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Se c’è una serie che ha segnato la mia adolescenza, quella è stata Dawson’s Creek.
In realtà per anni l’ho considerata un capitolo chiuso. Una di quelle storie legate a un’età precisa, a un momento della vita che resta lì, con le sue emozioni enormi, i suoi pomeriggi davanti alla televisione, i suoi personaggi diventati familiari quasi senza accorgersene.
La stessa cosa, anni dopo, mi sarebbe successa con altre serie generazionali come Gossip Girl o Glee: le ho amate, le ho seguite, le ho associate a un periodo molto specifico, e poi le ho lasciate al loro posto.
Poi però la prematura scomparsa di James Van Der Beek ha fatto rientrare Dawson’s creek a gamba tesa nella mia vita. All’inizio mi sono detta “Guarderò il primo episodio”, un piccolo gesto per onorare la sua memoria.
Poi, naturalmente, l’episodio è diventato un altro. E poi un altro ancora.
A convincermi a proseguire non è stata soltanto la nostalgia. Quella c’era, inevitabile, soprattutto per chi ha conosciuto la serie su Italia 1, quando gli episodi andavano aspettati, registrati, recuperati con pazienza. C’era il ricordo di un modo di guardare la televisione che oggi sembra lontanissimo: niente piattaforme con stagioni intere a disposizione e maratone decise all’improvviso. Dawson’s Creek apparteneva a un’altra epoca, e non solo per la tecnologia. Anche l’adolescenza che raccontava aveva un passo diverso: più trattenuta, più tutta nella testa. I personaggi parlavano moltissimo, analizzavano tutto, trasformavano ogni sentimento in una questione enorme. E a quell’età, in fondo, lo era davvero.
Ma il motivo per cui sono rimasta, puntata dopo puntata, è stato un altro. Il cinema.
Rivedendo Dawson’s Creek oggi, mi sono accorta che il cinema non è solo una passione di Dawson o un tratto caratteristico del protagonista. È una delle chiavi con cui la serie guarda il mondo. Dawson cita i film, li guarda, li studia, li usa per interpretare ciò che gli succede. Prima ancora di capire davvero l’amore, l’amicizia, il desiderio, la delusione o la perdita, prova a riconoscerli attraverso le immagini che ha già visto sullo schermo.
E lì, per me, la serie ha assunto un ruolo diverso.
Non era più soltanto il teen drama della mia adolescenza, con il pontile, Joey che entra dalla finestra, Pacey che ruba progressivamente la scena e Jen che porta a Capeside qualcosa di più adulto e irrisolto. Era anche una storia sul modo in cui il cinema può diventare una lingua privata, un rifugio, una lente, perfino una vocazione.
Per questo ho pensato che Dawson’s Creek potesse trovare posto qui, in un blog dedicato al cinema classico americano. Non per forzare un legame, ma perché quel legame è già dentro la serie. Nei film che Dawson guarda in camera, nei classici che vengono discussi a scuola, nelle battute che richiamano Frank Capra, Il buio oltre la siepe, Il mago di Oz e tanti altri. E in un’idea più profonda: quella di un ragazzo che, prima di riuscire a vivere davvero, prova a capire la vita attraverso il cinema.
Di cosa parla davvero Dawson’s Creek
La storia è ambientata a Capeside, una cittadina immaginaria del Massachusetts affacciata sull’acqua, con case vicine, pontili, barche, scuola, famiglie che si conoscono da sempre e quell’aria sospesa delle province americane raccontate dal cinema e dalla televisione: abbastanza piccola da far sembrare ogni scelta definitiva, abbastanza lontana dal resto del mondo da trasformare la fuga in un sogno ricorrente.
Nella realtà, gran parte di quel mondo è stato costruito molto più a sud, a Wilmington, in North Carolina, e nei suoi dintorni. È lì che la serie ha trovato molti dei luoghi diventati familiari agli spettatori, dalle zone sull’acqua agli esterni di Capeside. Una scelta che ha dato alla cittadina immaginaria un’identità visiva precisa: luce morbida, legno, acqua, verande e orizzonti abbastanza aperti da far venire voglia di partire, ma abbastanza intimi da trattenere sempre un po’.
Accanto a lui c’è Joey Potter, l’amica di sempre. Vive dall’altra parte del Creek, entra nella sua stanza dalla finestra e conosce Dawson meglio di chiunque altro. Joey è concreta, sarcastica, ferita da una vita familiare complicata, spesso più adulta dei suoi anni. Se Dawson tende a trasformare la realtà in racconto, lei gli ricorda che la realtà esiste anche quando non somiglia affatto a un film.
Poi c’è Pacey Witter, che all’inizio sembra occupare il posto dell’amico irregolare, quello che scherza troppo, sbaglia spesso, non viene preso abbastanza sul serio. Con il tempo diventa uno dei personaggi che la serie impara a guardare meglio. Pacey ha una sensibilità meno dichiarata di quella di Dawson, meno teorica, ma spesso più immediata. Parte lontanissimo dall’eroe romantico, e forse proprio per questo finisce per portare nella storia qualcosa di meno idealizzato e più vivo.
L’arrivo di Jen Lindley rompe l’equilibrio. Viene da New York, porta con sé un passato che Capeside osserva con curiosità e giudizio, e introduce nella serie una nota più adulta. Per Dawson è subito immagine e desiderio. Per Joey è una minaccia. Per quel piccolo mondo è l’inizio della perdita di innocenza.
Attorno a loro si muovono famiglie fragili, la scuola, lavori dopo le lezioni, prime esperienze, tradimenti, riconciliazioni, sogni di college e partenze rimandate. Dawson’s Creek racconta l’adolescenza come un’età in cui tutto sembra assoluto perché non si possiedono ancora le proporzioni. Una cotta diventa destino, una bugia diventa catastrofe, una conversazione notturna può sembrare il punto di svolta di un’esistenza intera.
Vista oggi, questa intensità può far sorridere, a tratti perfino irritare. Ma è anche ciò che rende la serie ancora riconoscibile: Dawson’s Creek prende sul serio l’età in cui ci si sente ridicoli e tragici nello stesso momento.
Ed è qui che il cinema diventa essenziale. Dawson, più degli altri, cerca continuamente di mettere in scena quello che vive. Joey resta concreta, Pacey improvvisa, Jen porta il disordine della vita adulta.
Come nasce questa serie
Dawson’s Creek debutta negli Stati Uniti il 20 gennaio 1998 sulla WB, una rete giovane che in quegli anni stava cercando una propria identità precisa. In Italia, per molti di noi, l’incontro vero arriva su Italia 1, dove la serie sbarca in chiaro il 13 gennaio 2000, in prima serata.
A crearla è Kevin Williamson, che arriva in televisione dopo aver firmato la sceneggiatura di Scream, film che non ho mai visto perché non amo particolarmente gli horror.
Vi dico solo che quando mi hanno convinta ad andare al cinema a vedere The Ring ho passato buona parte del tempo a messaggiare con un’amica, che furbamente non era venuta, dicendole che avevo paura di avere un infarto. Quindi il mio rapporto con il genere, diciamo, non è esattamente da esperta.
Williamson, però, arriva a Dawson’s Creek con una grande consapevolezza dei codici del cinema e con una storia personale che sembra già contenere il primo nucleo della serie. Originario di Oriental, una piccola località balneare della North Carolina, era stato un adolescente ossessionato dai film e segretamente innamorato della brunetta che viveva più giù, dove finiva il fiume. In quell’immagine c’è già molto: l’acqua, la provincia, il ragazzo cinefilo, la ragazza vicina e irraggiungibile, il sentimento trasformato in racconto prima ancora di essere vissuto.
Con Scream, Williamson aveva giocato con le regole dell’horror, i cliché, le aspettative del pubblico. In Dawson’s Creek sposta quella stessa consapevolezza dentro un territorio diverso: un ragazzo che conosce il cinema talmente bene da cercare nei film un modo per dare ordine alla propria adolescenza.
Dawson Leery nasce da quel materiale autobiografico: è un adolescente che guarda la provincia come il luogo da cui partire e, allo stesso tempo, come il primo set possibile. Vuole diventare regista perché il cinema è la premessa del suo modo di stare al mondo: se la vita è confusa, dolorosa, piena di svolte che non si riescono a controllare, un film offre almeno l’illusione di poterla montare, ordinare, trasformare in una storia.
A interpretare Dawson è James Van Der Beek, che quando la serie debutta ha vent’anni.
Viene dal Connecticut, ha già fatto teatro, e con Dawson trova il ruolo che segnerà la sua carriera: un ragazzo sensibile, idealista, innamorato del cinema, capace di essere tenero e irritante quasi nella stessa scena. Dopo Dawson’s Creek continuerà a lavorare tra cinema e televisione, spesso giocando anche con la propria immagine. Per noi cresciute a Capeside, rivederlo in How I Met Your Mother nei panni di Simon, il primo amore canadese di Robin, aveva un sapore tutto particolare.
Katie Holmes, invece, di anni ne ha diciannove. Arriva dall’Ohio e ha già debuttato al cinema in Tempesta di ghiaccio di Ang Lee.
Joey Potter la rende subito riconoscibile: orgogliosa, sarcastica, malinconica, con quella postura da ragazza che ha imparato presto a difendersi. Dopo la serie passerà dal cinema indipendente di Schegge di April al grande pubblico di Batman Begins. E sì, la cito ancora: in How I Met Your Mother sarà Naomi, la famosa “zucca super sexy” inseguita per anni da Ted. Non posso farne a meno, è la mia serie preferita.
Joshua Jackson ha diciannove anni anche lui, ma per molti spettatori non è una faccia del tutto nuova: era già stato Charlie Conway in Stoffa da campioni.
Pacey gli permette però di costruire, stagione dopo stagione, uno dei personaggi più amati della serie. Negli anni successivi troverà soprattutto in televisione alcuni dei suoi ruoli più interessanti, da Fringe a The Affair. A me è piaciuto molto anche in Attrazione fatale, la serie tratta dal film di Adrian Lyne, dove raccoglieva un’eredità non proprio semplice.
Michelle Williams è la più giovane del gruppo: quando Dawson’s Creek debutta non ha ancora diciotto anni.
Jen Lindley le affida un personaggio difficile, perché arriva a Capeside già carica di giudizi, desideri e ferite che gli altri non sanno bene come leggere. Sarà lei, col tempo, a prendere la strada più prestigiosa, da Brokeback Mountain a Blue Valentine, da Manchester by the Sea a The Fabelmans. E poi c’è The Greatest Showman, che ho visto da poco: lei è adorabile, luminosa, e mi ha ricordato quanto sia bello ritrovare un volto conosciuto da ragazza in una carriera diventata così grande.
Le prime due stagioni restano quelle più direttamente legate all’impronta di Williamson. Dopo la seconda, il creatore lascia la guida quotidiana della serie per dedicarsi ad altri progetti. La quarta stagione porta la serie verso una fase più oscura e pesante. Vi confesso che, durante il rewatch, qualche episodio l’ho saltato: non avevo voglia di rivivere tutta quell’angoscia. Poi, a un certo punto, inevitabilmente arriva il diploma. E con il diploma arriva anche il sistema universitario americano, con i college disseminati per vari stati e la conseguenza più ovvia per una serie nata intorno a un gruppo di amici: Capeside non può più trattenere tutti.
Dawson parte per Los Angeles, mentre gli altri si ritrovano soprattutto a Boston, dove entra in scena anche Audrey, interpretata da Busy Philipps. La serie cambia aria, perde un po’ il perimetro rassicurante delle prime stagioni e segue i personaggi in una fase più adulta, anche se non sempre più lucida.
Da quella sala sceneggiatori passeranno nomi che poi ritroveremo spesso in televisione: Greg Berlanti, poi legato a Everwood e Arrow; Gina Fattore, che lavorerà a Una mamma per amica e Parenthood; Tom Kapinos, futuro creatore di Californication; e Jenny Bicks, tra Sex and the City e il film The Greatest Showman. Non male, per una serie che molti, all’epoca, liquidavano come un teen drama pieno di ragazzi che parlavano troppo!
Williamson tornerà poi per scrivere il finale in due parti, chiudendo il cerchio con la storia che aveva creato.
La stanza dei poster
Il rapporto tra Dawson e il cinema comincia nella sua camera. Per chi ha visto la serie, quella stanza è immediatamente riconoscibile: il letto, la finestra da cui Joey entra regolarmente in barba a qualsiasi norma sulla sicurezza domestica, e alla legittima paura di facilitare il lavoro ai topi d’appartamento, la testiera piena di fotografie, ritagli e immagini, e poi i poster alle pareti.
Mi chiedevo, si usa ancora appendere poster nella propria cameretta? Da ragazzina io avevo soprattutto cantanti: i Backstreet Boys, Ricky Martin, forse qualche altro reperto che oggi preferirei non dover giustificare. Solo perché la passione per il cinema classico non era ancora esplosa, altrimenti sono abbastanza sicura che avrei avuto gigantografie di Paul Newman, Rock Hudson e Gary Cooper.
Dawson, invece, aveva i poster dei film, principalmente di Spielberg come Hook, Il colore viola, Lo squalo. Lui non ha bisogno di dire ogni volta quanto ami il cinema, perché la stanza parla già per lui. Prima ancora delle sue battute e dei suoi cortometraggi, è quell’ambiente a raccontare lo sguardo di un ragazzo che passa più tempo a immaginare la vita che ad affrontarla senza filtri.
Durante il rewatch, con lo sguardo più attento, ho notato che quella camera non resta mai del tutto uguale. I poster, le immagini sulla testiera del letto e gli strumenti da regista cambiano ed evolvono con il protagonista. In certi momenti sembra traboccare di cinema; in altri, quando Dawson entra in crisi, si svuota, diventa più spoglia, perde quella densità di immagini che l’aveva resa così riconoscibile. È un rifugio, certo, ma anche il primo posto in cui il suo sogno di fare cinema comincia a prendere forma.
Il centro di tutto, naturalmente, è Steven Spielberg.
Dawson lo cita, lo idolatra, lo prende come modello assoluto. E dietro questa scelta c’è un legame molto diretto con Kevin Williamson. Williamson ha raccontato di essere stato, da ragazzo, innamorato del cinema di Spielberg. Aveva preso una cinepresa 8 mm perché aveva saputo che anche Spielberg ne aveva avuta una, girava piccoli horror in giardino con gli amici e poi montava il materiale nel bagno della nonna. In quel racconto Dawson si riconosce subito: il ragazzo con la cinepresa, gli amici trasformati in attori, il cinema imparato copiando i propri miti.
Quando arrivò il momento di costruire la camera di Dawson, Williamson scrisse direttamente a Spielberg per chiedergli il permesso di usare poster, gadget e materiali legati ai suoi film. Gli spiegò che anche lui era stato quel ragazzo, quello con la stanza piena di immagini, e che Dawson doveva poter essere rappresentato in quel modo. Spielberg accettò, con una sola condizione: nessun riferimento alla moglie e ai figli, tutto doveva restare legato a lui e al suo cinema.
La passione, poi, esce dalla camera. Dawson lavora in videoteca, frequenta un corso di cinema al liceo, gira cortometraggi, prepara documentari. Più avanti arriveranno Los Angeles, gli studi, la collaborazione con altri registi, il tentativo di trasformare quel mondo appeso alle pareti in una strada concreta.
Dawson inciampa spesso, anche nel cinema. Si illude, si ridimensiona, ricomincia. Le storie sentimentali cambiano, il cinema resta. Insomma, senza farvi spoiler, si può dire che la sua vera storia d’amore di Dawson sia sempre stata quella con il cinema.
I riferimenti al cinema
Riguardando Dawson’s Creek con la lente dell’appassionata di cinema, mi sono accorta che i riferimenti ai film classici sono essenzialmente di tre tipi.
Ci sono, prima di tutto, i film che entrano materialmente negli episodi: quelli che i personaggi guardano in televisione, quelli che appaiono per pochi secondi sullo schermo, quelli che vengono scelti per una serata al cinema. In questi casi il classico non è soltanto nominato, ma diventa parte della scena.
Poi ci sono i film che servono a interpretare qualcosa: un sentimento, una scelta, una crisi, un modo di stare al mondo. Qui il riferimento funziona come una piccola chiave di lettura. Capra racconta l’idealismo e le seconde possibilità, Il mago di Oz diventa un modo per parlare di casa e di crescita, il noir porta Dawson in una zona più ambigua di quella a cui è abituato.
Infine ci sono le citazioni vere e proprie: battute, titoli, nomi infilati nei dialoghi con naturalezza, a volte solo per pochi secondi. Passano veloci, ma dicono molto dell’ambiente culturale in cui Dawson’s Creek si muove e del modo in cui la serie usa il cinema come lingua quotidiana.
I film che si vedono davvero
Da qui all’eternità
From Here to Eternity, Fred Zinnemann, 1953
Stagione 1, episodio 3
Dawson è sul letto, nella sua camera, e sta guardando uno dei baci più celebri della storia del cinema: quello tra Burt Lancaster e Deborah Kerr sulla spiaggia di Da qui all’eternità, con le onde che li travolgono mentre il desiderio diventa pura immagine hollywoodiana.
In quel momento sta pensando a Jen e al loro primo bacio. Vorrebbe che fosse così: romantico, travolgente, indimenticabile. E siccome è Dawson, prima ancora di viverlo, lo immagina attraverso un film. Guarda Lancaster e Kerr e cerca lì qualcosa che lo aiuti a dare forma a quello che sente, ma che nella vita reale non sa ancora bene come affrontare.
Arriva John Doe
Meet John Doe, Frank Capra, 1941
Stagione 1, episodio 8 / Stagione 2, episodio 17
(di questo film ne ho parlato qui)
Dawson è nella sua camera, telecomando in mano. Fa zapping, passa da un canale all’altro, finché decide di fermarsi sui classici americani. Sullo schermo compaiono Gary Cooper e Barbara Stanwyck in Arriva John Doe, uno dei titoli più importanti di Frank Capra.
Il film viene menzionato di nuovo durante una lezione di cinema. Jen critica Capra: secondo lei i suoi personaggi sono troppo irrealistici. Dawson, naturalmente, lo difende. E lo fa proprio citando Arriva John Doe: il personaggio di Gary Cooper, dice, protesta contro la condizione dell’uomo comune.
Autumn Leaves, Robert Aldrich, 1956
Stagione 2, episodio 7
I ragazzi sono a casa di Chris Wolfe per studiare, ma Pacey, prevedibilmente, finisce davanti alla televisione e comincia a fare zapping. A un certo punto sullo schermo appare Joan Crawford.
La scena dura pochissimo, ma a me basta. Parte immediatamente la caccia al titolo.
Il problema è che non si vedono altri attori, e di solito sono proprio i volti di contorno il dato che incrocio per risalire a un film. Qui posso basarmi solo su due cose: il bianco e nero, che con Joan Crawford aiuta fino a un certo punto, visto che riguarda ahimè la stragrande maggioranza dei suoi film, e il suo aspetto. Non siamo ancora nell’epoca di Che fine ha fatto Baby Jane?, ma siamo sicuramente molto lontani dalla Crawford di Donne.
Insomma, cerca che ti ricerca, il film si rivela essere Foglie d’autunno, melodramma del 1956 diretto da Robert Aldrich. Ed è una scoperta che mi ha divertita anche perché il titolo era già nella mia lista: uno di quei film che ti riprometti di vedere, poi rimandi, poi all’improvviso ti ricompare davanti dentro una puntata di Dawson’s Creek.
Mr. Smith va a Washington
Mr. Smith Goes to Washington, Frank Capra, 1939
Stagione 2, episodio 8
(di questo film ne ho parlato qui)
Dawson e Pacey stanno guardando Mr. Smith va a Washington. Sullo schermo c’è James Stewart, e a Pacey viene spontaneo pensare a Dawson.
Dawson ha qualcosa di quel personaggio: il bravo ragazzo che crede nelle proprie idee e prova a difenderle anche quando intorno a lui tutti sembrano remare in un’altra direzione.
Nel film di Capra lo scontro è con un sistema molto più grande di lui; per Dawson, più spesso, il “sistema” è l’omologazione dei coetanei, la spinta a diventare più cinico, più disincantato, meno fedele alla propria idea romantica del mondo.
Dieci piccoli indiani
And Then There Were None, René Clair, 1945
Stagione 2, episodio 11
(di questo film ne ho parlato qui)
Ed eccoci con un altro caso misterioso da risolvere. Siamo nella classe di Dawson, durante una presentazione dedicata al murder mystery, e sullo schermo viene mostrato un film costruito proprio intorno alla ricerca di un colpevole. Dawson lo usa come parte del suo lavoro, quindi il riferimento è perfettamente in tema con l’episodio.
Appena vedo Barry Fitzgerald e Judith Anderson, però, ho un sussulto. Come poteva essere che ci fosse un film con loro due che non avevo ancora visto? A quel punto scatta la caccia.
Risalgo così a Dieci piccoli indiani, adattamento del 1945 diretto da René Clair dal romanzo di Agatha Christie. E la cosa mi diverte ancora di più perché, dentro una puntata costruita sul mistero, anche il film da identificare diventa a sua volta un piccolo enigma da risolvere.
La signora di Shanghai
The Lady from Shanghai, Orson Welles, 1947
Stagione 3, episodio 5
Dawson deve scrivere un saggio sul noir e sta guardando La signora di Shanghai, ma il film gli sfugge. Non riesce a entrarci, a capirne davvero le logiche.
A spiegargliele arriva Pacey, e lo fa con una lucidità quasi sorprendente. Gli dice che il noir è cinema del cinismo, e che un degno figlio di Spielberg come Dawson non può sentirsi troppo a suo agio in un mondo moralmente ambiguo, popolato da antieroi duri e femme fatales pronte a trascinare qualcuno nella rovina.
Pacey, invece, in quel mondo ci si riconosce eccome. Si definisce quasi la prova vivente del protagonista fallibile: quello che sbaglia, si lascia tentare, capisce tardi, finisce nei guai pur vedendoli arrivare.
Dawson si chiede come faccia il personaggio di Welles a non accorgersi della trappola che gli stanno preparando. Pacey gli risponde che non tutti sono immuni al richiamo della carne come Dawson, e non tutti sceglierebbero sempre rapporti emotivi tenui e rassicuranti al posto di qualcosa di più fisico.
Il diritto di uccidere
In a Lonely Place, Nicholas Ray, 1950
Stagione 5, episodio 16
Dawson e Joey vanno a vedere In a Lonely Place, che dà anche il titolo originale all’episodio. Joey gli chiede di cosa parli, e Dawson le racconta di Humphrey Bogart: uno sceneggiatore in difficoltà, accusato di omicidio, dentro una storia noir che però non si lascia chiudere facilmente dentro il genere.
A questo punto della serie, Dawson sta cercando davvero una sua strada nel cinema. Il film che va a vedere con Joey parla proprio di uno sceneggiatore, di una colpa incerta, di una storia ambigua. Siamo lontani dai poster rassicuranti della sua camera, e anche questo racconta bene quanto sia cambiato il suo sguardo.
Quando i film aiutano a leggere la vita
Frank Capra
Stagione 1, episodio 5
Il riferimento a Frank Capra arriva in uno degli episodi più belli della prima stagione, quello dell’uragano.
Nella puntata in cui Capeside si prepara ad affrontare un uragano e tutti si chiudono in casa, Dawson si trova costretto a guardare da vicino qualcosa che non riesce ad accettare: la crisi dei suoi genitori. Per un ragazzo che ha sempre immaginato la propria famiglia come un punto fermo, vedere Mitch e Gail così fragili è una ferita enorme. Dawson vorrebbe che le persone che ama restassero dentro il ruolo rassicurante che lui ha assegnato loro, e invece la realtà entra in casa con la stessa forza del temporale.
A parlargli è la nonna di Jen, per tutti Grams. Per avvicinarlo sceglie il terreno su cui Dawson si sente più al sicuro: il cinema. Mentre lo aiuta a sistemare il diorama distrutto, gli racconta quanto ami i film di Frank Capra.
Nella versione originale cita La vita è meravigliosa, Mr. Smith va a Washington e Angeli con la pistola; nel doppiaggio italiano, invece, i titoli diventano La vita è meravigliosa, È arrivata la felicità e Accadde una notte. Grams parla di “semplici desideri esauditi, aspirazioni realizzate”, e poi aggiunge che nei film di Capra, per quanto un personaggio possa cadere giù dal piedistallo, ottiene sempre una seconda possibilità.
È esattamente ciò di cui Dawson ha bisogno in quel momento. Grams non gli offre una soluzione, gli offre un modo per guardare la crisi senza pensare che tutto sia perduto. Anche le persone che amiamo possono sbagliare, deluderci, cadere dall’immagine che avevamo costruito per loro. E forse, come nei film di Capra, questo non cancella necessariamente la possibilità di ricominciare.
Il mago di Oz
The Wizard of Oz, Victor Fleming, 1939
Stagione 4, episodio 4
(di questo film ne ho parlato qui)
Il riferimento a Il mago di Oz arriva al ristorante, durante una conversazione tra Dawson e Gretchen, sorella maggiore di Pacey nonché una delle prime cotte di Dawson.
Gretchen racconta di aver seguito un corso di cinema al college e di aver scoperto lì una lettura molto diversa della frase che tutti ricordano: “There’s no place like home”, in italiano “Nessun posto è bello come casa mia”. Secondo il suo insegnante era una delle battute più fasulle del cinema hollywoodiano, perché a guardare bene il film stona con il resto della storia.
La casa di Dorothy è un posto grigio, polveroso, desolato, dove una vecchia signora orribile vuole portarle via il cane. Oz, completa Dawson, è in Technicolor. Certo, anche Oz ha i suoi problemi: i campi di papaveri, le scimmie volanti, gli alberi parlanti. Però lungo la strada Dorothy incontra amici che non avrebbe mai conosciuto restando dov’era, e insieme a loro capisce che molte delle cose che credeva di dover cercare erano già dentro di lei.
È una riflessione bellissima perché prende il film più rassicurante dell’immaginario americano e lo guarda da un’altra angolazione. La frase sul ritorno a casa resta nella memoria di tutti, ma Gretchen sposta l’attenzione sul viaggio, sugli incontri, sulla possibilità che crescere significhi anche allontanarsi da ciò che conosciamo per scoprire parti di noi che a casa sarebbero rimaste invisibili.
Psyco
Psycho, Alfred Hitchcock, 1960
Stagione 5, episodio 9
Dopo una serata al cinema davanti a un brutto slasher, quei film horror costruiti intorno a un assassino che elimina le sue vittime una dopo l’altra, Joey, Jack e Pacey si ritrovano a parlare di paura.
Jack sostiene che le cose davvero spaventose siano quelle che potrebbero accadere sul serio, ed è per questo che Hitchcock funziona ancora così bene. Joey, però, lo riporta subito a Norman Bates: in fondo quante possibilità ci sono di incontrare un uomo che va in giro vestito come la madre, peraltro non proprio ben conservata?
Lo confesso: nemmeno io sono una grandissima fan di Psyco. Ne riconosco ovviamente l’importanza, la costruzione della tensione, la potenza di alcune scene, e dentro c’è anche il mio amato John Gavin, quindi non potrei mai liquidarlo con troppa leggerezza. Però capisco bene la battuta di Joey. Psyco è entrato talmente tanto nell’immaginario collettivo da diventare il titolo inevitabile ogni volta che si parla di Hitchcock e paura, anche quando qualcuno prova a riportarlo, con molta praticità, alla sua stranezza più evidente.
Quando basta una citazione
E poi ci sono loro: le citazioni che passano veloci, magari nel mezzo di una battuta, e che ti fanno venire voglia di mettere in pausa per controllare se hai sentito bene.
Qui Dawson’s Creek si diverte di più. Prende un titolo, un personaggio, una frase famosa, e li infila nel dialogo senza troppe cerimonie. A volte il riferimento è chiarissimo, altre volte si perde un po’ nella traduzione italiana.
Viale del tramonto
Sunset Boulevard, Billy Wilder, 1950
Stagione 1, episodio 6
(di questo film ne ho parlato qui)
Grams chiama Dawson “Mr. DeMille” mentre lui cerca di filmare il parto di Bessie. La mente va subito a Viale del tramonto e Gloria Swanson che si rivolge al suo regista: “Sono pronta per il primo piano Mr. DeMille”. Basta il nome del grande regista-produttore per fotografarlo subito: Dawson è il ragazzo con la cinepresa, convinto che ogni momento possa diventare una scena.
Un tram che si chiama desiderio
A Streetcar Named Desire, Elia Kazan, 1951
Stagione 3, episodio 1
(di questo film ne ho parlato qui)
Dopo l’incidente con la barca, Eve dà a Dawson tutte le mance che lei e le sue amiche ballerine sono riuscite a raccogliere per aiutarlo a pagare i danni. Pacey, davanti alla scena, commenta: “Mai sottovalutare la gentilezza delle spogliarelliste”.
La battuta rielabora una delle frasi più celebri di Blanche DuBois, “Ho sempre fatto affidamento sulla gentilezza degli sconosciuti”, portandola in un territorio decisamente meno tragico e molto più irriverente. È una citazione lampo, ma funziona proprio per lo scarto: da Tennessee Williams alle mance raccolte per riparare una barca distrutta.
Eva contro Eva
All About Eve, Joseph L. Mankiewicz, 1950
Stagione 3, episodio 5
(di questo film ne ho parlato qui)
Dawson e Pacey sono appostati per capire qualcosa di più su Eve. Dawson chiede a Pacey se la situazione non lo infastidisca, e Pacey risponde giocando sul titolo originale del film: “What? That we don’t know All About Eve?”. In italiano il gioco si perde un po’, perché il film da noi è Eva contro Eva, mentre il senso della battuta sarebbe letteralmente “tutto su Eve”.
La gatta sul tetto che scotta
Cat on a Hot Tin Roof, Richard Brooks, 1958
Stagione 3, episodio 15
(di questo film ne ho parlato qui)
Pacey cita i “mostri senza collo” riferendosi ai figli di sua sorella. La frase arriva direttamente da La gatta sul tetto che scotta, dove i “no-neck monsters” sono i bambini chiassosi e invadenti che abitano il mondo familiare di Brick e Maggie.
Il buio oltre la siepe
To Kill a Mockingbird, Robert Mulligan, 1962
Stagione 4, episodio 23
(di questo film ne ho parlato qui)
Dawson racconta a Jen che, prima del suo arrivo a Capeside, lui, Joey e Pacey avevano tutti paura di Grams e si tenevano alla larga da casa sua. A quel punto Jen coglie al volo il riferimento e risponde: “Immagino che questo faccia di me il Boo Radley della situazione, no?”.
Il paragone è buffo, perché parte da Grams e dalla sua casa, quasi fosse il luogo misterioso del quartiere. Ma funziona anche per Jen, arrivata a Capeside con un passato che gli altri hanno iniziato a immaginare e giudicare prima ancora di conoscerla davvero. Boo Radley, nel film, è la figura osservata da lontano, caricata di paure e fantasie.
Mr. Brooks e il cinema come eredità
Arthur “A.I.” Brooks entra nella vita di Dawson nella quarta stagione, allo yacht club. È un anziano scorbutico, poco interessato a rendersi simpatico, e a interpretarlo è Harve Presnell, attore che arrivava davvero da un altro pezzo di Hollywood: nel 1964 era stato Johnny Brown in Voglio essere amata in un letto d'ottone (The Unsinkable Molly Brown), accanto a Debbie Reynolds.
Per ripagarlo di un danno, Dawson si offre di fare alcuni lavoretti per lui. È così che comincia a entrare nel suo mondo e scopre che Brooks ha un passato da regista nella vecchia Hollywood.
Brooks parla di film chiamandoli ancora “pictures”, e questo già basta a collocarlo in un’idea di cinema più antica, quella in cui il grande schermo sembrava davvero un posto importante.
Dawson vuole realizzare un documentario su di lui, ma Brooks non è un soggetto facile. È diffidente, tagliente, pieno di spigoli. Accetta di farsi filmare solo imponendo le sue condizioni: credito da produttore sopra il titolo e Dawson regista “solo di nome”, come Fleming in Via col vento
Da lì in poi, intorno a Brooks il cinema affiora continuamente. Lo si sente nel modo in cui parla, nei titoli che cita, nel suo rapporto con una Hollywood che sembra appartenere a un’altra epoca. Anche quando Jack scopre che Grams lo sta frequentando, commenta che la situazione sta diventando una specie di Sul lago dorato: una battuta leggera, ma perfetta per un arco narrativo fatto di vecchiaia, testardaggine e affetto arrivato tardi.
Il cuore del suo arco è però Turn Away, My Sweet, il film che Brooks aveva girato da giovane. Dawson scopre che anche lui, molti anni prima, è stato ferito da una triangolazione sentimentale: la donna che amava lo ha lasciato per il suo migliore amico. Brooks non ha mai davvero superato quella ferita. L’ha portata con sé fino a trasformarla in durezza, isolamento, rancore.
Per Dawson, che conosce fin troppo bene il dolore di sentirsi messo da parte, Brooks diventa una specie di avvertimento. Gli mostra cosa può succedere quando una delusione resta ferma per anni, quando l’amarezza diventa identità. Il documentario, allora, smette di essere solo un progetto da aspirante regista: diventa il modo in cui una storia rimasta chiusa troppo a lungo torna finalmente a circolare.
Nel momento dell’addio, arriva anche Andy Griffith nei panni di un uomo legato al passato di Brooks. Dawson gli chiede consiglio su una decisione dolorosissima, e lui gli risponde con una frase presa da Miracolo nella 34ª strada: la fede è credere in qualcosa quando il buon senso ti direbbe di non farlo.
Brooks lascia a Dawson una storia, un avvertimento e anche un’eredità concreta, che finirà per cambiare il futuro suo e quello di Joey. Con lui il cinema smette di essere solo passione adolescenziale e diventa memoria, rimpianto, lascito. Dawson aveva iniziato guardando i film dalla sua camera; attraverso Brooks capisce che dietro ogni film può esserci una vita intera.
Tornare a Capeside
Riguardare Dawson’s Creek oggi significa fare i conti con una serie lontanissima dal nostro presente. Io pensavo di ritrovare soprattutto un pezzo della mia adolescenza, e invece ho scoperto anche un piccolo atlante cinefilo, molto più ricco di quanto ricordassi. Film visti in camera, citazioni infilate nei dialoghi, vecchi classici usati per parlare di desiderio, famiglia, paura, delusione, seconde possibilità.
Poi è successo anche un altro piccolo “miracolo”, se lo vogliamo chiamare così. Credevo sarebbe stato doloroso rivedere la serie sapendo la prematura scomparsa di James Van Der Beek. Ne ero matematicamente certa perchè so che Friends non sono ancora riuscita a rivederlo dalla morte di Matthew Perry nel 2023 e la stessa cosa è accaduta con Full-House e la scomparsa di Bob Saget nel 2022. Invece qui ho avuto la sensazione di essere riportata in una bolla, dove tutto andava bene e soprattutto dove quei 4 ragazzi sono ancora lì, in un tempo sospeso dove li avevo lasciati.
Alla fine mi sono accorta che Dawson’s Creek era rimasto nella memoria non solo perché apparteneva a un’età precisa, ma perché aveva raccontato molto bene quel momento della vita in cui si ha ancora bisogno di credere che le storie possano aiutarti a capire chi sei.
Per questo mi sento di consigliarne il rewatch, e anche la scoperta a chi non l’ha mai vista. Certo, è una serie figlia di un’altra epoca, e si vede. Ma se le si concede il suo tempo, restituisce molto: un modo diverso di raccontare l’adolescenza, personaggi che restano addosso, e un rapporto con il cinema che oggi, rivisto con occhi adulti, sorprende davvero.
Al momento Dawson’s Creek è disponibile gratuitamente su Infinity. Per chi l’ha amata, può essere l’occasione per tornare a Capeside con uno sguardo diverso. Per chi non l’ha mai vista, forse il momento giusto per scoprire perché quel ragazzo che sognava il cinema ha lasciato un segno molto più profondo di quanto, allora, avremmo saputo spiegare.
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- lunedì, giugno 29, 2026
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