelle decorative che creano motivi geometrici sotto grandi tappeti.
Lo spazio è scandito da archi ampi e regolari, sostenuti da colonne massicce in pietra scura, che conducono da un ambiente all’altro con un ritmo quasi scenografico. Più che l’ingresso di un hotel moderno, l’insieme ricorda il patio coperto di una villa.
Gli arredi contribuiscono a creare questa atmosfera: tavoli pesanti in legno intagliato, sedute imbottite, grandi vasi ornamentali e piante decorative trasformano la lobby in un luogo dove gli ospiti si fermano volentieri.
Proseguendo oltre la lobby si raggiungono i salotti e le promenade interne dell’hotel, che conducono verso uno degli spazi più caratteristici del Knickerbocker: il Lido Room.
Il Lido è il vero centro della vita sociale dell’hotel. Collegato agli spazi comuni e affacciato sul patio interno, diventa rapidamente uno dei luoghi più frequentati del Knickerbocker. Ahimè non sono riuscita a trovare fotografie, ma in un articolo ne ho trovato una descrizione che almeno ci permette di immaginarlo.
Con le sue pareti rivestite di legno scuro e l’arredamento Art Deco, diventa uno dei ritrovi preferiti della Hollywood più influente.
Qui si tengono banchetti, feste private, incontri mondani e piccoli spettacoli musicali. Quartetti d’archi, cantanti e ballerini si alternano nelle serate organizzate dall’hotel, mentre gli ospiti si muovono tra tavolini e salotti. Ogni giovedì il patio del Lido ospita le Twilight Soirees, serate mondane dove attori, musicisti e personaggi dell’industria cinematografica si incontrano tra musica e conversazioni. Ad organizzarle è il direttore A.O. Berghoff.
Accanto agli spazi più movimentati dell’hotel si trova la Rose Room, una sala più raccolta con soffitto a travi a vista, grandi specchi decorativi e file di tavolini bassi. L’atmosfera è quella di un elegante lounge degli anni Trenta: poltroncine imbottite, un lungo bancone bar e un ambiente pensato per conversazioni tranquille più che per le grandi feste del Lido.
In uno dei miei “scavi archeologici” mi sono imbattuta un piccolissimo libro intitolato “Earl the Pearl Watson Doorman to the Stars Hollywood”, scritto dall’uomo che dagli anni ‘40 ai ‘60 è stato portiere dell’hotel. Veterano della Seconda Guerra Mondiale, Watson aveva partecipato allo sbarco in Normandia il 6 giugno 1944. Dopo il congedo nel 1945 si trasferisce a Hollywood, dove trova lavoro prima al Wilshire Country Club lucidando scarpe e poco dopo al Knickerbocker.
All’hotel inizia nel men’s room (il bagno degli uomini), offrendo asciugamani, pettini e lozioni agli ospiti, un servizio comune negli alberghi di lusso dell’epoca. Le mance sono così generose che, ricorderà più tardi, in un giorno riesce a guadagnare quanto molti lavoratori in una settimana.
È lì che comincia a incontrare alcune delle più grandi star di Hollywood. Il primo è Ronald Reagan, con cui finisce per chiacchierare quasi tre quarti d’ora dopo averlo riconosciuto dalla voce. Reagan si mostra curioso della sua esperienza militare, dato che durante la guerra l’attore non aveva combattuto in Europa: arruolato nel 1942, la forte miopia lo aveva destinato a un servizio limitato negli Stati Uniti.
Una sera Bob Hope, John Wayne, Ronald Reagan e Gene Autry chiamano il direttore dell’hotel e il proprietario per segnalare che il miglior dipendente del Knickerbocker sta lavorando… nel bagno degli uomini. Poco dopo Watson viene promosso e diventa il portiere dell’hotel, incarico che manterrà per ben diciassette anni.
Ma Earl Watson non è stato l’unico testimone privilegiato della vita del Knickerbocker. A osservare in silenzio il continuo viavai dell’hotel c’è anche Speck, il setter inglese del direttore Jack Mathews, diventato col tempo una piccola celebrità del Knickerbocker. Per anni assiste senza scomporsi a litigi, confusioni e scene più o meno bizzarre. Mathews gli insegna perfino a usare l’ascensore con una cortesia quasi irreale: Speck si alza sulle zampe posteriori, preme il pulsante con la zampa e lascia sempre entrare e uscire gli ospiti per primi. Non abbaia e non graffia mai alla porta dell’appartamento del padrone, al terzo piano. Suona il campanello. E, a quanto pare, fa la stessa cosa anche quando vuole il room service per la sua cena.
Gli ospiti famosi
Nell’ottobre del 1935 il Knickerbocker ospita una delle feste più memorabili della giovane Hollywood: il ventunesimo compleanno di Jackie Coogan, organizzato da Betty Grable, che allora è ancora la sua fidanzata.
Lei non è ancora la pin-up la cui fotografia finirà appesa negli armadietti di migliaia di soldati americani durante la guerra; lui, invece, porta già sulle spalle una fama enorme, quella del bambino prodigio lanciato da Charlie Chaplin in The Kid, e nessuno può ancora immaginare che molti anni più tardi diventerà, per un’altra generazione, lo zio Fester della Famiglia Addams. La festa, nella lobby del Knickerbocker, è un enorme costume party. Quasi tutti si presentano travestiti da neonati: ci sono pannolini, cuffiette, carrozzine e biberon. Lucille Ball arriva vestita da una delle quintuplette Dionne, le cinque gemelle canadesi diventate una celebrità mondiale negli anni Trenta, trasformate dalla stampa e dal cinema in un vero fenomeno di costume. Tra gli invitati ci sono anche Tony Martin e Cesar Romero. Betty, invece, sceglie di non travestirsi e si presenta con uno splendido abito in lamé d’oro. A pagare tutto è lei. Vista da fuori, sembra una serata leggera, quasi sfacciatamente spensierata. In realtà cade in uno dei momenti più dolorosi della vita di Coogan.
Poco prima del suo ventunesimo compleanno è rimasto ferito in un incidente d’auto in cui sono morti il padre e altre tre persone. Intorno a lui, intanto, si sta già preparando un altro disastro. Jackie è convinto che, raggiunta la maggiore età, potrà finalmente entrare in possesso dei milioni guadagnati da bambino; ma la madre, risposata con Arthur Bernstein, il manager-contabile della Jackie Coogan Corporation, non gli consegnerà quasi nulla. Anzi, a quanto pare, mette in guardia perfino la famiglia di Betty con una frase gelida: se la ragazza pensa di sposare un ricco, si sbaglia, perché Jackie è un poveraccio. La causa legale contro la madre e il patrigno esploderà di lì a poco e si concluderà nel 1939 con un accordo molto inferiore a quanto gli spettava. Da quella vicenda nascerà però una legge fondamentale per Hollywood, il Coogan Act, pensato per proteggere i guadagni dei minori nel mondo dello spettacolo.
Negli anni Cinquanta anche Marilyn Monroe e Joe DiMaggio legano il loro nome al Knickerbocker. Per Joe, in realtà, l’hotel è già uno dei suoi abituali punti di appoggio a Hollywood, il luogo dove torna a soggiornare quando si trova in città. È qui che, prima del matrimonio, aspetta spesso Marilyn al bar, mentre lei entra da un accesso secondario, passando dalla cucina e dai corridoi di servizio per sfuggire ai fotografi. Quando riescono a restare soli, si rifugiano nella suite di Joe, ordinano room service e mandano un bellboy a comprare il vino in un negozio vicino. Dopo le nozze del gennaio 1954, il Knickerbocker ricompare anche nella loro luna di miele: secondo diverse testimonianze, i due vi trascorrono alcuni giorni appartati, in quella breve parentesi sospesa tra Hollywood e il successivo viaggio in Giappone.
Ma è soprattutto nei giorni del divorzio che l’hotel assume un tono più amaro. Mentre Jerry Giesler (l'avvocato di cui vi ho raccontato qui) orchestra con freddezza ogni dettaglio pubblico della separazione, consigliando a Marilyn di apparire davanti ai giornalisti fragile, sconvolta, quasi sul punto di crollare, DiMaggio torna a sistemarsi proprio qui, nelle sue vecchie stanze. Poco dopo convoca al Knickerbocker il giornalista Sidney Skolsky, che si presenta terrorizzato, convinto di trovarsi davanti un uomo furioso e pronto a regolare i conti. Al suo posto trova invece un Joe distrutto, insolitamente mite, che gli pone soltanto una domanda, la più semplice e la più dolorosa: se ci sia un altro uomo e perché Marilyn lo abbia lasciato. In questo senso il Knickerbocker non è stato soltanto uno dei loro nascondigli. È stato anche il luogo dove la loro storia ha mostrato fino in fondo tutta la sua fragilità.
Nel dicembre del 1954 il Knickerbocker finisce anche dentro una delle sorprese televisive più discusse dell’epoca. Nella stanza 205 dell’hotel Stan Laurel e Oliver Hardy, per noi Stanlio e Ollio, vengono infatti intercettati dal programma "This Is Your Life", una trasmissione popolarissima costruita su un meccanismo tanto semplice quanto spietato: sorprendere un ospite famoso e ricostruirne in diretta la vita davanti al pubblico. La “sorpresa”, però, era solo l’inizio, perché poi tutto si spostava all’El Capitan Theatre, da cui il programma andava in onda dal vivo con una macchina organizzativa rigidissima alle spalle. Quella sera i due credono di dover incontrare un produttore; invece si ritrovano all’improvviso sotto i riflettori, con Ralph Edwards che compare annunciando che la puntata è dedicata proprio a loro. La situazione è già tesa di per sé, ma si complica ancora di più perché il taxi che li sta portando al Knickerbocker ha un guasto e la produzione teme di non riuscire ad averli in tempo per la diretta nazionale. Quando finalmente arrivano, si mostrano educati e sorridenti, ma il disagio si sente, soprattutto da parte di Stan Laurel, perfezionista assoluto, uomo che detestava l’idea di comparire in pubblico senza aver preparato ogni dettaglio. In teoria il programma puntava sempre sull’effetto sorpresa, ma non accadeva proprio in tutti i casi: quando gli autori temevano reazioni troppo forti, preferivano avvertire in anticipo l’ospite, come successe ad esempio con Frances Farmer, reduce da un crollo nervoso, o con Eddie Cantor, che aveva problemi di cuore. Con Laurel e Hardy, invece, la sorpresa fu reale. Anche per questo l’episodio è rimasto famoso: non solo per l’imboscata in sé, ma perché rappresenta anche l’unica apparizione di Laurel e Hardy in un programma televisivo americano trasmesso dal vivo. Oggi quella serata resta un documento prezioso, proprio perché li mostra fuori dai personaggi, colti in un momento di sorpresa molto umana.
Nel 1956 al Knickerbocker passa anche Elvis Presley. È a Hollywood per girare Love Me Tender, il suo primo film, e soggiorna nella stanza 1016. Di quel periodo esistono anche fotografie scattate proprio all’hotel, che lo mostrano ancora giovanissimo, già travolto dalla fama ma non ancora trasformato nell’icona che diventerà di lì a poco.
Le ombre del Knickerbocker
Tra gli episodi più strani, e più irresistibilmente hollywoodiani, della storia del Knickerbocker, c’è la seduta spiritica finale di Bess Houdini. Sono passati dieci anni dalla morte di Harry Houdini, il più celebre illusionista ed escapologo del suo tempo, l’uomo che aveva costruito la propria leggenda sfidando manette, casse chiuse, camicie di forza e celle d’acqua. Bess, che non ha mai smesso di aspettare un segno da lui, sceglie proprio il tetto dell’hotel per l’ultimo tentativo, nella notte di Halloween del 1936, anniversario della sua morte. Accanto a lei ci sono pochi amici fidati, la scultrice Nina Ballard, e soprattutto Edward Saint, ex carnevalesco e artista di vaudeville diventato medium.
Per l’occasione il tetto viene trasformato in un vero palcoscenico occulto: un tappeto rosso, un altare d’ebano dedicato a Houdini, una luce color rubino accesa sopra la scultura, e poi tutti gli strumenti del rito disposti con cura quasi teatrale, una tromba spiritica, un tamburello, due lavagnette con il gesso, un blocco nero per scrivere, una campanella, una matita e un cuscino di seta viola. La scena è così studiata da essere perfino trasmessa via radio, accompagnata da musica funebre e dalla voce di Saint, che invita il mago a manifestarsi in qualunque modo: facendo suonare la campanella, muovendo il tavolo, passando attraverso la tromba. La seduta dura più di un’ora. Bess continua a sperare, e alla fine gli rivolge un ultimo saluto: “Good night, Harry.” In quel momento, come se qualcuno avesse aspettato proprio la chiusura del rito, sul Knickerbocker si abbatte un temporale violentissimo, con pioggia battente e fulmini. Non piove in nessun altro punto di Hollywood, solo lì, sul tetto dell’hotel. C’è chi lo prende come una semplice coincidenza e chi, naturalmente, ci vede l’ultimo colpo di scena di Houdini. Di certo, dopo quella notte, Bess non tenterà mai più di richiamarlo.
Un episodio doloroso riguarda invece Frances Farmer, attrice di grande talento, presenza inquieta e anticonvenzionale della Hollywood degli anni Trenta.
Dopo un inizio promettente tra cinema e teatro, la sua carriera entra presto in crisi, travolta da scontri con gli studios, problemi personali e un progressivo crollo che la rende una delle figure più tragiche del vecchio sistema hollywoodiano.
Il 19 ottobre 1942, nei pressi di Santa Monica, viene fermata dalla polizia mentre è al volante della sua auto con i fari accesi in una zona soggetta a oscuramento per via della guerra. Ne nasce un violento alterco che si conclude con l’arresto per guida in stato di ebbrezza e senza patente. La condannano a 180 giorni di reclusione e a una multa di 500 dollari, anche se le viene concessa la libertà vigilata. Poco dopo Frances accetta di lavorare per la Monogram Pictures nel film No Escape, ma il primo giorno di riprese litiga con una parrucchiera sul set e arriva a colpirla, lussandole la mascella. A quel punto, tra la denuncia e il fatto che non si è mai presentata all’ufficiale incaricato di controllare la sua libertà vigilata, scatta un nuovo arresto. Il 14 gennaio 1943 alcuni agenti irrompono nella stanza in cui alloggia al Knickerbocker Hotel. Secondo i racconti più diffusi, Frances si rifugia nel bagno in stato di shock; i poliziotti forzano la porta e la trascinano via, sotto gli occhi attoniti di chi si trova nella hall. È una scena umiliante e brutale, che segna uno dei momenti più bui della sua caduta. Per il resto della storia, ancora più drammatica, vi rimando ai miei due articoli su Frances Farmer, qui e qui.
Qui invece arriviamo ad una tragedia vera e propria, che riguarda Irene, nome d’arte della costumista Irene Gibbons, una delle grandi creatrici di stile della vecchia Hollywood. Per anni ha vestito star come Ingrid Bergman, Marlene Dietrich, Carole Lombard e la sua grande amica Joan Crawford, costruendosi una reputazione solidissima nell’età d’oro degli studios.
Ma nel 1962, ormai lontana dai fasti del passato, arriva al Knickerbocker sotto falso nome. Ha problemi economici, è provata dalla malattia del marito e non si è mai davvero ripresa dalla morte di Gary Cooper, l’uomo che aveva amato senza essere ricambiata. Nella sua stanza beve, scrive diversi biglietti d’addio, in uno si scusa perfino con gli altri ospiti per aver dovuto bere tanto per trovare il coraggio,e poi si taglia i polsi. Non morendo subito, si getta infine da una finestra dell’hotel. Il suo corpo cade sul tetto della lobby. È una scena terribile, e insieme molto simbolica: nel vecchio Knickerbocker, che aveva accolto attrici, illusionisti, campioni sportivi e stelle nascenti, si consuma anche una delle uscite più tragiche e silenziose della Hollywood che invecchia.
Poi c’è D. W. Griffith, uno dei padri fondatori del cinema americano, che ha trascorso qui l’ultima parte della sua vita. E già questo, da solo, fa impressione. Parliamo dell’uomo che ha firmato The Birth of a Nation e Intolerance, uno di quelli che hanno insegnato al cinema americano come raccontare una storia. Eppure, quando arriva al Knickerbocker, tutto questo sembra già lontanissimo. Griffith vive in hotel in modo sempre più appartato, esce la sera, cammina lungo Hollywood Boulevard, entra in qualche bar della zona, spesso senza essere davvero riconosciuto. È un’immagine amarissima, se ci si pensa: uno degli uomini che hanno contribuito a creare Hollywood ormai si muove ai margini della città che lui stesso ha aiutato a inventare. Il 23 luglio 1948 viene colpito da un’emorragia cerebrale proprio nella sua stanza al Knickerbocker e muore poche ore dopo.
Last but not least, ovvero ultimo ma non per importanza, c’è William Frawley, uno di quei grandi caratteristi della vecchia Hollywood il cui volto è diventato più famoso del nome.
Dopo anni di cinema, la popolarità vera arriva negli anni Cinquanta con la televisione, quando interpreta Fred Mertz in I Love Lucy. E qui lo ammetto: per me il discorso si fa subito personale, perché adoro Lucille Ball e in particolare I Love Lucy, una serie che riesce sempre a raddrizzarmi anche le giornate più storte. Sapere che Frawley ha abitato davvero al Knickerbocker per tanti anni me lo rende ancora più simpatico. Quando firma per il ruolo che lo renderà familiare a milioni di spettatori, vive proprio qui, in una suite dell’hotel, e il Knickerbocker resta a lungo una delle sue vere case hollywoodiane. Solo nell’ultima parte della vita si trasferisce in un appartamento su North Rossmore. Quando muore, il 3 marzo 1966, non abita più al Knickerbocker, ma crolla per un infarto proprio su Hollywood Boulevard, a pochi passi dall’hotel a cui era rimasto legato per così tanti anni. Da lì in poi, come spesso succede a Hollywood, il fatto e la leggenda cominciano quasi a sovrapporsi: alcune versioni raccontano che venga trascinato fino alla lobby del Knickerbocker, altre si fermano al marciapiede. In ogni caso, anche la sua fine resta legata a quel tratto di strada e a quell’albergo che per tanto tempo aveva chiamato casa.La fine di un’epoca
Negli anni Sessanta il declino del Knickerbocker è ormai sotto gli occhi di tutti. Il baricentro della mondanità di Los Angeles si è spostato da tempo verso Beverly Hills, la Sunset Strip e la costa, mentre l’area di Hollywood Boulevard ha perso gran parte del prestigio che aveva avuto tra gli anni Venti e Quaranta. Quando muore William Frawley, nel 1966, il Los Angeles Times descrive ormai il Knickerbocker come “something of a dump” (una specie di catapecchia): un luogo in cui il fascino del passato sopravvive più come reliquia che come realtà quotidiana.
La svolta arriva nel 1970, quando il Knickerbocker viene ristrutturato e trasformato in appartamenti per anziani. A quel punto l’epoca dell’hotel è davvero finita. Le feste, i provini, gli incontri al bar, le star di passaggio: tutto quello che per decenni aveva dato un volto al Knickerbocker appartiene ormai al passato. L’edificio continua a vivere, ma in un altro modo, molto più tranquillo e stabile, anche perché intorno a lui Hollywood è già cambiata da tempo.

Da allora comincia la sua seconda vita. Il vecchio hotel resta in piedi, ma non è più un luogo di passaggio: i mattoni rossi vengono coperti da uno strato di bianco e diventa una residenza. Ed è in questa forma che arriva fino a oggi, come Hollywood Knickerbocker Apartments, una senior community di monolocali e bilocali. Colpisce che anche la presentazione attuale senta il bisogno di ricordare da dove viene: il sito lo definisce ancora “un tempo il celebre Knickerbocker Hotel, aperto nel 1929”.
Forse il simbolo più eloquente di tutto questo è la vecchia insegna al neon sul tetto: per anni è rimasta spenta, come un relitto luminoso di un’altra Hollywood, prima di tornare ad accendersi alla fine degli anni Novanta. Anche da lontano, continua a dire una cosa molto semplice: il Knickerbocker è cambiato, ma non ha mai smesso del tutto di ricordarsi chi è stato.
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