Io e l'uovo: Claudette Colbert e il sogno di ricominciare in campagna
lunedì, febbraio 02, 2026C’è un film di cui, secondo me, non si parla abbastanza. Io e l’uovo non pretende di stare nelle liste dei “film da vedere prima di morire”, non chiede rivalutazioni solenni né riconoscimenti postumi. È una commedia del suo tempo, riuscita, popolare, fatta per piacere. Eppure è anche una piccola perla che merita di essere ricordata, forse ancora di più oggi, quando rischia di essere liquidata in fretta come qualcosa di semplicemente “carino”.
All’epoca è stato un successo enorme, ha
generato personaggi amatissimi, una lunga scia di film derivati e
imitazioni, ed è nato da una scommessa molto precisa di Hollywood nel
dopoguerra: trasformare una storia vera, raccontata con ironia e fatica
quotidiana, in un racconto capace di far ridere senza dimenticare da
dove veniva. Dentro c’è una protagonista che non sbaglia un colpo, uno
studio che sta cercando una nuova identità, una vita di campagna
ricostruita in teatro di posa, e persino una costumista fondamentale la
cui storia personale prende una piega tragica proprio in quei mesi.
È
un film che sembra leggero, e lo è, ma sotto quella leggerezza tiene
insieme molte più cose di quanto sembri a prima vista. Ed è questo,
forse, il motivo per cui vale la pena fermarsi a guardarlo davvero.
La
cosa più bella è che non serve rimandare: in fondo all’articolo trovate
il film pronto da vedere, per entrarci subito, senza filtri, e
lasciarvi accompagnare dal suo ritmo, dai suoi personaggi e da tutto
quello che porta con sé.
Il titolo originale è The egg and i ed è un film del 1947 diretto da Chester Erskine, con protagonisti Claudette Colbert e Fred MacMurray.
La trama in breve: Betty e Bob MacDonald, appena sposati, decidono di lasciare la città per reinventarsi allevatori di polli in una valle rurale dello stato di Washington, convinti che la vita di campagna sia semplice e rigenerante. La realtà si rivela subito molto più caotica: una fattoria fatiscente, lavori senza fine, animali ingestibili e una galleria di vicini bizzarri, tra cui i memorabili Ma e Pa Kettle.
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| Alcune scene del film |
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| Immagini promozionali del film |
Nel 1946 la
Seconda guerra mondiale è finita da poco, i soldati rientrano, le
famiglie si ricompongono e la vita quotidiana riprende forma senza poter
dimenticare quello che è appena successo. La guerra resta addosso alle
persone, nelle case, nei silenzi, in una stanchezza profonda che emerge
solo adesso, quando non c’è più bisogno di resistere ma non si sa ancora
come tornare a vivere davvero.
In questo clima il cinema torna a
essere una delle abitudini più rassicuranti. Le sale si riempiono di
spettatori che cercano storie più vicine alla propria esperienza,
ambientate in case, uffici, paesini, con problemi che non riguardano il
fronte, ma il lavoro, il matrimonio, i soldi che bastano o non bastano,
la voglia di cambiare vita. Hollywood continua a funzionare come un
meccanismo compatto, con gli studios che tengono in mano la produzione
dall’inizio alla fine, ma fiuta subito che il pubblico risponde con
entusiasmo a personaggi riconoscibili, a racconti in cui la risata nasce
da situazioni quotidiane invece che da numeri spettacolari.
I libri
aiutano molto. Un memoir che ha venduto bene porta con sé lettori
affezionati, titoli sui giornali, un tono già definito. Per gli studios
significa partire con un terreno preparato. Tra la fine della guerra e
il 1946 arrivano in cascata progetti tratti da romanzi e autobiografie
recenti, spesso storie personali raccontate in prima persona che passano
dalla pagina allo schermo senza perdere quella sensazione di confidenza
con chi guarda.
Intanto a Hollywood qualcosa si muove anche dietro
le quinte. Nel 1946 la Universal Pictures si è appena fusa con la
International Pictures di William Goetz e dal matrimonio nasce la
Universal-International. La nuova casa di produzione vuole smettere di
essere conosciuta soltanto per i film di mostri, i serial e i titoli più
economici, e comincia a cercare soggetti che possano sembrare un po’
più importanti, curati nei dettagli, capaci di attirare pubblico e
rispetto.
Sul versante delle storie, l’America rurale torna utile. La
vita di campagna diventa lo scenario ideale per far incontrare due
mondi, chi arriva dalla città con le sue idee di efficienza e progresso e
chi vive da sempre tra pollai, fienili, vicini curiosi e lavori che non
finiscono mai. Da questo contrasto esce una comicità continua, fatta di
imprevisti pratici, gaffe, piccoli disastri agricoli che parlano a un
Paese in cui molti sognano, almeno per un momento, una vita più
semplice, lontana dal rumore dei grandi centri.
In mezzo a questo
intreccio di stanchezza del dopoguerra, voglia di leggerezza e curiosità
per le storie vere, comincia a circolare il libro di una donna che
racconta la propria fuga in campagna, un marito deciso a reinventarsi
contadino e, al centro di tutto, le galline.
Anne
Elizabeth Campbell Bard, che tutti chiamano Betty, nel 1927 è una
ragazza di Seattle iscritta al primo anno alla University of Washington.
Ha vent’anni, studia, vive in una città che conosce bene. A un certo
punto decide di lasciare l’università e sposare Robert Eugene Heskett.
Da lì in poi la sua vita prende una direzione molto diversa da quella
che sembrava prevista per lei.
La nuova casa è sulla penisola
olimpica, vicino a Chimacum, nello Stato di Washington. È campagna nel
senso più concreto del termine, con pioggia ostinata, strade di terra
che diventano fango, case lontane tra loro e giornate che cominciano
quando fuori è ancora buio. Betty si ritrova in una routine fatta di
bucati che non asciugano mai, galline da tenere in salute, recinti da
aggiustare. In mezzo a tutto questo nascono anche due figlie.
Dopo
quattro anni Betty capisce di non poter più continuare a vivere così.
L’isolamento, le difficoltà economiche e il rapporto con Robert la
portano a prendere la decisione drastica di lasciare il marito,
prendere le bambine e tornare a Seattle. In città ricomincia da capo,
passa da un lavoro all’altro, ma gli anni in campagna non spariscono. A
farli tornare in superficie sono soprattutto le riunioni di famiglia. A
tavola, con parenti e amici, Betty ricomincia a raccontare gli anni
fuori città come una lunga storia a episodi. Parte da un acquazzone, da
un attrezzo rotto, da una gallina particolarmente testarda e da lì
ricostruisce giornate intere. Le scene si riempiono di fango, pentole,
vicini curiosi, tentativi maldestri di tenere tutto sotto controllo. Chi
ascolta ride, le chiede di andare avanti, aspetta il seguito la volta
dopo.
È sua sorella maggiore Mary a dirle: «Perché non ci scrivi un
libro?» e così Betty inizia a raccogliere le sue memorie da giovane
moglie in campagna. L’editore J. B. Lippincott Company legge il
manoscritto e sceglie di puntare su di lei, un’esordiente con una storia
molto personale e un tono dichiaratamente comico. Nel frattempo Betty
si è risposata e ha preso il cognome MacDonald: quando è il momento di
pubblicare, nel 1945, Io e l'uovo esce in libreria il 3 ottobre con la
firma “Betty MacDonald” in copertina.
Le recensioni sono entusiaste,
il libro entra nelle liste dei best seller e per i due anni successivi
viene ristampato quasi ogni mese. Nel settembre 1946 raggiunge il
milione di copie vendute, festeggiato a Seattle con un pranzo ufficiale
in cui il governatore dello Stato di Washington, Monrad Wallgren, le
consegna una copia speciale del volume.Io e l'uovo supera i tre milioni
di copie e viene tradotto in trentadue lingue.
Con un caso
editoriale di queste dimensioni, Hollywood non tarda a bussare alla sua
porta. Nell’aprile 1946 la Universal-International, appena nata dalla
fusione tra Universal e International Pictures, annuncia di aver
acquistato i diritti cinematografici del libro. L’accordo prevede un
anticipo di centomila dollari, somma molto alta per l’epoca, più una
percentuale sugli incassi per Betty MacDonald. Nella stessa notizia
compaiono già i nomi pensati per il film: Claudette Colbert nel ruolo
della protagonista, Fred MacMurray come marito, Marjorie Main e Percy
Kilbride nei panni dei coniugi Kettle.
Dal libro al film
Quando la Universal-International ha in mano i diritti di Io e l'uovo sa bene di avere tra le dita un best seller amatissimo e una voce molto riconoscibile. L’obiettivo è trasformare il memoir di Betty MacDonald in una commedia romantica che possa parlare al pubblico del 1947 senza perdere del tutto quel misto di fatica e ironia che ha fatto la fortuna del libro. Per farlo lo studio decide di partire dalla scrittura e chiama due sceneggiatori che conoscono bene sia il teatro sia il cinema: Chester Erskine e Fred F. Finklehoffe.
Erskine arriva da Broadway,
ha firmato testi e produzioni teatrali prima di stabilirsi a Hollywood
come sceneggiatore. Finklehoffe porta in dote l’esperienza nelle
commedie musicali ed è reduce da un titolo come Meet Me in St. Louis,
che ha dimostrato come si possa tenere insieme sentimenti, umorismo e
quotidiano. I due lavorano fianco a fianco sull’adattamento di Io e
l'uovo e si assumono anche il ruolo di produttori, cosa che nel sistema
degli studios non è affatto scontata. Significa che non consegnano solo
la sceneggiatura e si fanno da parte, restano coinvolti nelle scelte
successive e possono difendere un certo tono fino al montaggio.
Il
primo intervento evidente riguarda il tempo del racconto. Nel libro
Betty parla del suo vissuto tra il 1927 e il 1931. Erskine e Finklehoffe
spostano la storia nel presente degli spettatori e fanno di Bob un
veterano appena rientrato dalla guerra che sogna una nuova vita in
campagna. È una modifica forte, che lega subito il film al clima del
dopoguerra e permette a molti spettatori di riconoscersi nell’idea di
“ricominciare da zero” dopo il fronte.
In parallelo, gli
sceneggiatori devono fare i conti con il Codice Hays. Il memoir di Betty
MacDonald non è scandaloso, ma ha momenti più ruvidi, accenni di
sensualità, stanchezze coniugali raccontate con una franchezza che sullo
schermo rischierebbe di urtare la censura. Nella trasposizione una
parte di questa asprezza viene smussata. Alcuni passaggi più terra-terra
spariscono, altri si alleggeriscono, e per compensare viene introdotto
un elemento che nel libro non esiste: un finto triangolo romantico.
Nasce
così il personaggio di Harriet Putnam, la vicina di fattoria elegante e
civettuola che entra nella storia come possibile rivale affettiva e
come tentazione per Bob. Nel memoir non c’è nessuna Harriet, ma nel
linguaggio hollywoodiano degli anni Quaranta la “altra donna” è quasi un
obbligo narrativo. Serve a mettere alla prova la coppia, a creare
equivoci, a offrire situazioni comiche e insieme a mantenere tutto entro
un orizzonte rassicurante. Il conflitto è sentimentale, non sociale, e
si risolve dentro i confini del matrimonio.
Dove la sceneggiatura
resta più fedele allo spirito di Betty MacDonald è nella comicità delle
faccende quotidiane. Erskine e Finklehoffe pescano a piene mani negli
episodi del libro in cui la protagonista cerca di cavarsela con i lavori
di campagna e li riscrivono pensando ai tempi del cinema.
Il
controllo di Erskine sul materiale non si ferma alla scrittura. La
Universal-International decide di affidargli anche la regia, scelta meno
ovvia di quanto sembri se si guarda la sua filmografia. All’epoca ha
diretto pochissimi titoli e in tutta la carriera firmerà solo sette
film, ma qui porta un vantaggio concreto: conosce la storia
dall’interno, ne ha deciso le svolte, sa quali punti vanno protetti.
Come co-sceneggiatore, co-produttore e regista può garantire una
continuità rara nello studio system, in cui di solito le sceneggiature
passano di mano più volte prima di arrivare sul set.
Già in fase di copione Erskine e Finklehoffe inseriscono
sequenze pensate apposta per sfruttare il linguaggio del cinema.
L’esempio più evidente è la scena iniziale dell’uovo rotto nel vagone
ristorante, un prologo inventato che non esiste nel libro e che serve a
introdurre con un sorriso l’idea che dietro ogni uovo, dietro ogni gesto
apparentemente semplice, ci sia un lavoro enorme e spesso invisibile. È
un modo rapido per annunciare il tema e collocare subito la
protagonista in una serie di contrattempi che il pubblico riconosce e
aspetta.
Se tra i nomi compare Claudette Colbert, io non ho dubbi: è il tipo di presenza che da sola mi fa dire “ok, questo lo guardo”.
All’anagrafe è Émilie Claudette Chauchoin, nasce nel 1903 a Saint-Mandé, alle porte di Parigi, e in casa la chiamano “Lily”, in omaggio a Lillie Langtry, attrice amatissima da sua madre. Da bambina attraversa l’Atlantico con la famiglia e cresce a New York, tra i negozi di dolciumi del padre e appartamenti condivisi. Lavora come stenografa, studia disegno, immagina un futuro fra tessuti e costumi più che davanti alla macchina da presa; poi arriva il teatro, qualche parte a Broadway, e da lì il cinema fa il resto.
Negli anni Trenta diventa una presenza fissa a Hollywood. È l’ereditiera in fuga di Accadde una notte (grazie al quale vince l’Oscar nel 1935), la Cleopatra di DeMille, il volto di Lo specchio della vita. Poi la ritroviamo in Tovarich, L’ottava moglie di Barbablù, La signora di mezzanotte, The Palm Beach Story, diretta da registi come Lubitsch, Sturges, Leisen: sempre donne intelligenti, moderne, spesso più lucide degli uomini che hanno accanto.
Nel 1947 non è più legata a uno studio solo, ha chiuso il lungo rapporto con la Paramount e lavora da free lance. Questo le permette di scegliere progetto per progetto e alla Universal-International consente una mossa semplice: costruire Io e l'uovo intorno a lei. La Betty MacDonald che vediamo sullo schermo è una donna di città affettuosa, veloce di testa, con una vena di snobismo involontario, catapultata in mezzo a fango, galline e vicini curiosi. È terreno perfetto per Colbert: usa le sopracciglia, le pause, le battute secche, ma anche il corpo, le cadute, le pentole che esplodono, i recinti che cedono. In mezzo al caos della fattoria, è sempre lei il punto fermo.
Se Betty ha il volto di Claudette Colbert, Bob è Fred MacMurray. È quel tipo di attore che sembra nato per interpretare uomini perbene: spalle larghe, sorriso aperto, l’aria del vicino di casa ideale più che del protagonista tormentato.
Prima di arrivare a Hollywood è soprattutto un musicista, suona il sassofono nelle orchestre da ballo, gira in tournée, passa per teatro e radio. Quando la Paramount lo mette sotto contratto negli anni Trenta, diventa in poco tempo uno dei volti fissi delle commedie romantiche: accanto a Carole Lombard, Marlene Dietrich, Rosalind Russell è il partner affidabile che fa da contrappunto alle dive. Nel 1943 è addirittura l’attore più pagato di Hollywood, perfettamente allineato all’immagine del “good guy”.
Poi arriva Billy Wilder con La fiamma del peccato (Double Indemnity, 1944): MacMurray accetta di interpretare un assicuratore omicida e quel ruolo aggiunge un’ombra interessante al bravo ragazzo di sempre.
Quando arriva Io e l'uovo porta tutto questo con sé. La Universal sceglie la versione rassicurante di MacMurray, ma sotto c’è l’attore che ha appena dimostrato di potersi permettere anche altro. Bob MacDonald è scritto sulla sua misura: affettuoso, pieno di entusiasmo, ma così testardo da non vedere le obiezioni della moglie.
Il film sfrutta anche una cosa preziosa: l’abitudine di lavorare con Claudette Colbert. Io e l'uovo è il sesto di sette film che li vedono insieme, da The Gilded Lily (1935) a No Time for Love (1943). Qui ritrovano la stessa intesa, solo spostata in campagna: lei porta il brio elegante e lo sguardo che vede mezzo metro più in là, lui il passo più pesante e l’entusiasmo che lo mette nei guai.
Ma c’è un’altra coppia, capace, ogni volta che entra in scena, di spostare i riflettori dai protagonisti. Ma e Pa Kettle. "Ma" ha il volto di Marjorie Main.
All’anagrafe è Mary Tomlinson, nata nel 1890 ad Acton, Indiana, figlia di un ministro di chiesa; quando decide di andare in vaudeville si reinventa come Marjorie Main per non mettere in imbarazzo la famiglia. Dopo anni di palcoscenico, anche Shakespeare, arriva a Broadway e poi al cinema, dove si specializza in donne energiche, ruvide, con quella voce graffiata che avete già sentito in Donne, Meet Me in St. Louis, Le ragazze di Harvey. In Io e l’uovo la Universal la prende in prestito dalla MGM e le affida Ma Kettle, matriarca scalcinata con una casa perennemente al collasso e un numero imprecisato di figli. Main ci si infila come se ci fosse nata: spettinata, apparentemente sopraffatta da tutto, ma con un istinto chiarissimo per le persone. Ogni sua entrata sposta l’attenzione, al punto da valerle l’unica candidatura agli Oscar del film come miglior attrice non protagonista e, poco dopo, una serie intera dedicata ai Kettle.
Accanto a lei c’è Percy Kilbride, il Pa Kettle che sembra vivere perennemente mezzo passo indietro rispetto al mondo.
Nato a San Francisco nel 1888, in una famiglia di origine irlandese, entra in teatro da ragazzino come call boy, il ragazzo che bussa ai camerini per chiamare gli attori in scena. Poi arrivano le piccole parti, le compagnie itineranti, la provincia, la East Coast, la parentesi della Prima guerra mondiale in Francia e, alla fine, Broadway. Nella versione teatrale di George Washington Slept Here inventa Mr. Kimber, il tuttofare che elenca i disastri domestici con faccia imperturbabile: Jack Benny racconta di aver riso così tanto da battersi con Jack Warner perché fosse lui a rifare il ruolo nel film.
Da lì il passaggio alla Universal e a Io e l'uovo è una conseguenza logica. In mezzo alle galline di Betty, Kilbride mette a frutto tutto quel lavoro: il suo Pa Kettle è alto, dinoccolato, con l’aria di uno che si è appena svegliato e nessuna fretta di mettersi in pari col resto del mondo. Parla poco, lascia che sia Ma a occupare l’aria, si limita a commentare i disastri come se fossero routine. È questa calma assoluta, incollata all’energia disordinata di Marjorie Main, a rendere la coppia così magnetica da spingere la Universal a costruirci sopra l’intera serie di Ma and Pa Kettle. La storia di Percy si chiude bruscamente nel 1964, dopo un incidente stradale a Hollywood che lo porta in ospedale per mesi; muore a 76 anni, ma per il pubblico resta per sempre quel marito lento e mite che non si scompone mentre il mondo dei Kettle cade a pezzi intorno a lui.
Louise Allbritton è Harriet Putnam, la vicina con casa nuova, trattore fiammante e un interesse fin troppo esplicito per Bob. Nata a Oklahoma City nel 1920 e cresciuta in Texas, studia all’Università dell’Oklahoma e poi al Pasadena Playhouse, finché la Universal la mette sotto contratto. Negli anni Quaranta diventa uno dei volti femminili di punta dello studio, soprattutto grazie a Son of Dracula (1943) con Lon Chaney Jr. In Io e l’uovo quella stessa eleganza un po’ misteriosa diventa “vamp di campagna”: ogni sua entrata in scena sposta l’asse verso la commedia romantica, tra sorrisi troppo lunghi e piccole gelosie di Betty.
Il maggiore dei figli Kettle, Tom, è Richard Long, qui poco più che ventenne. Nato a Chicago nel 1927 e cresciuto in California, viene notato mentre recita in uno spettacolo al liceo di Hollywood. International Pictures lo lancia in Tomorrow Is Forever (1946), dove incrocia già Claudette Colbert, e in The Stranger con Orson Welles. Dopo la fusione con Universal, Io e l'uovo diventa il suo quarto film e il primo vero ruolo da ragazzo di campagna sveglio e di buon cuore. Piace così tanto che la casa lo richiama nei sequel di Ma and Pa Kettle, prima che la televisione se lo prenda in serie come The Big Valley e Nanny and the Professor.
Attorno alla fattoria si muovono anche 3 stupende vecchiette.
Birdie Hicks, la vicina che spia da dietro le tende e non perde occasione per prendersela con i Kettle, soprattutto quando c’è da far notare quanto sono in disordine. A darle volto e voce è Esther Dale. Prima di arrivare al cinema ha studiato musica in Germania, ha cantato lieder con orchestre importanti, poi ha cambiato strada ed è passata al teatro di prosa, fino a trovare negli anni Trenta un posto stabile a Hollywood.
Il pubblico la conosce già bene: è zia Genevieve in Curly Top (Riccioli d’oro, 1935) con Shirley Temple, ed la madre di Carole Lombard in Il signore e la signora Smith di Hitchcock. In Io e l’uovo mette tutta questa esperienza in Birdie Hicks, pettegola di provincia che nessuno ama davvero, ma che, senza volerlo, rende ancora più simpatico il caos che vorrebbe rimettere in riga.
Accanto a lei c’è la madre, interpretata da Elisabeth Risdon, inglese di Londra, formazione alla Royal Academy of Dramatic Art e lunga esperienza tra teatro di Bernard Shaw, Broadway e cinema, dove invecchiando è diventata uno dei volti più affidabili per zie, vedove e matrone di varia estrazione. In Io e l’uovo è poco più di un’ombra alle spalle della figlia, ma bastano le sue uscite sul suo stato di salute a farla notare.
Infine c’è Emily, la vecchietta interpretata da Ida Moore. Nata ad Altoona, Kansas, nel 1882, arriva al cinema dopo una vita irregolare: canta nei cinema all’epoca del muto, va in tournée tra Inghilterra e Sudafrica, torna al teatro e per anni gestisce il ristorante di famiglia a Columbus, Ohio. Solo più tardi si stabilisce a Hollywood, diventando una presenza familiare nei ruoli di “vecchia signora” di contorno, in film come Il buon samaritano e Desk Set. In Io e l’uovo interpreta una donna svagata ma mai ridicola, che parla con un marito invisibile e occupa lo spazio con una naturalezza disarmante.
Le riprese di Io e
l'uovo iniziano nell’ottobre del 1946 e si concludono pochi mesi dopo,
ai primi di marzo 1947, quasi tutto dentro gli studios Universal a
Hollywood. La fattoria dei MacDonald e il casolare ancora più
sgangherato dei Kettle nascono lì, in teatro di posa e nel backlot,
senza un solo giorno di riprese nello stato di Washington. Bernard
Herzbrun ed Emrich Nicholson costruiscono tetti che perdono, porcili
infangati, cucine piene di pentole traballanti pensando sempre a una
cosa: devono essere credibili, ma devono anche “reggere” le gag,
permettere alle cadute e agli inseguimenti di funzionare senza ammazzare
gli attori. A complicare le cose c’è una popolazione di animali non
proprio docili. Il film richiede galline ovunque, un maiale battezzato
Cleopatra, una mucca in fiera, un cane che entra ed esce dai recinti.
Coordinare tutto è un piccolo incubo per la troupe. La scena in cui
Betty rincorre Cleopatra nel fango nasce da una serie di ciak in cui
Claudette Colbert finisce di nuovo nella porcilaia mentre il maiale si
ostina a non collaborare. Il nome Cleopatra è una strizzata d’occhio
chiarissima al suo ruolo per DeMille, solo che qui la regina non siede
su un trono ma affonda in un pantano. Colbert, famosa per l’eleganza e
per il controllo maniacale della propria immagine, accetta di buttarsi
nel fango con un’umiltà quasi sorprendente.
Lo stesso vale per il
momento in cui precipita dal tetto dentro una botte d’acqua. La caduta
dall’alto è affidata a una controfigura, ma il riemergere fradicia,
tossendo e sbracciandosi, è tutto suo. Sono situazioni inedite per lei,
abituata a salotti scintillanti più che a stufe che esplodono, ma il suo
senso del tempo comico tiene insieme tutto: litiga con la cucina
economica, scivola nel porcile, viene stritolata da partner di ballo
rozzi alla sagra e non perde mai del tutto la sua “aria da signora”.
Nel
frattempo Colbert non rinuncia alle sue abitudini di sempre. Tiene
moltissimo al suo lato sinistro, che considera quello buono. Milton
Krasner, alla fotografia, deve studiare angoli e movimenti di macchina
che le garantiscano il profilo preferito anche quando intorno ci sono
galline che schiamazzano e secchi di acqua sporca. Se riguardate il film
fateci caso: nelle inquadrature più importanti è quasi sempre il lato
sinistro del volto di Claudette a dominare l’inquadratura, come una
piccola costante in mezzo al caos.
A un certo punto arriva perfino la
vera Betty MacDonald. Lo studio la invita a Hollywood, la porta sul
set, la fa fotografare accanto a Claudette Colbert vicino alla macchina
da presa. È un gesto di cortesia ma anche un’ottima mossa
pubblicitaria.
Per promuovere il film lo studio chiede a Walter
Lantz, il creatore di Woody Woodpecker, di realizzare un breve cartoon
di tre minuti che parte come un normale film animato e finisce per
pubblicizzare Io e l'uovo . È un’idea insolita per l’epoca, un modo per
agganciare il pubblico dei cartoni e portarlo verso una commedia
ambientata tra galline e stufe difettose.
Costumi
In una
commedia così piena di fango, galline e tetti che perdono, i costumi
fanno un lavoro silenzioso ma decisivo. A tenerne le fila è Vera West,
che alla Universal ha vestito di tutto: mostri gotici, eroine dei
melodrammi, star del parco attori.
Prima di arrivare a Hollywood ha studiato alla Philadelphia School of Design, è passata dagli atelier di New York ed è stata allieva di Lady Duff-Gordon, la couturier che firmava “Lucile”. Per un periodo ha creato abiti su misura per una clientela molto ricca, con quelle sue celebri gonne di seta aderenti firmate semplicemente “Vera”. Poi qualcosa s’inceppa, lei lascia New York, va verso ovest e trova negli studios la sua casa per quasi vent’anni.
Alla Universal diventa direttrice del reparto costumi dal 1928 alla metà degli anni Quaranta, firma guardaroba per noir, horror, commedie, fino ad arrivare proprio a Io e l'uovo , che di fatto chiude la sua stagione in studio: poco dopo apre una boutique al Beverly Wilshire Hotel e comincia a vestirne le clienti “dal vero”, le mogli dei produttori e degli attori. La sua storia personale avrà un epilogo doloroso e pieno di punti interrogativi, ma qui la incontriamo nel momento in cui è ancora al centro del sistema, con una mano sicura e un gusto molto riconoscibile.
Su Claudette Colbert, West costruisce una linea che racconta tutta la traiettoria del personaggio. Betty parte con una camicia da notte raffinata, un tailleur cittadino, con cappellino e guanti che appartengono chiaramente al mondo urbano.
Man mano che la fattoria entra sotto pelle, le gonne vengono sostituiti da pantaloni più pratici, le giacche lasciano spazio a camicie a quadri, felpe e le scarpe col tacco sono messe da parte solo per la festa, rimpiazzate da mocassini e addirittura scarpe da tennis.
Le eccezioni sono l'abito da sposa indossato per l'anniversario, e i due ultimi outfit indossati quando va a trovare la madre.

Harriet Putnam, al contrario, è
l’immagine della fattoria riuscita. Louise Allbritton entra in scena con
soprabiti chiari, completi in ordine perfetto, foulard legati con
precisione, cappelli da “signora” più che da contadina. Ogni suo abito
ribadisce che lei è il volto lucido dell’agricoltura di successo: casa
nuova, trattore fiammante, nessuna traccia di fango sulle scarpe. Vera
West la usa come specchio di Betty: una è l’idea di campagna da
cartolina, l’altra è quella reale, con le macchie sui grembiuli e le
maniche arrotolate.

E poi c’è il mondo Kettle. I vestiti di Marjorie
Main sembrano crescere addosso a Ma come strati di vita accumulati:
grembiuloni consumati, stampe floreali scolorite, scialli buttati sulle
spalle, scarpe che hanno visto troppe stagioni. Niente è davvero
coordinato, e proprio per questo tutto è credibile. La povertà non è
caricata, è suggerita da tessuti stinti, cuciture rinforzate, toppe che
sbucano qua e là.
Se si guarda il film pensando ai costumi, Io e
l'uovo diventa una piccola mappa dell’America del dopoguerra: la città
che prova a farsi campagna, la campagna che sogna di sembrare più ricca,
la povertà che non si vergogna di mostrarsi. Vera West orchestra tutto
con una sicurezza che viene da anni di lavoro ancorati allo studio
system. Non cerca l’abito memorabile da diva, qui, ma fa una cosa più
sottile: dà a ogni personaggio esattamente i vestiti più adatti.

C’è
anche un dettaglio che rende Io e l'uovo particolare se lo guardiamo
dal punto di vista dei costumi: per Vera West è l’ultimo film per la
Universal. I suoi abiti per Betty, Bob, i Kettle e tutto il piccolo
mondo rurale del film sono frutto del lavoro fatto tra il 1946 e
l’inizio del 1947, proprio mentre la sua lunga stagione di costumista di
studio sta arrivando al capolinea. Quando il film esce in sala, però,
il suo nome non compare nei titoli di testa. È un’assenza stonata se
pensiamo a quanto ha contato per l’identità visiva della Universal. È
difficile dire quanto questo abbia pesato nelle sue scelte, ma è facile
immaginare che non le abbia fatto piacere, e forse ha contribuito alla
decisione di spostarsi verso la clientela privata, aprendo una boutique
al Beverly Wilshire e lavorando direttamente per le mogli dei “signori
degli studios”.
Pochi mesi dopo l’uscita del film, la storia di Vera
West si interrompe in modo brusco e doloroso: viene trovata morta nella
piscina di casa, in circostanze che i giornali dell’epoca raccontano con
molti dettagli e poche certezze. Lascia due biglietti in cui parla di
un ricatto che l’avrebbe perseguitata per oltre vent’anni, senza però
spiegare il motivo né fare nomi. Ufficialmente la morte viene archiviata
come suicidio, ma intorno al caso resta una zona grigia che nessuno ha
mai chiarito del tutto. Sapere che Io e l'uovo è l’ultimo lavoro che
firma per lo studio dà un colore diverso a quei grembiuli infangati, ai
vestiti stinti dei Kettle, ai tailleur di Claudette Colbert alle prese
con le galline: è come se, dentro una commedia rurale così leggera,
fosse rimasto intrappolato anche l’ultimo capitolo silenzioso di una
delle costumiste più importanti, e più misteriose, della Universal.
Location
Io e l'uovo è uno di quei film che
costruiscono un intero mondo “da lontano”. Nel prologo sul treno Betty
ci dice che stiamo andando nello stato di Washington, in una valle
chiamata Chestnut Center, ispirata alla vera Chimacum dove MacDonald ha
vissuto davvero. Vediamo il cartello “Center”, si nomina Seattle, l’aria
è quella del Pacific Northwest. Solo che, in realtà, non ci siamo mai
mossi dalla California.
Tutto nasce e vive dentro e intorno agli
studios Universal. Gli interni, la casa dei MacDonald, la baracca dei
Kettle, il vagone ristorante, vengono costruiti su uno dei palchi
principali, lo Stage 22, con scenografie modulari. Fuori, la fattoria è
nel backlot: facciata, pollaio, cortile infangato, un pezzo di bosco
fatto di alberi scenografici e cespugli piazzati a mano. Le “montagne
della Penisola Olimpica” sullo sfondo sono fondali dipinti e matte
painting, tecnica diffusissima all’epoca.
Qualche breve inquadratura
di colline e cieli può arrivare da materiale di repertorio, ma dura
pochi secondi. Il resto si svolge in spazi che, anche quando sembrano
aperti, restano sotto controllo totale dello studio. L’incendio del
fienile, per esempio, è girato di notte nel backlot, con impianti
antincendio pronti fuori campo; la pioggia sul tetto che perde arriva da
tubi e irrigatori, non dal cielo.
Questo controllo ha un prezzo.
Bosley Crowther, sul New York Times, nota che gli esterni “sanno di
studio” e che la satira sul ritorno alla terra avrebbe guadagnato molto
da una campagna vera. Se si guarda con occhio un po’ allenato, si
riconosce lo stesso boschetto in più scene, la stessa linea di montagne
all’orizzonte. Ma il pubblico del 1947 è abituato a queste convenzioni e
si lascia portare senza troppe domande in questa Washington di cartone.
Dentro questa geografia artificiale ci sono però tocchi molto concreti. La carrozza sgangherata dei Kettle arriva dal magazzino di oggetti Western degli studios: un calesse cigolante che Marjorie Main e Percy Kilbride trasformano in estensione del loro modo di stare al mondo. All’opposto, l’auto di Harriet Putnam è una Mercury Eight “woodie” del 1946, station wagon con fiancate in legno lucido, scelta apposta per gridare “soldi” e modernità ogni volta che appare.
Vicino a Chimacum, nello stato di Washington, una strada di campagna è stata ribattezzata “Egg and I Road”. È un piccolo gesto, ma chiude un cerchio, riportando il nome di quella storia proprio nei luoghi dove Betty MacDonald ha davvero rincorso galline e fatto i conti con il fango.
Il film debutta a Los Angeles il 21 marzo, con una première di gala il cui incasso va al Damon Runyon Cancer Fund. È il classico evento hollywoodiano da foto sui giornali, ma dietro c’è un dato semplice: la Universal è convinta di avere tra le mani qualcosa che può piacere a tutti. E infatti succede proprio questo.
Nei mesi successivi The Egg and
I si infila stabilmente nella lista dei maggiori incassi dell’anno, con
un risultato che per l’epoca è enorme. Per la Universal-International
diventa il titolo più redditizio di quel periodo e uno dei pilastri del
bilancio: una commedia ambientata in una fattoria che si ritrova in
mezzo a I migliori anni della nostra vita e Vita col padre nelle
classifiche di Variety.
Nel gioco dei premi, The Egg and I riesce a
farsi notare più di quanto si potrebbe immaginare per una commedia
contadina. Alla cerimonia degli Oscar del 1948 porta a casa una
candidatura pesante: Marjorie Main viene nominata come miglior attrice
non protagonista per Ma Kettle. È la sua prima e unica nomination, una
sorta di sigillo tardivo su anni di ruoli di contorno e sulla prova che
qui la porta definitivamente al centro dell’attenzione. La statuetta va a
Celeste Holm per Barriera invisibile, ma il fatto stesso che l’Academy
si accorga di una caratterista in un film popolare dice molto su quanto
il personaggio abbia colpito. Nello stesso periodo il film viene
segnalato dal National Board of Review tra i titoli più adatti al
pubblico familiare, entra fra i finalisti della Photoplay Medal votata
dai lettori e viene chiamato dal Lux Radio Theatre, che ne propone una
versione radiofonica con Colbert e MacMurray di nuovo al microfono. Sono
tutti segnali diversi che dicono la stessa cosa: The Egg and I è una
storia che il pubblico riconosce e vuole sentirsi raccontare più di una
volta.
L’effetto più evidente lo vediamo qualche anno dopo, quando la
Universal decide di seguire davvero il consiglio implicito dei
recensori e del pubblico: dare più spazio ai Kettle. Nel 1949 esce Ma
and Pa Kettle e da lì parte una piccola saga che dura quasi dieci anni,
nove film in tutto. Marjorie Main resta sempre Ma, Percy Kilbride è Pa
per sette episodi, poi passa il testimone. I budget sono contenuti, le
storie sempre più strampalate, ma gli incassi si sommano e, messi
insieme, aiutano sul serio a tenere in piedi lo studio nei primi anni
Cinquanta. Senza The Egg and I questo filone di “rural comedy” non
sarebbe mai decollato in quel modo.
Le onde lunghe arrivano anche
altrove. All’inizio degli anni Cinquanta la CBS prova a trasformare The
Egg and I in una serie televisiva quotidiana, con altri attori nei panni
di Betty e Bob, ma lo show dura poco. Più duratura è l’eco indiretta:
quando negli anni Sessanta la televisione americana comincia a riempirsi
di sitcom rurali, da Green Acres a The Beverly Hillbillies, l’idea di
base, gente di città catapultata in un mondo contadino assurdo e pieno
di vicini bizzarri, suona immediatamente familiare.
Non mancano le
zone d’ombra. Il ritratto dei Kettle come famiglia di montanari sporchi e
pigri ma adorabili fa arrabbiare alcune persone reali nello stato di
Washington che si riconoscono un po’ troppo e portano Betty MacDonald in
tribunale per diffamazione. La causa finisce con un nulla di fatto, la
giuria stabilisce che i personaggi sono abbastanza distanti da qualunque
modello preciso, ma la vicenda racconta bene quanto quei tipi comici
siano entrati nell’immaginario, al punto da convincere qualcuno che
“tutti pensano a noi quando vedono il film”.
Vicino a Chimacum, la
strada che passa accanto alla vera fattoria in cui Betty ha vissuto la
sua stagione da allevatrice di polli viene ribattezzata “Egg and I
Road”, come un piccolo promemoria fisico che collega di nuovo il libro,
il film e la realtà.
Quando ho deciso di parlare di Io e l’uovo, non
pensavo che ci fosse così tanto sotto la superficie. Mi sembrava una
commedia riuscita, popolare, una di quelle che funzionano e basta.
Invece, più andavo avanti, più il film si apriva: una storia vera
diventata scommessa di studio, personaggi capaci di lasciare una traccia
lunga, una costumista con un epilogo ingiusto che oggi pesa come un
dettaglio impossibile da ignorare.
E poi ci sono loro, i Kettle. Qui
lo dico senza schermature: io li adoro. E soprattutto adoro Marjorie
Main. Prende Ma Kettle e la spinge oltre la macchietta, la rende
ingombrante, rumorosa, scomoda, ma anche solidissima e viva. Ogni sua
entrata cambia l’equilibrio del film, come se trovasse all’improvviso il
suo centro di gravità. Non a caso, da lì nasce tutto il resto.
Riguardato
oggi, Io e l’uovo non è solo una “commedia carina”. Racconta con grande
precisione il dopoguerra americano: il desiderio di ricominciare,
l’illusione della vita semplice, il caos che ne deriva. È un film fatto
con mestiere e intelligenza, forse messo da parte proprio perché sembra
facile, quando non lo è affatto.
Se siete arrivati fin qui, è il momento di passare ai fatti. Guardarlo adesso è il modo migliore per chiudere il cerchio.
Il film potete vederlo comodamente qui:











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