Saint-Tropez, 1966. Alain Delon ha trentun anni, la camicia aperta, i capelli spettinati e una sigaretta tra le dita. Jean-Marie Périer lo fotografa così. Quarantatré anni dopo, Dior recupera proprio quello scatto per una campagna pubblicitaria. Solo che nella fotografia scelta qualcosa è cambiato: Delon è sempre lì, ma la sigaretta è sparita. Qualcuno l’ha cancellata. Ma la Maison non si è fermata a quella fotografia. Per lo spot televisivo ha recuperato anche alcune scene de La piscina (1969), il film in cui Alain Delon ritrova sul set Romy Schneider, sua ex compagna. In una delle sequenze lui prende tranquillamente il sole sul bordo della piscina, finché uno spruzzo d’acqua non interrompe il suo momento di pace. Con la musica di Michel Legrand, quella scena è diventata una pubblicità di Eau Sauvage.
È uno dei retroscena che ho scoperto preparando questa quinta puntata della mia serie dedicata ai profumi del passato. Dopo quattro articoli (che trovate qui), questa volta tocca agli uomini: ai profumieri che hanno creato fragranze sorprendenti e agli attori che le hanno indossate.
Pensate a Marlon Brando. Sullo schermo, con il giubbotto di pelle de Il selvaggio, è diventato un simbolo di virilità; fuori dal set, tra i suoi preferiti c’è un profumo venduto alle donne. Lo sappiamo grazie a Rita Moreno, l’attrice con cui ha vissuto una relazione intensa e tormentata durata circa otto anni. Anche dopo essersi lasciati, lei ha continuato a usare quella fragranza: le ricordava Marlon.
Oppure pensate a una profumeria di Londra che conserva gli armadi in mogano acquistati nel 1851 e fra i cui clienti c’è stato Laurence Olivier. Anche Noël Coward è stato fra gli estimatori della maison: i due uomini di teatro hanno condiviso la predilezione per lo stesso profumo. A Parigi, intanto, nel 1889, mentre tutti ammirano la nuova Torre Eiffel, un profumiere unisce essenze tradizionali e nuove sostanze di laboratorio. La fragranza è pensata per le donne, ma le signore la trovano troppo maschile: sono gli uomini ad adottarla per primi. E fin qui non abbiamo ancora aperto una sola boccetta.
1) Vent Vert (1947)
di Balmain
LA STORIA: Parigi, 1945. Dopo gli anni dell’occupazione, le case di moda tornano ad aprire gli atelier e nelle vetrine ricompaiono stoffe che durante la guerra erano diventate quasi introvabili. Al numero 44 di rue François-Ier, un giovane stilista di trentun anni inaugura la propria maison. Il suo nome è Pierre Balmain.
Balmain è nato in Savoia, in una famiglia di commercianti di tessuti. A Parigi ha iniziato a studiare architettura, ma ha presto preferito gli abiti. Dopo l’apprendistato con Edward Molyneux, ha lavorato da Lucien Lelong, dove ha conosciuto Christian Dior. Per aprire la maison, secondo il racconto conservato dalla casa, sua madre ha persino venduto l’anello di fidanzamento.
La prima collezione, nell’ottobre 1945, è un successo: gonne ampie, vite segnate e stoffe preziose, dopo anni di abiti adattati e riadattati. Balmain ha vestito anche Marlene Dietrich e Sophia Loren, ma già agli esordi vuole che il suo nome compaia sulle boccette dei profumi.
Per realizzarli si rivolge a Germaine Cellier, che in quegli anni si sta facendo conoscere per creazioni molto poco convenzionali. Nata a Bordeaux nel 1909, Cellier ha studiato chimica a Parigi ed è entrata nei laboratori Roure Bertrand all’inizio degli anni Trenta. È una delle pochissime donne riuscite ad affermarsi come profumiera in un ambiente dominato dagli uomini, e non ha un carattere facile da addomesticare.
Chi l’ha conosciuta la descrive elegante, amante della vita mondana e delle conversazioni senza riguardi. Sul lavoro non sopporta imposizioni. I contrasti con Jean Carles, uno dei grandi profumieri francesi, sono così accesi che nel 1946 le viene affidato un laboratorio separato, Exarome, dove può lavorare con maggiore libertà.
Il suo talento si è già fatto notare con Bandit, creato nel 1944 per Robert Piguet: un profumo dal cuoio scuro e quasi aggressivo. Nel 1948 firmerà anche Fracas, con una tuberosa ricchissima e sensuale. Per Balmain sceglie una strada diversa, ma altrettanto audace: decide che il protagonista sarà il galbano.
Il galbano è una resina aromatica ricavata da piante dell’Asia occidentale. Il suo odore è quello degli steli appena spezzati, della linfa e delle foglie schiacciate fra le dita: verde, amaro, pungente. Di solito se ne utilizza una piccola quantità per ravvivare una composizione floreale. Cellier, invece, gli concede molto più spazio, lasciando che quella nota erbacea attraversi l’intero profumo.
Vent Vert arriva nel 1947. Il nome significa «vento verde», e la sensazione che promette è proprio quella di una folata d’aria che entra da una finestra aperta sul giardino. Siamo lontani dai fiori cipriati e dalle fragranze più dolci del periodo. Anche il modo di presentarlo al pubblico gioca sulla sorpresa.
Per la pubblicità Balmain si affida a René Gruau, uno dei grandi illustratori della moda del Novecento. I due si conoscono già dai tempi in cui lo stilista lavorava per Lelong, e Gruau disegnerà le campagne dei profumi della maison per molti anni. In quelle di Vent Vert, le donne sembrano letteralmente investite da una raffica di vento. In una delle illustrazioni più belle, una figura con lunghi guanti neri è quasi nascosta da una chioma verde che si solleva e si allunga nell’aria, come una stoffa leggera. Pochi tratti, nessun giardino sullo sfondo: il colore e il movimento bastano a raccontare il profumo.
La pubblicità funziona anche senza mostrare il flacone: quel vento nei capelli della modella racconta già Vent Vert.
Nel 1991 Calice Becker ne realizza una nuova versione, più morbida e floreale; negli anni successivi arrivano altri cambiamenti. Nel 2024 Balmain Beauty lo ripropone nella collezione Les Éternels de Balmain, con mandarino verde, gelsomino e ribes nero. È un’altra interpretazione, che conserva il nome e il richiamo al verde del profumo nato nel 1947.
LE NOTE: Vent Vert è uno dei primi grandi profumi «floreali verdi», e basta immaginare un giardino subito dopo la pioggia per capire il perché. L’apertura è dominata dal galbano: una nota amara e pungente, che ricorda le foglie stropicciate e gli steli appena tagliati. Bergamotto, neroli e basilico aggiungono una freschezza vivace, quasi frizzante.
Poi arrivano i fiori, ma non quelli di un bouquet dolce e ordinato. Mughetto, giacinto, narciso, rosa e gelsomino sembrano ancora circondati dalle foglie e dall’erba. Il galbano continua a farsi sentire, lasciando un’impressione fresca e un po’ selvatica. È stata proprio questa abbondanza di note verdi, allora piuttosto insolita, a rendere famosa la creazione di Germaine Cellier.
Il fondo è più morbido, con muschio di quercia, sandalo e muschio, ma conserva una sfumatura umida e legnosa. Queste sono le caratteristiche della composizione storica: la versione oggi in vendita è più luminosa e meno aspra.
IL FLACONE: Il primo incontro con Vent Vert poteva cominciare ancora prima di sollevare il tappo. Nelle confezioni d’epoca il verde si faceva notare sulla scatola, mentre il profumo, spesso di un bel colore dorato, era custodito in bottiglie di vetro trasparente dalle forme semplici. Alcune erano basse e squadrate, con un tappo scuro e un’etichetta nera sulla quale il nome Vent Vert appariva in una scrittura chiara ed elegante. Un contrasto quasi inatteso per una fragranza così piena di verde.
Negli anni la bottiglia cambia più volte, ma la confezione continua a richiamare il nome. Nella versione rilanciata all’inizio degli anni Novanta compare anche un curioso tappo verde, modellato come un ciuffo d’erba piegato dal vento. Un piccolo gioco che riprende, in forma tridimensionale, la stessa idea delle illustrazioni di Gruau.
Nel 2024 Balmain sceglie un flacone verde smeraldo traslucido, dalle linee nette e ricaricabile. Accanto alle bottiglie d’epoca, con il loro liquido ambrato, sembra appartenere a un’altra stagione della maison. Il verde, però, continua a raccontare il nome Vent Vert.
CHI LO HA AMATO: Negli anni Cinquanta, con il giubbotto di pelle de Il selvaggio, Marlon Brando era diventato uno dei grandi simboli della virilità al cinema. Eppure, fra i suoi profumi preferiti c’era Vent Vert di Balmain, una fragranza pensata per le donne. A raccontarlo è Rita Moreno, che con Brando ebbe una relazione durata circa otto anni.
Si erano conosciuti nel 1954, sul set di Désirée. Rita aveva ventidue anni e cercava di farsi strada in una Hollywood che continuava ad affidarle soprattutto ruoli stereotipati. Brando era già uno degli attori più richiesti e stava per conquistare il suo primo Oscar con Fronte del porto. Fra loro nacque un’attrazione fortissima, ma la storia fu tutt’altro che serena.
Un episodio che Rita ha raccontato più volte coinvolge addirittura Elvis Presley. Dopo aver trovato in casa di Brando la biancheria intima di un’altra donna, se ne tornò a casa in lacrime. Il giorno seguente ricevette una telefonata dal colonnello Tom Parker: Elvis l’aveva notata alla mensa degli studi Fox e voleva conoscerla. Rita accettò, soprattutto per far ingelosire Marlon. Quando Brando venne a saperlo, secondo il suo racconto andò su tutte le furie e cominciò perfino a lanciare sedie.
Rita ha parlato senza reticenze anche delle infedeltà di Brando e di quanto quella relazione l’avesse fatta soffrire. Vent Vert, però, rimase uno dei suoi profumi, anche dopo la separazione. Continuò a indossarlo per oltre cinquant’anni.
Nel 2013, quando scrisse Rita Moreno: A Memoir, aprì il capitolo dedicato a Marlon raccontando che proprio in quel momento portava Vent Vert. Il profumo le faceva tornare alla memoria la voce di Brando, il modo in cui suonava i tamburi e gli anni trascorsi insieme, con tutta la passione e il dolore che avevano lasciato. Per raccontare quell’uomo, Rita era tornata ancora una volta alla fragranza che lui le aveva fatto scoprire.
2) Vetiver (1873)
di Floris
LA STORIA: Al numero 89 di Jermyn Street, a Londra, Floris vende profumi dal 1730. A fondare la bottega è stato Juan Famenias Floris, arrivato da Minorca dopo un periodo a Montpellier, dove ha imparato i rudimenti della profumeria.
Ha cominciato come barbiere e fabbricante di pettini; con la moglie Elizabeth ha aggiunto acque profumate e preparati per la rasatura.
Juan porta con sé il ricordo degli odori del Mediterraneo e cerca di ritrovarli nelle essenze che prepara per i clienti. La sua bottega conquista i gentiluomini di St James’s, uno dei quartieri più eleganti della capitale, e diventa un indirizzo sempre più conosciuto. Ancora oggi Floris appartiene ai discendenti del fondatore.
Nel 1820 Giorgio IV ha concesso a Floris il primo Royal Warrant, l’autorizzazione a presentarsi come fornitore della casa reale. Il riconoscimento non riguarda un profumo, ma i pettini dalle punte levigate, che non graffiano il cuoio capelluto. Lo stemma del sovrano si trova tuttora sulla facciata. Anche Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein, ha scritto dall’estero a un amico per farsi procurare due spazzole per capelli e uno spazzolino Floris.
Nel negozio si ammirano ancora le grandi vetrine e gli armadi in mogano spagnolo acquistati alla Grande Esposizione del 1851, nel Crystal Palace. Già allora Floris propone 112 fragranze per profumare i fazzoletti. Nel retrobottega si conservano lettere, flaconi e soprattutto i registri con le formule annotate a mano per i clienti.
In questa lunga tradizione si inserisce Vetiver, creato nel 1873. Secondo la maison, l’ispirazione arriva dall’India, che nell’Ottocento intrattiene intensi scambi commerciali con l’Inghilterra. Tra le materie prime che raggiungono le profumerie europee, il vetiver ha una particolarità: la sua essenza si ricava dalle radici di un’erba tropicale, non dai fiori o dalle foglie.
In India le radici, conosciute come khus, hanno anche un uso curioso. Si intrecciano in stuoie e pannelli da appendere alle finestre, poi si bagnano durante i mesi più caldi. L’aria che attraversa quelle fibre umide entra nelle stanze più fresca, lasciando un leggero profumo. È un semplice sistema per rendere sopportabile il caldo, utilizzato molto prima dell’arrivo dell’elettricità, e racconta quanto questa pianta sia radicata nella vita quotidiana indiana.
Dedicare un’intera fragranza a quelle radici permette a Floris di cercare una freschezza diversa da quella delle consuete colonie al limone o alla lavanda. Il vetiver ha infatti due qualità difficili da trovare insieme: rinfresca, ma possiede anche un carattere profondo e terroso. Inoltre evapora lentamente e aiuta a trattenere sulla pelle le altre essenze.
Non conosciamo il nome di chi ha creato Vetiver né le prove che hanno portato alla formula del 1873. I registri di Floris ne hanno però conservato la traccia. Nella composizione proposta oggi, la radice è accompagnata da bergamotto, limone, lavanda e geranio; arrivano poi coriandolo, cannella, chiodi di garofano, ambra, incenso, patchouli e sandalo. Ingredienti che accompagnano il vetiver senza nasconderlo.
Nel corso del Novecento Vetiver è uscito dal catalogo, come altre fragranze storiche della casa. Ma a Floris non manca un luogo in cui cercarlo: i grandi libri delle formule, custoditi dalla famiglia per generazioni. Nel 2017, in occasione del restauro della bottega di Jermyn Street, è stato allestito anche uno spazio museale e ha preso forma la Ledger Series, una raccolta di profumi ricreati a partire da quei registri.
Fra le fragranze riportate alla luce compare proprio Vetiver. Oggi Floris lo prepara in piccoli lotti come eau de parfum: una nuova interpretazione di un’idea nata nel 1873, che i vecchi libri della bottega hanno contribuito a riportare in vita.
LE NOTE: Vetiver si apre con bergamotto, limone e lavanda, freschi e luminosi come un’acqua di colonia inglese. Ma la sensazione cambia presto: emerge la radice di vetiver, con il suo odore di terra umida, legno e un accenno di fumo, come quando la pioggia si posa su un giardino dopo una giornata calda.

Accanto al vetiver si avvertono geranio e coriandolo, che mantengono una sfumatura verde, mentre cannella e chiodi di garofano aggiungono un calore leggero, senza rendere il profumo troppo speziato. È soprattutto il contrasto fra la freschezza iniziale e la profondità della radice a distinguerlo da una colonia tradizionale.
Nel fondo arrivano sandalo, patchouli, incenso, ambra e fava tonka. La parte legnosa si fa più morbida e rimane vicina alla pelle, con quella sfumatura appena fumosa che caratterizza il vetiver. Le note si riferiscono alla composizione oggi proposta da Floris nella Ledger Series, ricreata a partire dagli archivi della maison.
IL FLACONE: Il Vetiver che si trova oggi da Floris è racchiuso in un flacone di vetro trasparente, con gli angoli leggermente smussati e una base spessa che gli dà una bella solidità. Il liquido ha un colore giallo pallido, quasi dorato. A completare la bottiglia c’è un tappo lucido, anch’esso dorato, dalla forma che ricorda quelli dei vecchi flaconi da toeletta.
Sul davanti, un’etichetta color sabbia con un sottile bordo dorato riporta Floris London e, poco sotto, il nome Vetiver. Compare anche la scritta Ledger Series: un richiamo ai grandi registri di formule conservati dalla famiglia. La confezione riprende gli stessi colori, con una scatola blu notte e una targhetta dorata che sembra uscita da un’elegante cartoleria di un altro secolo.
Non sappiamo con certezza quale bottiglia abbia custodito Vetiver alla sua nascita, nel 1873, e non sarebbe corretto attribuire questo flacone a quell’epoca. La presentazione attuale appartiene alla rinascita delle fragranze d’archivio. Conserva però qualcosa dell’atmosfera di Jermyn Street: il vetro pesante, l’oro discreto e quell’etichetta che si potrebbe immaginare fra i registri e gli armadi in mogano del negozio.
CHI LO HA AMATO: Nel settembre del 1930, al Phoenix Theatre di Londra, Noël Coward presenta Vite private (Private Lives), con Gertrude Lawrence nel ruolo di Amanda. Nel cast c’è anche Laurence Olivier, appena ventitreenne: interpreta Victor, il marito che scopre come la moglie sia ancora innamorata dell’ex, Elyot, interpretato da Coward.
Coward ha scritto la commedia in quattro giorni, mentre si riprende da un’influenza in un albergo di Shanghai. Dopo il successo londinese, nel 1931 lo spettacolo arriva a Broadway. Olivier ritrova Coward e Lawrence, e recita accanto alla moglie Jill Esmond nella parte di Sibyl.
La maison Floris ricorda entrambi gli attori fra gli estimatori di Vetiver. Olivier, in particolare, ha l’abitudine di andare di persona al numero 89 di Jermyn Street per salutare la famiglia. Un particolare che ci restituisce qualcosa della sua vita londinese, lontano dai grandi palcoscenici.
Il giovane Victor di Vite private diventa presto uno dei maggiori interpreti di Shakespeare. Nel 1944 dirige e interpreta Enrico V, poi arriva Amleto (1948), girato in bianco e nero, con i corridoi di Elsinore immersi nelle ombre. Il film conquista quattro Oscar, fra cui quelli per il miglior film e per Olivier come attore protagonista.
Per Riccardo III (1955) Olivier trasforma ancora il proprio aspetto: un naso adunco, una postura curva e un trucco che cambia il volto. Per lui il lavoro sul corpo e sulla voce è parte essenziale della costruzione di ogni personaggio.
Coward è un autore, attore e compositore famoso per le commedie brillanti e per l’eleganza impeccabile. Lui e Olivier hanno condiviso il palcoscenico nel 1930 e, come ricorda Floris, anche la passione per Vetiver.
Non sappiamo se sia stato Olivier a consigliare Vetiver a Coward o viceversa. Floris ha però conservato il ricordo delle visite dell’attore e della fedeltà di entrambi a quel profumo ottocentesco: un’abitudine privata che riporta Olivier, per una volta, fuori dalla scena.
3) Jicky (1889)
di Guerlain
LA STORIA: Parigi, 1889. L’Esposizione Universale ha attirato visitatori da tutta Europa e sopra i tetti svetta la nuova Torre Eiffel. Il gigantesco scheletro di ferro divide i parigini: c’è chi lo considera un capolavoro e chi non vede l’ora che venga smontato. Nello stesso anno, Aimé Guerlain presenta un profumo destinato a suscitare perplessità altrettanto vivaci. Si chiama Jicky e non somiglia a nessun fiore preciso.
La storia di famiglia comincia nel 1828, quando Pierre-François-Pascal Guerlain apre una boutique in rue de Rivoli, dove vende saponi, creme e profumi, anche su ordinazione.
Aimé conosce molto bene le essenze tradizionali, ma segue con curiosità anche i progressi della chimica. I profumi alla moda evocano soprattutto rose, violette e bouquet floreali. Lui vuole ottenere qualcosa che non esista già in natura, utilizzando insieme materie prime conosciute e nuove sostanze odorose.
Per Jicky sceglie la cumarina, che ricorda il fieno tagliato e la fava tonka, e la vanillina, calda e dolce. Le accompagna con lavanda, bergamotto, legni e una nota animale di zibetto, presente nelle formule storiche. Il risultato spiazza: la lavanda richiama i prodotti da barba, ma sotto quella freschezza si nasconde un fondo morbido, quasi sensuale.
Le molecole sintetiche, naturalmente, non sono una scoperta esclusiva di Guerlain. Houbigant ha già usato la cumarina nel 1882, per Fougère Royale. Jicky viene però ricordato come uno dei primi profumi moderni perché Aimé utilizza quelle sostanze per creare un odore nuovo, anziché limitarsi a imitare fedelmente un fiore. È la libertà che la chimica sta regalando ai profumieri: costruire una fragranza anche partendo dall’immaginazione.
Secondo il racconto della maison, le signore dell’epoca rimangono piuttosto perplesse: trovano Jicky troppo aromatico, quasi maschile. Alcuni gentiluomini, invece, lo adottano subito. È un destino curioso per una fragranza nata pensando alle donne; con gli anni conquista entrambi i pubblici, molto prima che si diffonda l’espressione «profumo unisex».
Il nome nasconde un piccolo mistero. Guerlain racconta di una ragazza inglese conosciuta da Aimé durante un soggiorno in Gran Bretagna, un amore di gioventù al quale il profumiere avrebbe dedicato la sua creazione. Ma esiste anche una versione familiare: Jicky sarebbe il soprannome del nipote Jacques, figlio di Gabriel. Nessuno dei due racconti è stato dimostrato in modo definitivo, ed entrambi continuano a circolare.
Jacques entra poi nell’impresa e diventa uno dei grandi profumieri del Novecento: firma L’Heure Bleue, Mitsouko e Shalimar. Proprio su quest’ultimo Guerlain tramanda un aneddoto divertente. Durante una visita al laboratorio di un amico chimico, Jacques avrebbe versato dell’etilvanillina in una base di Jicky. Il risultato gli avrebbe suggerito l’accordo destinato a diventare Shalimar, lanciato nel 1925. È un racconto da prendere come tale, ma dice molto dell’importanza che la vecchia formula continua ad avere per la famiglia.
Jicky è rimasto in produzione per oltre un secolo e oggi fa parte delle fragranze Les Légendaires. Ingredienti e metodi di lavorazione sono cambiati, ma si riconoscono ancora la lavanda, gli agrumi e quel fondo caldo che ha sorpreso la Parigi del 1889.
LE NOTE: Jicky si apre con lavanda, bergamotto e limone, ravvivati da un tocco di rosmarino. La prima impressione è fresca e aromatica, quasi quella di un’acqua di colonia ottocentesca, con la lavanda ben riconoscibile e una sfumatura leggermente canforata.
Poi la fragranza si addolcisce. Gelsomino e rosa si fanno sentire appena, mentre la cumarina ricorda il fieno secco e la fava tonka. La vanillina porta una dolcezza calda che si mescola alla lavanda, senza cancellarla.
Nel fondo emergono vaniglia, legni, resine e un accento più profondo, che nelle formule storiche arriva anche dallo zibetto. Sulla pelle rimane un profumo morbido, leggermente speziato, assai diverso dalla sua apertura. Le versioni moderne sono state riformulate, ma mantengono questo particolare passaggio dalla freschezza al calore.
IL FLACONE: Guardando un vecchio flacone di Jicky viene quasi da pensare a una farmacia dell’Ottocento. Il corpo è in vetro spesso, con spalle nette e un’etichetta incorniciata da un motivo di foglie. Il tappo ha invece una forma sorprendente: rotondo e diviso in quattro lobi, ricorda il sughero di una bottiglia di champagne. In alcune versioni, un cordoncino scende dal collo con un piccolo sigillo.
Il modello si chiama Quadrilobé ed è stato disegnato nel 1908 da Gabriel Guerlain, fratello di Aimé. Per realizzarlo ha guardato alle bottiglie da laboratorio del padre, affidandone la produzione anche a Baccarat. Un esemplare si trova oggi al Musée International de la Parfumerie di Grasse. La bottiglia unisce così un ricordo della vecchia farmacia di famiglia al tappo delle occasioni di festa.
Jicky è stato venduto in flaconi diversi nel corso degli anni. Quello della collezione Les Légendaires ha spalle sinuose e un tappo a cuore rovesciato, scavato al centro. È un disegno del 1912, creato in origine per L’Heure Bleue, con le linee morbide dell’Art Nouveau. Non è dunque il contenitore del 1889: il profumo ha attraversato la storia di Guerlain cambiando abito più volte.
CHI LO HA AMATO: Fra i profumi attribuiti a Sean Connery compare anche Jicky. L’associazione circola da anni, ma non ho trovato una dichiarazione dell’attore che confermi questa preferenza. In compenso, la sua storia offre uno dei più bei retroscena sulla nascita di James Bond.
Connery nasce a Edimburgo nel 1930, in una famiglia operaia. Lascia presto la scuola e, prima di diventare attore, consegna il latte, lavora come muratore, presta servizio nella Royal Navy e posa per gli studenti di una scuola d’arte. Si dedica anche al culturismo: nel 1953 partecipa al concorso di Mister Universo. È un percorso piuttosto insolito per l’uomo destinato a portare sullo schermo il più elegante degli agenti segreti.
Nel 1962 viene scelto per Agente 007 – Licenza di uccidere. Il regista Terence Young ha però un problema: Connery possiede già la presenza fisica di Bond, ma deve imparare a muoversi con la naturalezza di chi frequenta da sempre casinò e ristoranti di lusso. Young lo porta allora da un sarto di Savile Row e gli insegna a indossare un completo su misura senza l’aria di essere appena uscito da un camerino.
Barbara Broccoli, figlia del produttore Albert R. Broccoli, ha raccontato un particolare meraviglioso: il regista ha preteso che Sean dormisse perfino con l’abito addosso, perché gli diventasse familiare come una seconda pelle. Young lo ha istruito anche sui vini e sui piatti da ordinare nei ristoranti eleganti. Dietro il famoso smoking di 007 c’è stato dunque un apprendistato piuttosto singolare.
Poi arriva la scena al tavolo da gioco in cui Connery pronuncia «Bond, James Bond», e la trasformazione è completa. Seguono Dalla Russia con amore (1963) e Goldfinger (1964). Lo scozzese che ha svolto tanti mestieri diversi diventa il gentiluomo più riconoscibile del cinema.
Negli anni successivi Connery si allontana più volte da Bond. Interpreta Guglielmo da Baskerville nel Nome della rosa (1986) e il poliziotto Jim Malone negli Intoccabili (1987), ruolo che gli procura l’Oscar come miglior attore non protagonista. Chissà in quali di questi ruoli ad accompagnarlo c'erano proprio le note di questo profumo.
4) Eau Sauvage (1966)
di Christian Dior
LA STORIA: Parigi, 1966. Dior ha già firmato profumi celebri come Miss Dior e Diorissimo, ma non ha ancora dedicato una fragranza agli uomini. Christian Dior è scomparso nel 1957, la maison è guidata da Marc Bohan e la nuova creazione viene affidata a Edmond Roudnitska, un profumiere che ha già lasciato il segno con Femme di Rochas e, per Dior, Diorama e Diorissimo.

Quest’ultimo, del 1956, nasce dalla sua passione per il mughetto, un fiore dal quale non si può estrarre direttamente l’essenza con i metodi tradizionali. Nel laboratorio di Cabris, sulle colline sopra Grasse, Roudnitska studia a lungo le materie prime. Ama le composizioni limpide, nelle quali anche gli ingredienti più discreti hanno una funzione precisa.
Per Eau Sauvage parte dalla freschezza familiare delle acque di colonia: limone, bergamotto, lavanda ed erbe aromatiche. Vuole però ottenere una fragranza più persistente, senza appesantirla. A permetterglielo è una novità dei laboratori svizzeri Firmenich: l’Hedione, sviluppata nel 1961 durante le ricerche sul profumo del gelsomino.
L’Hedione ha un odore delicato, quasi impercettibile da sola, ma inserita in una composizione fa sembrare più luminose e ariose anche le altre note. Roudnitska è il primo a utilizzarla in un profumo commerciale. Ne basta una quantità relativamente piccola per dare agli agrumi una durata sorprendente: è uno dei motivi per cui Eau Sauvage diventa una pietra miliare della profumeria maschile.
Anche il nome ha una storia curiosa. Il designer Pierre Dinand ha raccontato che, durante i preparativi, si pensa di chiamare la fragranza Favori. Poi Marie-Christine Heftler, della famiglia Dior, vede un disegno pubblicitario di René Gruau: un uomo molto villoso esce dalla doccia. Il commento sarebbe stato immediato: quello sì che è un «sauvage»! C’è anche chi lega il nome al cognome del pubblicitario Percy Savage, vicino a Christian Dior. Le versioni non coincidono, ma entrambe fanno parte degli aneddoti tramandati sul lancio.
Gruau, intanto, trasforma Eau Sauvage in immagini memorabili. Nelle sue pubblicità gli uomini hanno capelli spettinati, petti villosi e asciugamani annodati ai fianchi. Uno esce dal bagno mostrando disinvoltamente la schiena nuda; un altro compare contro uno sfondo nero, appena coperto da un telo bianco. Il tratto è elegantissimo, ma c’è anche ironia: invece dell’impeccabile signore in giacca e cravatta, Dior presenta un uomo che non sembra preoccuparsi troppo delle convenzioni.
Nel 2009 Dior sceglie invece Alain Delon, ma non gli chiede di posare di nuovo. Recupera una fotografia scattata a Saint-Tropez nel 1966 da Jean-Marie Périer: Delon ha trentun anni, la camicia aperta e i capelli scompigliati. C’è un particolare che fa discutere: nell’originale tiene una sigaretta, cancellata poi dall’immagine pubblicitaria. Périer ha confermato la modifica. Il volto è davvero quello del 1966, mentre la campagna nasce quarantatré anni più tardi.

Eau Sauvage è ancora in commercio, con una formula adattata nel tempo. Non va confuso con Sauvage, il profumo Dior lanciato nel 2015: il nome somiglia, ma la composizione è un’altra. Quella di Roudnitska resta la colonia luminosa del 1966, arricchita da un soffio di gelsomino che ha cambiato il modo di pensare le fragranze da uomo.
LE NOTE: Eau Sauvage si apre con limone e bergamotto, freschi e leggermente amari, come la scorza di un agrume appena tagliato. Rosmarino, basilico e lavanda aggiungono un odore pulito e aromatico, più vicino a un giardino di erbe che a un semplice dopobarba.

Poi la freschezza diventa più morbida. Il gelsomino e soprattutto l’Hedione lasciano una sfumatura floreale leggera, quasi trasparente. Non si avverte un bouquet dolce: è piuttosto un’impressione luminosa che rimane anche quando il limone si attenua.
Nel fondo arrivano vetiver, patchouli e muschio di quercia, con una nota asciutta e terrosa. In profumeria è il cosiddetto accordo chypre: agrumi, fiori e note profonde che si sostengono a vicenda. Eau Sauvage conserva così la freschezza di una colonia, ma con più corpo e durata.
IL FLACONE: Il flacone di Eau Sauvage si riconosce a colpo d’occhio. È una bottiglia rettangolare in vetro trasparente, attraversata da coste incise che fanno brillare il liquido giallo pallido quando cambia la luce. Al centro corre una fascia argentata con il nome Christian Dior; il tappo metallico riprende le scanalature. È bello anche soltanto vederlo appoggiato su una mensola.
Pierre Dinand, che ha raccontato di aver lavorato al progetto, ricorda un’indicazione ricevuta da Roudnitska e René Bourdon di Dior: ispirarsi al flacone rigato di Moustache di Rochas, un’altra fragranza dello stesso profumiere. Per la scatola si guarda invece alle finiture in radica delle Rolls-Royce. Le confezioni d’epoca riproducono proprio quel legno scuro e lucido, con bordi dorati ed etichetta rossa: un richiamo piuttosto preciso al gusto automobilistico degli anni Sessanta.
CHI LO HA AMATO: Fra gli uomini che hanno indossato Eau Sauvage c’è anche Steve McQueen. Lo riferisce British GQ in un articolo del 10 aprile 2015 in cui collega esplicitamente il suo nome alla fragranza Dior. Il profumo è nato proprio quando McQueen sta diventando una delle grandi star di Hollywood.
Nel 1966 ha trentasei anni e alle spalle film come I magnifici sette e La grande fuga, con la celebre evasione in motocicletta. Nello stesso anno interpreta il marinaio Jake Holman in Quelli della San Pablo di Robert Wise, ottenendo la sua unica candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista.
Il 1968 gli regala due ruoli molto diversi. Per Il caso Thomas Crown, Norman Jewison inizialmente non vuole McQueen: il regista ha raccontato di non averlo mai visto in un completo elegante e di non riuscire a immaginarlo come un miliardario laureato a Dartmouth. Steve, però, desidera tanto la parte da convincerlo. Per prepararsi impara persino a giocare a polo. Non ama i cavalli, ma si allena fino a ferirsi le mani nel tentativo di perfezionare un colpo.
Nel film recita accanto a Faye Dunaway e con lei gira una partita a scacchi rimasta celebre. Jewison ha raccontato che il copione la descrive in poche righe e che sono serviti due o tre giorni per girarla, lasciando agli attori molta libertà negli sguardi e nei gesti. Senza quasi una parola, con la musica di Michel Legrand, la scacchiera diventa il centro di una delle scene più sensuali del decennio.
Nello stesso anno arriva Bullitt. McQueen abbandona i completi da miliardario per un dolcevita e una giacca sportiva: è un poliziotto di San Francisco, alla guida di una Ford Mustang verde. L’inseguimento sulle ripide strade della città dura circa dieci minuti ed è diventato uno dei più famosi del cinema. Le automobili, del resto, non sono per lui soltanto oggetti di scena: corre davvero, in auto e in motocicletta, e segue da vicino la preparazione delle sequenze di guida.
Da una parte c’è quindi Thomas Crown, con la cravatta impeccabile e le partite di polo; dall’altra Bullitt, taciturno, con la Mustang e l’aria di aver dormito poco. Eau Sauvage appartiene a quegli stessi anni. Non sappiamo quando McQueen abbia cominciato a usarlo, ma la segnalazione di GQ aggiunge un dettaglio alle sue abitudini personali, accanto agli orologi, alle automobili e alle motociclette che ancora oggi portano il suo nome nelle collezioni degli appassionati.
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- lunedì, ottobre 19, 2026
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