Professione caratterista: Le donne pt. 3
lunedì, marzo 02, 2026Il loro nome non era mai sopra il titolo e molto spesso non occupavano il centro della scena, eppure bastava la loro presenza per dare consistenza a un film intero. Erano quei volti che tornano alla memoria anche a distanza di anni, quelli che fanno esclamare “l’ho già vista!” o “so esattamente chi è”, pur senza ricordarne subito il nome. Senza i caratteristi, il cinema classico non avrebbe avuto lo stesso spessore: erano loro a rendere credibili ambienti, famiglie, rapporti, a dare sostanza alle storie.
È anche per questo che ho iniziato questa rubrica, Professione caratterista, dedicata a quegli attori e a quelle attrici che hanno attraversato teatro, radio, cinema e televisione costruendo carriere lunghissime e solidissime, spesso lontano dai riflettori principali. Nei precedenti articoli (che trovate qui) abbiamo già incontrato alcuni straordinari caratteristi e le prime indimenticabili interpreti femminili; oggi il viaggio continua con altre figure che meritano di essere raccontate.
Dietro molti di questi volti familiari si nascondono infatti vite sorprendenti. C’è chi è cresciuta in un ambiente severo e profondamente religioso prima di diventare una delle presenze più intense della radio americana; chi discendeva da uno degli eroi della Rivoluzione e ha visto la propria carriera interrompersi bruscamente per una scelta di coscienza; chi ha frequentato la Londra bohémien degli anni Venti prima di arrivare a Hollywood in età già matura; chi ha costruito una carriera intera sull’arte della battuta ironica; chi ha attraversato teatro, cinema e televisione con una personalità impossibile da confondere.
Sono storie ricche, piene di svolte inattese, che spesso non vengono raccontate nemmeno nei siti americani dedicati al cinema classico. E proprio per questo vale la pena riscoprirle oggi. Madri, confidenti, aristocratiche, donne del popolo, figure ironiche o severe: attraverso questi personaggi il cinema della Golden Age ha trovato profondità e umanità.
Agnes Moorehead
Nasce il 6 dicembre 1900 a Clinton, nel Massachusetts, anche se per molti anni circola la data errata del 1906. È la maggiore delle due figlie di John Henderson Moorehead, ministro presbiteriano, e di Mary Mildred McCauley. Le sue origini sono irlandesi, scozzesi, inglesi e gallesi. Cresce tra Ohio e Missouri in un ambiente severo, colto, profondamente religioso. A tre anni recita già le preghiere davanti alla congregazione del padre: è lì che scopre il potere della parola e impara, quasi istintivamente, a dominare un pubblico.
Riceve un’educazione solida e completa. Si laurea al Muskingum College nel 1923 e prosegue con studi in letteratura e arte oratoria all’Università del Wisconsin. Per un periodo sembra orientata verso un percorso accademico, ma la vocazione teatrale prevale. Alla fine degli anni Venti si trasferisce a New York e si iscrive all’American Academy of Dramatic Arts, diplomandosi nel 1929.
Il teatro è il primo banco di prova, ma è la radio a renderla una presenza familiare nelle case americane. La sua voce — duttile, intensa, capace di sfumature drammatiche e ironiche — diventa una delle più richieste, soprattutto nel celebre programma Suspense della CBS. L’incontro decisivo avviene a metà anni Trenta con Orson Welles, che la vuole nel suo Mercury Theatre, tra le realtà più innovative del panorama teatrale e radiofonico dell’epoca. Moorehead entra in quella cerchia di attori che faranno il salto a Hollywood.
Il debutto cinematografico arriva nel 1941 con Quarto potere. È Mary Kane, la madre che sceglie di separarsi dal figlio per garantirgli un futuro migliore. Compare in una sola sequenza, ma la fermezza del gesto e l’intensità dello sguardo imprimono al personaggio un peso che attraversa l’intero film.
L’anno successivo Welles le affida il ruolo che la consacra: Fanny Minafer ne L’orgoglio degli Amberson. Zitella frustrata, nevrotica, patetica e feroce insieme, Fanny è una figura quasi grottesca ma profondamente umana. La sua interpretazione le vale la prima candidatura all’Oscar come miglior attrice non protagonista. È una prova di grande modernità psicologica, in un film che resterà segnato dalle mutilazioni imposte dallo studio.
Moorehead arriva tardi al cinema — ha quarant’anni al debutto — e manca completamente la stagione più turbolenta degli anni Trenta hollywoodiani. Negli anni Quaranta e Cinquanta diventa però una presenza costante, soprattutto alla MGM. Interpreta numerose mogli e madri, spesso rurali o piccolo-borghesi, ruoli che non sempre le consentono grande sviluppo drammatico, ma che contribuiscono a renderla un volto familiare.
Fisicamente inconfondibile — minuta, capelli rosso ramato, zigomi alti, lineamenti spigolosi — possiede una fisionomia che può apparire aristocratica o dimessa, severa o ironica a seconda del contesto. I suoi occhi, vivacissimi, tradiscono spesso un lampo di intelligenza e sarcasmo. Può essere più aristocratica di alcune colleghe specializzate in dame dell’alta società, più aspra delle zitelle professionali, più popolare delle madri proletarie. Talvolta perfino eccessiva, ma mai neutra.
Tra i ruoli che meglio rivelano la sua gamma espressiva vi è la zia severa e laboriosa in Johnny Belinda, accanto a Jane Wyman. In un ambiente rurale povero e chiuso, il suo personaggio contribuisce a creare quell’atmosfera di durezza morale che sostiene l’intero impianto del film.
Negli anni Sessanta torna a un registro più luminoso in Il segreto di Pollyanna, dove la rigidità iniziale del suo personaggio, la signora Snow, si incrina gradualmente sotto l’influenza della protagonista. È un esempio di come Moorehead sappia modulare l’autorità senza irrigidirla.
La sua naturale regalità trova piena espressione ne Il cigno, dove interpreta la regina Maria Dominika: una sovrana formale, composta, appartenente a quella galleria di matriarche aristocratiche che costellano la sua carriera.
All’estremo opposto si colloca la domestica Velma Cruther in Piano… piano, dolce Carlotta, ruolo volutamente sopra le righe che le vale un’ulteriore candidatura all’Oscar. Una prova controversa, ma indicativa della sua disponibilità a spingersi verso registri più grotteschi e camp.
Parallelamente interpreta professioniste, direttrici di carcere, donne d’affari, nobildonne e regine. La sua carriera si sviluppa per oltre sessanta film, attraversando generi diversi, dagli adattamenti letterari ai melodrammi, dai musical ai thriller.
La consacrazione popolare definitiva arriva però con la televisione. Dal 1964 al 1972 è Endora nella serie Vita da strega: madre pungente, potente, ironica, in aperto conflitto con il conformismo borghese. Il personaggio, quasi una matriarca soprannaturale, le regala una notorietà superiore a quella ottenuta in tre decenni di cinema.

Nella vita privata è riservata, profondamente religiosa, legata alla madre e alla proprietà di famiglia in Ohio, che continua a mantenere per tutta la vita. Si sposa due volte: prima con l’attore radiofonico John Griffith Lee (1930-1952), poi con Robert Gist (1953-1958). Nel 1950 diventa madre affidataria di un bambino, Sean. Vive a Beverly Hills nella sua “Villa Agnese”, dove conduce un’esistenza elegante ma lontana dallo scandalo.
Muore il 30 aprile 1974, per complicazioni legate a un tumore all’utero.
Anne Revere
Nasce a New York il 25 giugno 1903 in una famiglia agiata e colta. È discendente diretta di Paul Revere, l’orafo e patriota della Rivoluzione Americana passato alla storia per la celebre cavalcata notturna del 18 aprile 1775, quando avvertì i coloni dell’arrivo delle truppe britanniche, contribuendo a preparare la resistenza che avrebbe dato avvio alla Guerra d’Indipendenza. Un nome, il suo, che negli Stati Uniti richiama immediatamente le origini della nazione.
Il padre, Clinton Revere, è un agente di cambio; Anne cresce tra l’Upper West Side di Manhattan e Westfield, nel New Jersey, dove si diploma alla Westfield High School. Nel 1926 si laurea al Wellesley College. Nonostante l’interesse per la recitazione, durante gli anni scolastici non riesce a entrare nei gruppi teatrali e anche al college incontra inizialmente qualche difficoltà. Solo più tardi riesce a entrare nei corsi di arte drammatica del college e da quel momento decide di tentare seriamente la strada del teatro.
Negli anni Trenta debutta a Broadway. Nel 1933 ottiene un successo personale in Double Door di Elizabeth McFadden; quando il testo viene adattato per il cinema nel 1934 con il titolo La porta segreta, è l’unica attrice del cast teatrale a essere confermata nella versione cinematografica. È un passaggio importante, ma per tutti gli anni Trenta resta principalmente legata al palcoscenico.
Alta, longilinea, con lineamenti decisi e uno sguardo fermo, Anne Revere porta sullo schermo un’eleganza sobria e una naturale autorevolezza. Non è un’attrice di eccessi: lavora per sottrazione, con misura, lasciando che siano le pause e l’espressione del volto a raccontare i conflitti interiori. Proprio queste caratteristiche la rendono perfetta per ruoli di madri comprensive ma ferme, sorelle maggiori responsabili, donne della buona borghesia guidate da un forte senso morale. I suoi personaggi non sono mai caricature: anche quando rappresentano l’autorità, conservano sempre una dimensione umana, spesso segnata dalla preoccupazione e dal sacrificio.
La consacrazione cinematografica arriva nel 1943 con Bernadette di Henry King, dove interpreta la madre della giovane protagonista interpretata da Jennifer Jones. Il ruolo le vale la prima nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista. L’anno successivo ottiene una seconda candidatura con Gran premio di Clarence Brown, nei panni della madre affettuosa e determinata della giovane cavallerizza interpretata da Elizabeth Taylor; questa volta l’Academy le assegna la statuetta.
Negli anni successivi consolida la propria immagine di madre autorevole e figura morale di riferimento. È la madre della tormentata Gene Tierney ne Il castello di Dragonwyck i Joseph L. Mankiewicz e torna a incarnare una presenza familiare forte e comprensiva accanto a Gregory Peck in Barriera invisibile (1947) di Elia Kazan, film che affronta il tema dell’antisemitismo nella società americana.
In Dietro la porta chiusa (1948) di Fritz Lang offre una variazione più sfumata del proprio repertorio abituale, interpretando la sorella del personaggio di Michael Redgrave: una donna attenta e silenziosa, la cui presenza contribuisce a costruire l’atmosfera inquieta del film. Nel 1951 appare in Un posto al sole di George Stevens, ancora una volta in un ruolo materno, questa volta accanto a Montgomery Clift ed Elizabeth Taylor, confermando la sua capacità di dare spessore e credibilità anche a presenze di contorno.

All’inizio degli anni Cinquanta la sua carriera subisce però una brusca battuta d’arresto. Convocata davanti alla Commissione per le Attività Antiamericane, Anne Revere si appella al Quinto Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti — il diritto a non rispondere a domande che possano auto-incriminare — rifiutando di dichiarare eventuali appartenenze politiche. Una scelta legittima sul piano giuridico, ma che a Hollywood equivale, di fatto, a una condanna professionale. Il suo nome viene inserito nella blacklist e gli studios cessano di offrirle lavoro. In quegli anni circolano anche voci su presunte simpatie progressiste e sull’esistenza di documenti legati ad associazioni politiche, elementi mai chiariti in modo definitivo ma sufficienti ad alimentare i sospetti.
Un posto al sole resta così il suo ultimo film hollywoodiano per lungo tempo e, negli anni immediatamente successivi, il suo nome viene progressivamente ridimensionato nella promozione e nelle riproposizioni del film. Costretta ad allontanarsi dal cinema, Anne Revere torna al teatro, dove continua a lavorare con continuità e prestigio. Nel 1960 ottiene un importante riconoscimento vincendo il Tony Award come miglior attrice non protagonista per "Toys in the Attic" di Lillian Hellman, segnando una sorta di riscatto artistico dopo gli anni difficili della blacklist.
Ritiratasi nella Locust Valley, nello Stato di New York, Anne Revere muore il 18 dicembre 1990 a causa di un enfisema polmonare.
Eve Arden
Nasce il 30 aprile 1912 a Mill Valley, in California, come Eunice Mary Quedens, figlia dell’attrice teatrale Lucille Frank e di Charles Quedens, direttore di una compagnia di mulini a vento. Dopo il divorzio dei genitori, cresce con la madre, che continua a lavorare sulle scene e la introduce fin da giovanissima al mondo dello spettacolo. Ancora bambina, accompagna spesso la madre in tournée e sviluppa una precoce familiarità con il palcoscenico, dimostrando un carattere vivace e un’intelligenza fuori dal comune. Durante l’adolescenza si trasferisce con la famiglia a Los Angeles, dove frequenta la Tamalpais High School e successivamente la University of Southern California, che lascia però prima di laurearsi per dedicarsi completamente alla recitazione.
All’inizio degli anni Trenta debutta a Broadway, entrando a far parte delle celebri Ziegfeld Follies, dove si fa notare per il suo spirito ironico, la voce calda e la perfetta dizione. È in questo periodo che decide di adottare il nome d’arte Eve Arden, ritenendo il proprio troppo complicato e poco adatto alla carriera cinematografica. Sul palcoscenico dimostra fin da subito un innato talento per la battuta rapida e pungente, qualità che diventerà il suo marchio distintivo.
Il debutto cinematografico avviene a metà degli anni Trenta, ma è con Palcoscenico (1937) di Gregory La Cava che il pubblico comincia a riconoscerla. Qui interpreta un’aspirante attrice che si chiama Eve, proprio come lei, brillante e disincantata, pronta a osservare con ironia l’ambiente teatrale che la circonda e a commentare con spirito tagliente le ambizioni delle colleghe. Il ruolo contribuisce a definire la sua immagine cinematografica: una donna intelligente, sarcastica e perfettamente consapevole del mondo che la circonda.
Dotata di una mente pronta e di un senso dell’umorismo particolarmente raffinato, Eve Arden acquisisce presto la fama di interprete capace di arricchire i dialoghi con osservazioni fulminanti. Molte delle sue battute più mordaci nascono da improvvisazioni tanto efficaci da essere regolarmente mantenute dai registi, che finiscono per concederle una certa libertà creativa sul set, chiudendo un occhio anche sulla sua ben nota tendenza ad arrivare in ritardo alle riprese. Celebre, tra i colleghi, è anche la sua passione per i cappellini, accessorio di cui possedeva un’impressionante collezione e che contribuiva a definire la sua immagine elegante e ironica anche fuori dallo schermo.
Fisico slanciato, lineamenti decisi e uno sguardo vivace sempre pronto al commento ironico, Eve Arden diventa presto l’incarnazione di una tipologia ben precisa: donne forti, intelligenti, ironiche, spesso più lucide e concrete delle protagoniste. Interpreta con naturalezza segretarie efficienti, assistenti fedeli, amiche leali e disincantate, figure capaci di sostenere le eroine senza mai perdere la propria individualità. I suoi personaggi, pur collocati ai margini dell’azione principale, rappresentano spesso la voce della ragione e dell’esperienza.
Negli anni Quaranta si afferma come una delle più brillanti caratteriste della Warner Bros. In Fascino (1944) di Charles Vidor è Cornelia, sofisticata e ironica amica della protagonista interpretata da Rita Hayworth. L’anno successivo arriva il ruolo che la consacra definitivamente: Ida Corwin ne Il romanzo di Mildred (1945) di Michael Curtiz, amica sincera e pragmatica di Joan Crawford. L’interpretazione, costruita su un perfetto equilibrio tra ironia e calore umano, le vale la nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista.
Continua a muoversi con grande disinvoltura tra commedia e musical. In Tè per due (1950) affianca Doris Day nei panni della brillante e pratica confidente della protagonista, mentre in Matrimoni a sorpresa (1952) dove interpreta la disillusa moglie di Paul Douglas, conferma la propria abilità nel delineare personaggi secondari memorabili, sempre contraddistinti da spirito e intelligenza.
Parallelamente al cinema, Eve Arden costruisce una carriera di grande successo alla radio e alla televisione. Il programma radiofonico Our Miss Brooks, in cui interpreta un’insegnante spiritosa e indipendente, diventa un fenomeno popolare e viene successivamente adattato per il cinema e per la televisione. Tra il 1957 e il 1958 ottiene anche un programma personale, The Eve Arden Show, che consolida ulteriormente la sua popolarità presso il pubblico americano.
Negli anni successivi si dedica soprattutto alla televisione e al teatro, senza abbandonare del tutto il grande schermo. Torna al cinema in età più matura con apparizioni scelte con cura, tra cui quella, molto amata dal pubblico, in Grease (1978), dove interpreta la severa ma ironica preside McGee.

Nella vita privata si sposa nel 1939 con Ned Bergen, da cui divorzia nel 1947; l’anno seguente si unisce all’attore Brooks West, con il quale resta fino alla morte di lui nel 1984. La coppia adotta quattro figli. Donna colta e riservata, è ricordata dai colleghi per l’intelligenza acuta, la professionalità e la capacità di osservare con ironia il mondo dello spettacolo.
Eve Arden muore il 12 novembre 1990 a Los Angeles, all’età di 78 anni a causa di un attacco di cuore.
Lucile Watson
Nasce il 27 maggio 1879 in Québec, in Canada, e cresce a Ottawa in una famiglia agiata e rispettabile. Il padre, Thomas Charles Watson, è maggiore nell’esercito britannico, mentre la madre, Leila Morlet, è di origine francese. L’educazione è rigorosa e tradizionale, completata dagli studi in un collegio religioso. Per una giovane donna del suo ambiente il futuro sembra già definito, ma contro il desiderio paterno Lucile decide di trasferirsi a New York e iscriversi all’American Academy of Dramatic Arts nel 1900. La città rimarrà la sua casa per oltre sessant’anni.
Debutta professionalmente sulle scene nel 1902 con Hearts Aflame e attira presto l’attenzione del drammaturgo Clyde Fitch, diventando una delle attrici di punta del produttore Charles Frohman. Tra anni Venti e Trenta è una presenza autorevole del teatro americano e londinese, interprete raffinata di testi sofisticati e classici, tra cui Ghosts di Ibsen e The Importance of Being Earnest di Oscar Wilde, dove offre una Lady Bracknell molto apprezzata.
Nel 1928, a cinquant’anni, sposa il romanziere e drammaturgo Louis Weitzen Shiman. Era il secondo matrimonio per entrambi; in gioventù era stata brevemente sposata con l’attore canadese Rockcliffe Fellows, un’unione poi tenuta lontana dalla pubblicità. Dopo le nozze si ritira temporaneamente dalle scene e si trasferisce in Francia, ma la morte improvvisa del marito nel 1933 la costringe a tornare al lavoro, prima a teatro e poi al cinema.
Lucile Watson diventa celebre per i suoi ruoli di formidable dowagers, grandi dame aristocratiche e vedove di rango dall’autorità indiscussa. Come Gladys Cooper, sua contemporanea e naturale termine di paragone, è specializzata in figure di alto lignaggio, titolate o meno, che immaginiamo in interni eleganti e perfettamente arredati. A differenza della Cooper, tuttavia, Watson può essere severa senza risultare respingente. Sotto l’apparenza glaciale si intravede sempre una traccia di calore. La differenza sta negli occhi e nella presenza fisica: quelli della Cooper sono celebri per l’immobilità aristocratica, mentre quelli di Watson, meno perfetti ma più espressivi, lasciano spesso trapelare un lampo ironico, un divertimento sottile davanti alle stranezze della vita. Più corpulenta e terrena della collega inglese, possiede una concretezza che rende i suoi personaggi meno marmorei e più umani. Interpreta con naturalezza madri, nonne, zie e suocere di ferro, donne abituate a comandare e a osservare il mondo con lucidità, ma quasi sempre dotate di una vena di comprensione.
Il primo contatto con il cinema avviene nel 1930 con una piccola parte in The Royal Family of Broadway, film ispirato ai Barrymore e co-diretto dall’amico George Cukor. È però solo dal 1934 che la sua carriera hollywoodiana prende realmente avvio. L’affermazione è lenta: negli anni Trenta vede diversi suoi successi teatrali trasformati in film senza di lei. In No More Ladies (1935) e Yes, My Darling Daughter (1939) i ruoli che aveva interpretato a Broadway vengono affidati ad altre attrici, mentre nel primo adattamento cinematografico di Pride and Prejudice (1940) il ruolo di Mrs. Bennet va a Mary Boland.
Il primo ruolo di rilievo arriva con Il giardino di Allah (1936), dove interpreta la Madre Superiora: la figura della donna anziana autorevole e dispensatrice di consigli diventerà una costante del suo repertorio.
Nel 1939 George Cukor la chiama in Donne, accanto a Norma Shearer, Joan Crawford e Rosalind Russell. In questo celebre film interamente femminile è la madre saggia e ironica della protagonista interpretata dalla Shearer, presenza stabile e rassicurante nel turbolento universo mondano della storia.
Forse la sua interpretazione più celebrata resta Fanny Farrelly in Quando il giorno verrà. Dopo aver portato in scena il dramma antifascista di Lillian Hellman a Broadway nel 1941, riprende il ruolo sullo schermo nel 1943 accanto a Paul Lukas. È una vedova ricca e autoritaria costretta a confrontarsi con l’irruzione del nazismo nella propria casa. Per questa interpretazione ottiene l’unica candidatura all’Oscar come miglior attrice non protagonista.
Nel 1940 è Margaret Cronin ne Il ponte di Waterloo, madre di Robert Taylor e suocera di Vivien Leigh: un’aristocratica in declino che cerca di conciliare dovere sociale e comprensione umana. Interpreta la madre di William Powell in L’uomo ombra torna a casa (1944), la nonna ne I racconti dello zio Tom, la principessa Bitotska ne Il valzer dell’imperatore (1948) di Billy Wilder e zia March nella versione di Piccole donne del 1949.
Nel corso di trentacinque film e diciassette anni di attività cinematografica lavora per tutte le principali case di produzione e con registi come Cukor, Mervyn LeRoy, King Vidor, W. S. Van Dyke, Alfred Hitchcock e Billy Wilder. I suoi ruoli si dividono equamente tra commedia e dramma, spesso declinati nella figura della madre o della suocera autorevole, talvolta invadente, ma quasi sempre attraversata da un sottile humour.

Dopo sette intensi anni negli anni Quaranta dedicati quasi esclusivamente al cinema, nel 1950 abbandona Hollywood e torna a Broadway con Ring Round the Moon, The Bat e Late Love. Terminata quest’ultima produzione, annuncia il ritiro dalle scene.
Lucile Watson vive poi in discreta tranquillità nella sua casa di New York fino al 24 giugno 1962, quando muore per un attacco cardiaco.
Hermione Baddeley
Nasce il 13 novembre 1906 a Broseley, nello Shropshire, come Hermione Youlanda Ruby Clinton-Baddeley, ultima di quattro figlie di William Herman Clinton-Baddeley e Louise Bourdin. Il nome Hermione le viene imposto dal padre, che lo sceglie ispirandosi alla mitologia greca: Hermione era la figlia di Elena di Troia e Menelao, mentre il riferimento più diretto, nelle intenzioni paterne, era al dio Hermes, messaggero degli dei e protettore dei viaggiatori. Un nome importante, quasi solenne, che tuttavia per il padre non attenua la delusione di trovarsi davanti l’ennesima figlia femmina.
La madre, francese, aveva avuto una giovinezza cosmopolita e un promettente talento musicale: studi al Royal College of Music, concerti e tournée con Gilbert & Sullivan, prima di rinunciare alla carriera dopo il matrimonio. Sarà lei la figura determinante nella formazione di Hermione, unendo disciplina ferrea e senso aristocratico della dignità anche nei momenti più difficili.
Dopo la separazione dal marito, Louise si trasferisce a Londra con le figlie e apre una pensione a Lancaster Gate che diventa presto un vivace punto d’incontro per artisti e musicisti. In quell’ambiente teatrale e improvvisato Hermione e la sorella Angela crescono tra recite, canzoni e piccoli spettacoli per gli ospiti. Studiano alla scuola d’avanguardia di Margaret Morris a Chelsea, dove Hermione scopre di non avere grande inclinazione per la danza ma una naturale vocazione per la recitazione e la trasformazione scenica.
A sedici anni ottiene un successo clamoroso con The Likes of ’Er, che la rende improvvisamente celebre e la introduce nei salotti mondani della Londra degli anni Venti. In una festa nella casa dell’arredatrice Syrie Maugham incontra David Tennant, aristocratico scozzese ricchissimo, affascinante e colto, figura centrale della vita mondana londinese. Tennant è il fondatore del Gargoyle Club, esclusivo circolo privato di Soho e vero epicentro della vita mondana e artistica londinese degli anni Venti. Tra le sue sale si incontrano aristocratici, attori, scrittori e pittori — da Noël Coward a Tallulah Bankhead fino, negli anni successivi, a Francis Bacon — in un ambiente libero e cosmopolita che diventa il cuore dei cosiddetti Bright Young Things, la generazione ribelle e scintillante dell’alta società inglese del dopoguerra, nota per feste sfarzose, spirito provocatorio e anticonformismo. Hermione ne è ben presto presenza costante e figura centrale accanto a Tennant.
Il loro rapporto, intenso e fuori dagli schemi, si complica quando Hermione scopre di essere incinta e i due non sono ancora sposati. Nella Londra degli anni Venti una maternità fuori dal matrimonio può compromettere irrimediabilmente la reputazione di una giovane attrice. La madre di Hermione teme che la carriera della figlia venga distrutta sul nascere, mentre David, colto alla sprovvista, arriva a proporle di entrare in una clinica fingendo un’appendicite e risolvere la situazione lontano da sguardi indiscreti. Hermione non prende nemmeno in considerazione l’idea: è determinata a tenere il bambino e a continuare a lavorare.
Dopo la nascita della piccola Pauline, la bambina viene affidata a una balia nel Surrey, in campagna, mentre Hermione prosegue l’attività teatrale a Londra, raggiungendo la figlia ogni fine settimana. David, affettuoso e presente, si comporta fin da subito come un padre. L’equilibrio, già fragile, viene scosso quando la madre di lui scopre l’esistenza della bambina e prova a intervenire per allontanarlo da quella relazione scomoda, immaginando per il figlio un’unione più adatta al suo rango. Ma David, consapevole del rischio di perderla, torna deciso sui propri passi: chiede a Hermione di sposarlo senza ulteriori indugi e nel 1928 i due si uniscono finalmente in matrimonio.
Nello stesso periodo Hermione riceve un’offerta hollywoodiana: Louis B. Mayer vorrebbe metterla sotto contratto per farne una star comica del sonoro. Il vincolo di sette anni, la recente maternità e le resistenze di Tennant fanno però sfumare l’occasione. Hermione guarderà sempre a quell’opportunità mancata con una certa curiosità.
Negli anni Trenta è una presenza costante del West End. Lavora nelle grandi revue londinesi come On with the Dance, entra nel teatro di prosa con The Forest al St Martin’s Theatre e recita accanto a giovani attori destinati a diventare leggende, come John Gielgud. Il suo mondo resta però quello del palcoscenico e della vita artistica londinese. Il matrimonio con Tennant si conclude con il divorzio nel 1937; lui morirà l’anno seguente. Nel 1940 Hermione si risposa con il maggiore J.H. “Dozey” Willis, ufficiale dell’esercito, uomo più stabile e lontano dall’ambiente bohémien.
Fisico minuto, volto mobile e una voce roca inconfondibile, Hermione Baddeley non corrisponde ai canoni della protagonista cinematografica tradizionale. Porta però sullo schermo un’energia straordinaria, ereditata dal music hall e dalla revue. I suoi personaggi sono donne popolari, eccentriche, spesso disilluse o ironiche, domestiche, locandiere, ubriache dal cuore tenero o aristocratiche decadute. Figure sempre vive, mai puramente comiche, attraversate da un fondo di malinconia.
Il cinema arriva davvero per lei solo dopo la guerra, quando il realismo britannico apre spazio ai caratteristi. In Brighton Rock (1947) e Passaporto per Pimlico (1949) offre ritratti vividi di donne del popolo, eccentriche e combattive. La svolta decisiva giunge nel 1959 con La strada dei quartieri alti: nel ruolo di Elspeth, donna sola e alcolizzata, costruisce un personaggio tragico e ironico insieme che le vale la nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista e la impone all’attenzione internazionale.
Negli anni successivi alterna cinema britannico e hollywoodiano, imponendosi come una delle più riconoscibili caratteriste inglesi sullo schermo. È la signora Cratchit nel Canto di Natale di Dickens Lo schiavo dell’oro (1951), la barista in Merletto di mezzanotte (1960), la domestica Ellen in Mary Poppins (1964), la vivace nobildonna amica di Debbie Reynolds in Voglio essere amata in un letto d’ottone (1964), l’eccentrica proprietaria della villa di Doris Day in Non disturbate (1965) e di nuovo la cameriera per Walt Disney in Il più felice dei miliardari (1967).
Anche nel doppiaggio lascia un segno inconfondibile: presta la voce a Madame ne Gli Aristogatti e alla severa zia Bisbetica in Brisby e il segreto del NIMH (cartone che ha traumatizzato almeno due generazioni).
Hermione Baddeley muore a Los Angeles il 19 agosto 1986, a settantanove anni, in seguito a un ictus.
Eccoci giunti al termine del viaggio. Come vi dicevo mi aveva lasciato un po' amareggiata non trovare le loro vite raccontate, nemmeno su siti americani. Ho avuto la fortuna di poter leggere le loro autobiografie e biografie, e mi sono resa conto che certe loro avventure meritavano un posto in questa "rete larga quanto il mondo".
E se anche voi oggi rivedendole ricorderete qualche aneddoto della loro vita, beh, la mia missione allora sarà compiuta.
Alla prossima!
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