Shakerato, non mescolato. Viaggio nei drink dei film classici pt. 8
lunedì, gennaio 26, 2026Quello che troverete qui non è una guida per intenditori, né un manuale da bar. È un piccolo viaggio tra miscele e memorie, nomi leggendari e storie dimenticate, con una regola sola: ogni cocktail deve avere almeno un’apparizione nel cinema classico. Sempre, sempre verificata. Da me, scena per scena. Il fatto che nel titolo ci sia scritto parte 8 rende abbastanza implicito che ci siano altri 7 articoli sul tema, e potete trovarli qui.
Ma ora non perdiamo altro tempo e tuffiamoci in queste nuove 4 storie.
1) Rob Roy
E se vi dicessi che il Rob Roy nasce grazie a un fuorilegge scozzese, un’operetta di Broadway e il bar di quello che, a fine Ottocento, è l’hotel più elegante di New York? No, non è una trovata pubblicitaria: è proprio così che succede.
Ma per raccontare questa storia dobbiamo fare un salto indietro. La nostra storia comincia molto prima, nel Seicento, e dalla parte opposta dell’oceano. In Scozia, tra le brughiere delle Highlands.
Robert MacGregor, detto Rob Roy, è uno di quei personaggi che fanno fatica a stare dentro le definizioni. Capo clan, contrabbandiere, spadaccino, devoto alla causa degli Stuart, la dinastia cattolica esiliata dal trono. Per gli inglesi è un problema; per il suo popolo, un simbolo. Viene arrestato, condannato alla deportazione, rinchiuso a Londra… ma non ci rimane a lungo.
L’anno dopo il suo arresto, nel 1723, esce un libro che cambia tutto. Si intitola "Highland Rogue" ed è una biografia romanzata che lo dipinge come un eroe romantico e selvaggio, pieno di dignità e spirito. Il pubblico lo adora. E il re, colpito anche lui, gli concede la grazia. Rob Roy torna a casa e muore qualche anno dopo, con una cornamusa che suona un lamento biblico e la sua famiglia intorno al letto. Più che una fine, un’ultima scena.
Il mito, però, è appena cominciato. Walter Scott gli dedica un romanzo nel 1817, Wordsworth una poesia. E nel 1894 arriva anche il momento di Broadway: l’operetta Rob Roy, scritta da Reginald De Koven e Harry B. Smith, debutta con grande successo e fa impazzire New York. La storia funziona: ha romanticismo, avventura, tartan e accento scozzese.
E proprio mentre lo spettacolo conquista la città, al bar del Waldorf Astoria, qualcuno decide di celebrare quel personaggio con un drink. La struttura è quella del Manhattan, già amatissimo. Ma al posto del rye whiskey, entra in scena lo Scotch. Una scelta perfetta, che dà al cocktail un altro tono. Più secco, più deciso, con quel retrogusto affumicato che sa di colline scozzesi.
Il nome:
La prima volta che il nome Rob Roy compare accanto a un cocktail è nel 1895, appena un anno dopo il debutto dell’operetta. Lo troviamo nero su bianco sul San Francisco Call: “A new cocktail called the ‘Rob Roy’ is a Manhattan, made with Scotch instead of rye whisky. It is excellent.” Il tono è entusiasta, quasi da rubrica di tendenze, e già in quell’articolo si dà per scontato che chi legge sappia di chi si stia parlando.
Del resto, il nome è di quelli che si fanno notare. Breve, diretto, musicale. Ma anche pieno di significato: Roy non è un vezzeggiativo regale, come qualcuno potrebbe pensare, bensì una parola scozzese che significa “rosso”, proprio il colore dei capelli di Robert MacGregor, noto anche come Rob the Red. In gaelico: Raibeart Ruadh.
Chiamare un cocktail così, in un periodo in cui la Scozia è di gran moda a teatro, vuol dire dargli subito un’identità ben precisa. Forte, affumicata, con un certo spirito ribelle. E a giudicare da quanto velocemente si diffonde, il nome funziona eccome.
La Ricetta:
4,5 cl di Scotch Whisky
2,5 cl di Vermout dolce
1 goccia di angostura bitter
Come viene servito:
Il Rob Roy si serve in una coppetta cocktail ben fredda, dopo essere stato mescolato nel mixing glass con ghiaccio e filtrato. La guarnizione classica è una ciliegia al maraschino, ma può essere sostituita con una scorza di limone per un tocco più secco e agrumato.
In quale film lo abbiamo visto:
Angeli del peccato (1940) con Douglas Fairbanks Jr. e Rita Hayworth
Qui è doverosa una premessa. Tantissimi siti e libri di cocktail citano Angels Over Broadway come riferimento diretto per il Rob Roy, ma il cocktail non viene esplicitamente ordinato né nella versione italiana né in quella originale. La connessione resta suggestiva ma non confermata.
Nel film seguiamo la storia di Bill O’Brien, un truffatore in cerca di redenzione, e Gene Gibbons, giovane e disillusa, sullo sfondo di una New York notturna e malinconica. I due si incontrano al Pigeon Club, un locale raffinato dove le luci sono basse e i bicchieri parlano quasi più dei personaggi. In alcune scene vediamo un cocktail servito in coppetta con ciliegina al maraschino, che ricorda in tutto e per tutto un Rob Roy. È probabilmente da qui che nasce l’associazione, più visiva che dichiarata.
The Jeffersons – episodio 2, stagione 1: L’albero genealogico di George (1975)
Qui invece non ci sono dubbi. George Jefferson offre da bere al suo vicino Tom: Ho tutto quello che vuoi. Vodka, Scotch, Bourbon, vino… dimmi tu.
“Prenderò un Rob Roy.”
Segue una scena esilarante in cucina, dove George chiede a Louise “Dove teniamo la bottiglia di Rob Roy?” e lei risponde: Louise: Non lo so. Prova a guardare accanto al rum e alla Coca-Cola.
George: Sei proprio fuori strada. Non è una bottiglia. È un cocktail. Va miscelato. Passami lo Scotch, per favore. Grazie. E un po’ di vermouth.
Louise: Dovrà essere proprio poco, perché il vermouth è finito.
George: Va bene, dammi qualsiasi vino abbiamo. Tanto lui non se ne accorgerà. Non ti preoccupare.

Quando poi George dà il bicchiere a Tom lui lo assaggia ed esclama “Un Rob Roy fatto con Scotch e Ripple?!” (vino economico molto popolare negli anni ’70 negli USA).

Una scena perfetta per raccontare non solo la popolarità del cocktail, ma anche quanto sia diventato parte del linguaggio comune, tanto da finire nel cuore di una delle sit-com più amate della televisione americana.
2) Bronx
New York, primi del Novecento. Al bancone dell’Empire Room, il ristorante del Waldorf-Astoria, Johnnie Solon sta preparando l’ennesimo Duplex, un cocktail semplice ma elegante, fatto con vermouth dolce, vermouth secco e un tocco d’arancia. È un drink che funziona, ma quella sera qualcosa cambia. Traverson, il maître della sala, si avvicina e gli lancia una sfida: “Ho un cliente che dice che non sei capace di inventare qualcosa di nuovo.”
Solon sorride, finisce di agitare il Duplex, poi prende il mixing glass e improvvisa. Due dosi di gin, una di succo d’arancia fresco, un tocco di vermouth italiano, uno di francese. Agita, versa, porge il bicchiere. Traverson lo beve tutto d’un fiato. “Da Dio!”, esclama. “Fammene un altro: questo lo vendiamo subito.”
Il giorno dopo, e per molti a venire, dietro quel bancone si spremeranno arance come se non ci fosse un domani. Il nuovo cocktail piace, eccome.
Ma come ogni drink che si rispetti, anche il Bronx ha la sua leggenda alternativa. A rivendicarne la paternità c’è anche Joseph S. Sormani, ristoratore italoamericano del Bronx, che secondo alcune fonti avrebbe scoperto la ricetta a Philadelphia nel 1905, per poi introdurla nel suo locale newyorkese. Una storia che ha avuto una certa risonanza, tanto da essere citata nel suo necrologio pubblicato dal New York Times nel 1943.
Il nome:
«Animali fantastici e dove trovarli»... per i baristi di fine Ottocento non erano certo quelli di un manuale magico, ma le creature bizzarre che i clienti dichiaravano di vedere dopo un paio di cocktail ben shakerati. Era un modo di dire, una battuta ricorrente tra chi frequentava i banconi: “vedere animali strani” significava aver alzato un po’ troppo il gomito.
Johnnie Solon, che nel 1900 lavora dietro il banco del bar più famoso di New York, era andato poco prima allo zoo del Bronx, rimanendo colpito dalle stranezze del regno animale. Quando gli chiedono come si chiama quel nuovo cocktail dal colore ambrato e il profumo agrumato, la connessione è quasi automatica: gli animali reali dello zoo e quelli immaginari dei clienti alticci si sovrappongono nella sua mente. E con un mezzo sorriso, risponde: «Digli che è un Bronx».
Un nome evocativo, secco, dal suono deciso. Che non racconta nulla e suggerisce tutto. Ma non è l’unico in circolazione. Il ristoratore Joseph S. Sormani lo avrebbe usato già nel 1905, dopo aver scoperto il cocktail a Philadelphia. E alcuni menu testimoniano la presenza del “Bronx” già prima del 1906, lasciando il dubbio che la sua fama, o almeno il suo nome, avesse già iniziato a viaggiare da solo.
La Ricetta:
4 cl gin
2 cl vermouth rosso
2 cl vermouth dry
2 cl succo d'arancia
Come viene servito:
Il Bronx viene tradizionalmente servito in una coppetta cocktail ben fredda, dopo essere stato shakerato con ghiaccio per ottenere una texture liscia e omogenea. Non è prevista alcuna guarnizione, ma alcuni bartender aggiungono una zest d’arancia o una scorza per richiamare il profilo agrumato del drink.
In quale film lo abbiamo visto:
L’uomo ombra (1934) con William Powell e Myrna Loy
Non vediamo il Bronx Cocktail nel bicchiere, ma lo ascoltiamo citato con disinvoltura e maestria in una delle prime scene del film. Nick Charles, ex detective e bevitore sopraffino, è alle prese con un gruppo di bartender a cui spiega, shaker alla mano, la filosofia del buon miscelare. “L’importante è il ritmo,” dice. “Un Manhattan si shakera a tempo di fox-trot, un Bronx a tempo di two-step, un Martini dry a tempo di valzer.”

In questa battuta c’è tutto: l’umorismo secco del protagonista, il ritmo sincopato del cocktail, e quel tocco di swing che caratterizza l’atmosfera leggera e sofisticata del film. Il Bronx viene evocato non come semplice drink, ma come una danza, uno stato d’animo, quasi un modo di intendere la vita, proprio come fanno Nick e Nora, tra una battuta brillante e un’indagine da risolvere.
3) Gin Tonic
All’origine di questo cocktail non c’è il colpo di genio di un bartender, né la richiesta eccentrica di un cliente. C’è una malattia letale, capace di falciare interi battaglioni. E un rimedio così amaro da risultare quasi impossibile da mandare giù.
Siamo in India, a metà Ottocento. L’Impero britannico estende il suo dominio, ma i suoi ufficiali devono fare i conti con un nemico invisibile e implacabile: la malaria. L’unica difesa efficace è una sostanza estratta dalla corteccia degli alberi del genere Cinchona, noti come china, piante autoctone delle Ande. Qui gli indigeni di Perù, Bolivia ed Ecuador avevano da tempo osservato che quella corteccia aiutava a ridurre febbri e dolori, e i missionari gesuiti l’avevano introdotta in Europa. Il principio attivo, il chinino, si rivela efficace contro la malaria, ma ha un sapore amaro, intenso, difficile da mandare giù.
Per rendere la medicina più tollerabile, i soldati britannici in India iniziano a diluirla in acqua, aggiungendo zucchero e succo di lime. È una medicina mascherata da bibita, non ancora qualcosa che si gusta con piacere.
E qui entra in scena l’altro protagonista: il gin.
Il gin ha una storia quasi parallela. Le sue radici affondano nel jenever dei Paesi Bassi del XVII secolo, un distillato di cereali aromatizzato con bacche di ginepro e altre botaniche. Quella bevanda, dal profumo erbaceo e pungente, piace agli inglesi al punto che ben presto viene adottata e reinterpretata nella madrepatria. Quando gli ufficiali britannici portano con sé le loro razioni di gin fino ai tropici dell’Asia, quella bevanda diventa familiare, quasi rassicurante: un sapore noto in mezzo a un ambiente difficile.
Così, un giorno, qualcuno unisce le due cose: il chinino reso più dolce e fresco dalla miscela con acqua, zucchero e lime, e il gin che rende tutto più piacevole. Non è il gesto illuminato di un barman creativo; è un innesto pratico, quasi casuale, che nasce per rendere sopportabile una medicina. Ma il risultato è sorprendentemente piacevole.
Poco dopo, nel 1868, il Gin & Tonic compare per la prima volta nella stampa sull’Oriental Sporting Magazine, dove viene descritto come una bevanda rinfrescante per gli spettatori delle corse di cavalli in India, ormai già trasformato da medicinale a drink sociale.
Due anni dopo, entra in scena la tonica che cambierà tutto: la Indian Tonic Water della Schweppes, destinata a diventare sinonimo stesso di acqua tonica.
La storia di questo brand meriterebbe un capitolo a parte. Fondata nel 1783 a Ginevra dall’orologiaio e scienziato dilettante Johann Jacob Schweppe, fu tra le prime aziende a imbottigliare acqua gassata con anidride carbonica — un processo allora all’avanguardia. Nei decenni successivi il marchio consolida il suo stile visivo: l’etichetta gialla, ancora oggi elemento distintivo, sulla bottiglietta slanciata di vetro trasparente.
Da quel momento in poi, il Gin & Tonic lascia le piazze e le tende coloniali, attraversa l’Europa e si radica nei bar di tutto il mondo. Quella miscela nata tra necessità e convenienza diventa uno dei cocktail più iconici della storia: semplice, elegante, fresco, e profondamente legato alla sua origine. Winston Churchill dichiarerà "Il Gin Tonic ha salvato più vite e menti inglesi di tutti i dottori dell'Impero".
Il nome:
Che lo chiamiate Gin Tonic o Gin & Tonic, il risultato non cambia. Le due espressioni sono usate indifferentemente, e indicano la stessa, semplicissima combinazione: gin e acqua tonica. Nessun nome evocativo o allusivo, solo l’essenziale, ma proprio per questo, immediatamente riconoscibile.
La Ricetta:
5 cl di gin
10 cl di acqua tonica
Come viene servito:
Il Gin & Tonic si serve in un tumbler alto. Si prepara direttamente nel bicchiere, colmato di ghiaccio, versando prima il gin e poi la tonica, per mantenere la carbonazione. La guarnizione tradizionale è una fettina di lime, ma oggi si trovano anche versioni con cetriolo, scorza di pompelmo, pepe rosa o bacche di ginepro, a seconda del gin utilizzato.
In quale film lo abbiamo visto:
California Suite (1978) con Maggie Smith e Michael Caine
In questa commedia brillante di Herbert Ross, tratta dall’opera teatrale di Neil Simon, seguiamo quattro storie differenti ambientate tutte nell’elegante Beverly Hills Hotel durante la vigilia della cerimonia degli Oscar, dove si intrecciano relazioni, gelosie, ambizioni e piccoli drammi personali.
Il Gin & Tonic lo troviamo protagonista della scena in cui Sidney Cochran (Michael Caine), antiquario inglese, e Diana Barrie (Maggie Smith), attrice candidata all’Oscar, si preparano per la serata più attesa dell’anno. Il tono è caustico, l’intesa affilata come una lama.
Diana domanda: “Quanti Gin e Tonic hai già bevuto?”
Sidney risponde serafico: “Tre gin e un tonic.”
Lei lo fulmina con la replica: “Mettiti in pari con i tonic, non vogliamo essere disgustosi stasera, vero caro?”
Poi la scena si sposta al bar, dove Diana ordina al barman proprio un Gin Tonic.

Il cocktail, tra i più semplici e iconici, diventa qui misura ironica della loro serata, e del loro rapporto. La performance di Maggie Smith in questo ruolo le valse l’Oscar come miglior attrice non protagonista, in un gioco metateatrale perfetto: attrice che interpreta un’attrice candidata… e che vince davvero.
4) Whiskey Sour
Prima ancora che diventasse un cocktail vero e proprio, sour era uno stile. La parola indicava una famiglia di drink basati su tre elementi semplici: un distillato, qualcosa di dolce e qualcosa di acido. Niente fronzoli: solo equilibrio. È una formula che ha attraversato oceani e secoli, passando dalle navi degli esploratori (dove agrumi e liquore combattevano lo scorbuto e la noia) ai primi bar americani della metà dell’Ottocento.
È proprio qui, negli Stati Uniti, che il Whiskey Sour inizia a prendere forma. Nel 1862 compare nero su bianco in uno dei primi ricettari ufficiali della miscelazione, The Bar-Tender’s Guide di Jerry Thomas. È la prova che una miscela di whiskey, zucchero e succo di limone già circolava tra i bicchieri dell’epoca, come parte di un modo nuovo di bere: preciso, codificato, quasi “scientifico”.
Ma non è l’unica storia. Dieci anni più tardi, nel 1872, un’altra versione lo vuole nato dall’altra parte del continente, in un porto cileno chiamato Iquique. Qui un inglese di nome Elliot Stub avrebbe unito bourbon e limón de Pica, un agrume più profumato e amaro del classico limone. Nasce così, forse per caso, una variante che ha conquistato l’immaginario popolare. La sua storia è meno documentata, maviene citata spesso nei racconti sulla nascita del cocktail.
Che sia nato sulle pagine di un manuale americano o in un bar sudamericano con vista sull’oceano, il Whiskey Sour ha saputo guadagnarsi un posto di rilievo. Classico, diretto, elegante: è un cocktail che ancora oggi parla la lingua del gusto senza bisogno di traduzioni.
Il nome:
Whiskey non ha bisogno di grandi presentazioni. È uno degli spiriti più iconici al mondo, e nella sua variante americana, il bourbon, è l’anima di questo cocktail. La parola ha radici antiche: deriva dal gaelico uisge beatha, che significa “acqua della vita”.
La Ricetta:
4,5 cl di Bourbon Whiskey
3 cl di succo di limone fresco
1,5 cl di sciroppo di zucchero
(facoltativo: 1,5 cl di albume d’uovo per una texture più vellutata)
Come viene servito:
Il Whiskey Sour si prepara nello shaker, con ghiaccio e, se usato, l’albume, che va ben emulsionato. Dopo aver agitato con energia, si filtra in una coppetta o in un tumbler basso con ghiaccio. La guarnizione classica è una fetta d’arancia o una ciliegina al maraschino.
In quale film lo abbiamo visto:
Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? (1972) con Jack Lemmon e Juliet Mills
C’è tutto: un cameriere inquietante, un barman sornione, due drink e un passato sentimentale che riemerge sotto forma di cocktail. In questa commedia romantica diretta da Billy Wilder, Wendell Armbruster Jr. (Jack Lemmon) e Pamela Piggott (Juliet Mills) si incontrano in un hotel italiano per recuperare i corpi dei rispettivi genitori, morti insieme in un incidente d’auto. Scopriranno che quei genitori avevano una relazione… e forse non erano gli unici.
Quando Wendell arriva al bar, il barman lo accoglie con naturalezza disarmante:
“Mr. Armbruster, ecco a lei… un whiskey sour, lato sour, e per la signora, un Bacardi, lato sweet.”
“È quello che prendevano sempre?” chiede Wendell.
“Sempre,” risponde il barman.
Poi viene raggiunto da Pamela e insieme fanno un brindisi. Il Whiskey Sour, servito in una flute da champagne con una fetta d’arancia, diventa così un legame tra passato e presente, tra generazioni e sentimenti lasciati in sospeso.
Che dire, anche stavolta un semplice bicchiere si è rivelato un caleidoscopio di storie: battaglie contro malattie letali, atti di ribellione, miti riscritti e scene indimenticabili sul grande schermo. Ogni cocktail ha portato con sé un’epoca, un personaggio, un dettaglio nascosto che aspettava solo di essere ritrovato.
Ed è forse questo il motivo per cui continuo a cercare: perché dietro ogni drink c’è sempre un racconto che vale la pena di essere ascoltato. E finché ci saranno film da rivedere, libri da sfogliare e bicchieri da decifrare… il viaggio non finirà.
Alla prossima scoperta!
ULTIMO MA NON PER IMPORTANZA: Se volete rimanere aggiornati sui miei articoli potete iscrivervi alla Newsletter che ho creato, è sufficiente cliccare su questo link https://blogfrivolopergenteseria.substack.com basta inserire la vostra mail e cliccare Subscribe, riceverete via mail la conferma dell'avvenuta iscrizione e ogni settimana quando uscirà un nuovo articolo sul blog verrete avvisati. Vi ringrazio per sostenermi sempre!






















0 commenti