Hollywood Studio Club: la casa delle ragazze che sognavano il cinema
lunedì, maggio 18, 2026Qualche tempo fa stavo sfogliando una biografia di Kim Novak quando mi sono imbattuta in poche righe sull’Hollywood Studio Club, dove Harry Cohn aveva voluto sistemarla agli inizi della carriera: una residenza femminile con coprifuoco, una direttrice a metà strada tra una governante e una preside, ingresso controllato, e quell’atmosfera particolare che appartiene a certi luoghi pensati per ragazze sole arrivate a Hollywood in cerca di fortuna.
Il nome mi è rimasto in testa.
Mi tornava continuamente in mente il Barbizon di New York, di cui avevo scritto qualche tempo fa. Anche lì c’erano stanze piccole, regole precise, giovani donne arrivate in città con una valigia e un’ambizione ancora informe. Ma lo Studio Club aveva qualcosa di diverso: era più vicino a quella fase fragile e incerta in cui una carriera non esiste ancora e tutto è ancora da conquistare.
Poi ho scoperto che la sede costruita negli anni Venti era stata progettata da Julia Morgan. Proprio lei: l’architetta che qualche anno più tardi avrebbe dato forma al grande sogno di William Randolph Hearst a San Simeon. E lì ho capito che non avevo davanti una semplice pensione per aspiranti attrici.
Perché tra quelle stanze sono passate Marilyn Monroe, Kim Novak, Rita Moreno, Dorothy Malone, Sharon Tate e molte altre. Alcune sono diventate stelle. Altre no. Ma per tutte, lo Hollywood Studio Club è stato una soglia: il posto in cui Hollywood cominciava a sembrare possibile.
Le ragazze che arrivavano a Hollywood
Per capire perché nasce un posto come l’Hollywood Studio Club bisogna tornare ai primi anni Dieci, quando l’industria cinematografica americana è in piena espansione. Gli studios si spostano in California, le produzioni aumentano, le star cominciano a imporsi nell’immaginario collettivo, e per molte ragazze sparse per l’America quel mondo sembra spalancare una porta nuova. Il cinema, del resto, non vende solo storie. Vende possibilità.
Nelle sale, sedute al buio, tante giovani donne vedono sullo schermo una femminilità diversa da quella a cui sono abituate. Più libera, più moderna, più visibile. A un certo punto, per alcune, guardare non basta più. Vogliono andare lì. Vogliono provarci.
E così iniziano ad arrivare.
Arrivano da città grandi e piccole, spesso con pochissimi mezzi. Alcune sognano di diventare attrici, altre cercano qualunque impiego nel mondo del cinema. Fare la comparsa sembra il modo più accessibile per entrare nell’industria, ma soprattutto lascia aperta l’illusione più potente: quella di essere notate.
Hollywood, però, è molto meno pronta ad accoglierle di quanto immaginino.
Trovare lavoro è difficile. Trovare un posto dignitoso dove vivere, spesso, lo è ancora di più. Gli alloggi economici non sempre sono sicuri, e l’idea stessa di una giovane donna sola in città continua a creare diffidenza. Una ragazza che parte da sola per Hollywood può apparire imprudente, esposta, persino moralmente sospetta. Le riviste per fan insistono spesso sui rischi di questa scelta, e anche alcune star cercano di scoraggiare le aspiranti. Mary Pickford invita pubblicamente le ragazze a non precipitarsi a Hollywood, ma serve a poco. Il flusso continua.
E il problema, presto, smette di riguardare soltanto il talento o la competizione. Riguarda la vita quotidiana: dove dormire, come pagare l’affitto, come orientarsi in una città nuova senza finire in ambienti poco raccomandabili. Come mantenere, agli occhi degli altri e forse anche ai propri, una certa idea di rispettabilità. Come osserva la studiosa Heidi Kenaga, l’arrivo continuo di giovani donne viene percepito non solo come una questione lavorativa, ma anche come un problema sociale e morale che Hollywood deve imparare a gestire.
È in questo clima che comincia a farsi strada l’idea di un luogo pensato apposta per loro. Non un albergo qualsiasi né una pensione improvvisata, ma uno spazio dove una ragazza possa arrivare, sistemarsi, orientarsi e prendere fiato. È da qui che prende avvio la storia dello Hollywood Studio Club.
Dal seminterrato della biblioteca a Carlos Avenue
Ma da dove nasce l’idea di creare un posto del genere? Da un luogo molto poco hollywoodiano: il seminterrato di una biblioteca.
Il merito è di Eleanor Jones, una bibliotecaria che intorno al 1915 comincia ad accorgersi di una cosa: nel seminterrato della Hollywood Library si ritrovano sempre le stesse ragazze. Leggono testi teatrali ad alta voce, si dividono le parti, si ascoltano, si correggono. Sono arrivate da poco a Hollywood e, in mancanza di scuole, sale prova o contatti veri, usano quello spazio come possono. Mentre fuori l’industria del cinema sta cambiando faccia alla città, loro provano Ibsen in biblioteca.
Jones capisce presto che il problema non è soltanto la recitazione. Quelle ragazze hanno bisogno soprattutto di un posto dove stare.
Si rivolge così alla YWCA, che già offre sostegno e alloggio alle giovani donne nelle città in crescita, e propone di trovare una sistemazione adatta a quelle aspiranti attrici arrivate a Hollywood con pochissimi mezzi e nessuna idea precisa di dove fermarsi una volta scese dal treno. L’idea prende forma nel 1916, quando viene affittata una casa al 6129 di Carlos Avenue. È il primo spazio pensato davvero per loro.
Anche Mary Pickford si rende conto presto di quanto il problema sia concreto. All’epoca è già la più grande star del cinema americano e conosce bene il fascino che Hollywood esercita sulle ragazze di tutto il paese, anche se pubblicamente cerca di metterle in guardia. Quando prende sotto la sua ala la giovane comparsa ZaSu Pitts, capisce quanto sia difficile, per una ragazza sola, trovare una stanza rispettabile e accessibile.
La casa di Carlos Avenue nasce da un bisogno molto pratico, ma nel giro di poco diventa un punto di riferimento. Le ragazze si incontrano, si scambiano informazioni, si prestano abiti, si aiutano come possono. Alcune delle prime residenti finiranno per costruirsi carriere importanti. Oltre a ZaSu Pitts, passano di lì anche Anne Bauchens, futura montatrice di Cecil B. DeMille, Marjorie Daw, Julanne Johnston e, più tardi, sceneggiatrici come Sarah Y. Mason e Agnes Johnston.
All’inizio, lo Studio Club non è ancora il luogo celebre che diventerà più tardi. È una casa cresciuta attorno a un’esigenza reale: offrire un approdo alle giovani donne che arrivano a Hollywood inseguendo qualcosa che non sanno ancora nominare bene, ma che assomiglia già a un sogno.
La casa di Julia Morgan
Con il passare degli anni, la casa di Carlos Avenue diventa troppo piccola. Le ragazze aumentano, gli spazi si stringono, e quella soluzione nata quasi improvvisando comincia a richiedere una struttura più stabile.
Tra il 1923 e il 1925 prende così forma una vasta raccolta fondi sostenuta apertamente dall’industria cinematografica. Contribuiscono la Famous Players-Lasky, la Metro Goldwyn, Carl Laemmle, la Warner Bros. e la Christie Comedies: segno evidente che lo Studio Club, in pochi anni, non è più visto come una sistemazione provvisoria, ma come un’istituzione che Hollywood sente il bisogno di sostenere anche pubblicamente. A muoversi in prima linea sono soprattutto alcune donne dell’ambiente. Mary Pickford e Constance Adams, ex attrice e moglie di Cecil B. DeMille, coinvolgono le mogli di numerosi dirigenti degli studios e raccolgono 150.000 dollari per una nuova residenza destinata alle giovani donne arrivate a Hollywood in cerca di lavoro.
Il contributo decisivo arriva nel febbraio del 1925, quando Norma Talmadge dona gli ultimi cinquemila dollari necessari ad avviare i lavori. Pochi mesi dopo, nel giugno dello stesso anno, si tiene la posa della prima pietra alla presenza di Mary Pickford e di Julia Morgan.

Ed è qui che compare Julia Morgan, una figura straordinaria dell’architettura americana: la prima donna laureata all’École des Beaux-Arts di Parigi e l’architetta che pochi anni più tardi avrebbe dato forma a Hearst Castle. Ritrovarla qui, alle prese con un edificio così diverso, è sorprendente. Da una parte il castello monumentale di William Randolph Hearst, dall’altra una residenza destinata a ragazze arrivate a Hollywood con pochissimi mezzi e una carriera ancora tutta da inventare.
Morgan lavora al progetto già nei primi anni Venti. I primi disegni mostrano un edificio mediterraneo a tre piani, con un cortile centrale e un pergolato che separa idealmente la parte affacciata sulla strada dal nucleo più interno e raccolto. La facciata è organizzata attorno a un corpo centrale arretrato, affiancato da due ali laterali con timpani: più che un dormitorio, l’impressione è quella di una villa ampia e luminosa.
La sede definitiva viene inaugurata nel maggio del 1926 al 1215 di Lodi Place, a circa un miglio dall’incrocio tra Hollywood e Vine, allora cuore simbolico dell’industria cinematografica. L’edificio costa complessivamente circa 230.000 dollari, arredi inclusi, e all’apertura partecipano più di duemilacinquecento persone tra celebrità del cinema, sostenitori e curiosi. Le celebrazioni iniziano nel pomeriggio e proseguono fino a mezzanotte con i balli. È un debutto in grande stile, che dice molto sul posto ormai conquistato dallo Studio Club nell’immaginario hollywoodiano.
Dal punto di vista architettonico, l’edificio ha una presenza elegante ma raccolta. Morgan lo disegna in uno stile mediterraneo che guarda al Rinascimento italiano senza rigidità. La facciata chiara è giocata su una simmetria molto leggibile: un corpo centrale leggermente arretrato e due ali laterali più alte, che in alcuni resoconti vengono quasi percepite come piccole torri.
Una breve scalinata conduce all’ingresso, segnato da una loggia, cioè una galleria aperta e arretrata rispetto alla facciata, sostenuta da colonne quadrate. Sotto si aprono gli archi d’ingresso, sottolineati da conci decorativi, quei blocchi sagomati che incorniciano gli archi e ne rafforzano il disegno. Sopra correva un fregio dipinto, mentre ai lati comparivano grandi finestre ad arco a tutta altezza con balconi. La loggia del secondo piano, non chiusa da vetrate, unificava la facciata e richiamava l’apertura del cortile interno. Sulle pareti tornano molti elementi tipici del lessico di Julia Morgan: balconi con balaustre in ferro battuto, beccatelli decorativi, piccole mensole sporgenti che creano ombre e movimento, e cantonali che sottolineano gli spigoli dell’edificio e gli danno maggiore solidità visiva. In questa fase del suo lavoro, Morgan sembra allontanarsi dal rigore più compatto del Mission style per cercare qualcosa di più libero, dove gusto mediterraneo, suggestioni moresche e forte simmetria convivono insieme.
Anche l’interno doveva sorprendere più di quanto ci si aspetterebbe da una residenza destinata a ragazze agli inizi. I colori scelti, verde pistacchio, corallo rosato e beige, suggerivano subito un’atmosfera luminosa e curata. Al piano terra si trovavano una lobby spaziosa, sale di scrittura, una biblioteca, una grande sala da pranzo, ampi saloni di ricevimento e perfino un palco. Non era soltanto un posto dove dormire, ma uno spazio pensato per leggere, scrivere, esercitarsi e stare insieme. Gli uomini potevano accedere solo al piano terra; i piani superiori erano invece riservati alle camere, singole, doppie e triple, sufficienti ad accogliere circa cento ragazze.
Sulle porte di alcune stanze comparivano piccole targhette con i nomi dei benefattori più generosi. Così una ragazza appena arrivata a Hollywood poteva ritrovarsi a dormire in una stanza legata simbolicamente a Douglas Fairbanks, Howard Hughes, Gloria Swanson, Jackie Coogan o Harold Lloyd.
Forse la qualità più interessante della sede di Lodi Place non sta tanto nello splendore monumentale di di Julia Morgan, quanto la capacità di dare dignità architettonica a una fase della vita di cui di solito restano poche tracce: quella in cui non si è ancora arrivati da nessuna parte, ma si è già lasciato tutto alle spalle.
Coprifuoco, telefoni e vestiti in prestito
Lo Hollywood Studio Club non accoglieva soltanto aspiranti attrici. Potevano viverci anche cantanti, ballerine, sceneggiatrici, segretarie di studio, montatrici, costumiste, designer. Più che una semplice pensione per future star, era un piccolo universo femminile costruito attorno all’industria del cinema e a tutte le professioni, visibili e invisibili, che le ruotavano intorno.
Per chi arrivava a Hollywood senza una rete, il Club offriva molto più di un letto. C’erano due pasti al giorno, macchine da cucire, asciugacapelli, lavanderia, macchine da scrivere, testi teatrali, sale prova, un palco, una terrazza prendisole. Tutto sembrava pensato per aiutare quelle ragazze a reggere il ritmo di una vita precaria senza rinunciare del tutto a una certa idea di sé.
Per quasi una generazione, il volto dello Hollywood Studio Club coincide anche con quello di Marjorie Williams, la direttrice scelta dalla YWCA per guidare la nuova sede: una donna istruita, a capo di uno staff interamente femminile, che supervisionava lezioni quotidiane, un bollettino settimanale, una bacheca con offerte di lavoro e quella rete di regole e piccoli aiuti su cui si reggeva la vita della casa.
Le camere erano semplici e spesso condivise. Si dividevano lo spazio, gli orari, i rumori, le abitudini. Da quella vicinanza continua nascevano amicizie, insofferenze, solidarietà improvvise. Alcune restavano legate per anni; altre erano soltanto compagne di stanza per una stagione.
I pasti erano uno dei momenti in cui la casa si raccoglieva davvero attorno a se stessa. A tavola passavano raccomandazioni, informazioni sui provini, nomi di casting director, voci di corridoio. Chi aveva ricevuto una chiamata attirava inevitabilmente l’attenzione; chi invece non aveva nulla da raccontare cercava forse di confondersi nel brusio generale. In un posto simile, le vite delle altre diventavano inevitabilmente parte della propria.
Anche il telefono aveva un’importanza speciale. In una casa dove quasi tutte aspettavano qualcosa, ogni squillo interrompeva l’aria in modo diverso. Poteva essere un provino, un’offerta di lavoro, una richiesta da parte di uno studio, oppure niente.
Un capitolo a parte meriterebbero i vestiti. A Hollywood l’aspetto contava moltissimo, e per molte ragazze presentarsi nel modo giusto significava essere prese sul serio almeno per qualche minuto. Il problema era che il denaro spesso mancava, mentre l’orgoglio no. Le residenti, a quanto pare, erano troppo fiere per accettare la carità in forma diretta. Alla Nazimova trovò una soluzione più elegante: invece di regalare gli abiti, li vendeva a prezzi simbolici. Un vestito da sera costato centinaia di dollari poteva essere acquistato per dieci o quindici dollari, o per quanto una ragazza riuscisse a racimolare. Nazimova raccoglieva il denaro con assoluta serietà e poi lo devolveva in beneficenza. Non era elemosina, ma uno scambio, per quanto minimo.
Tra le residenti c’era solidarietà, ma anche competizione. Si condividevano consigli, vestiti, indirizzi, qualche volta persino il coraggio necessario per affrontare un’altra giornata. Però tutte, in un modo o nell’altro, stavano cercando di entrare nello stesso mondo. Il successo di una finiva inevitabilmente per cambiare anche la posizione delle altre.
Le regole contribuivano a definire l’identità del luogo. C’erano orari da rispettare, una direttrice sempre presente, ingressi controllati, uomini ammessi solo fino a un certo punto dell’edificio. Bastava a rassicurare le famiglie e a dare al Club un’aura di rispettabilità molto precisa. Eppure non era né una casa piena di glamour né un istituto severo per anime da redimere. Negli anni Quaranta qualcuno lo descriveva piuttosto come una casa confortevole, con molte delle libertà e delle comodità di un club maschile: protetta, ma non punitiva; regolata, ma non oppressiva.
Verso la fine degli anni Cinquanta una giornalista descriveva l’atmosfera del Club come una piccola colonia di studentesse e aspiranti professioniste. Si poteva sentire un clarinetto da una stanza, un esercizio di canto da un’altra, vedere in un angolo un’ingenua che provava in silenzio con il copione in mano, mentre nei salotti si formavano gruppetti di ragazze che raccontavano la loro giornata, benedicendo la fortuna o lamentando la propria sfortuna.
Un’ex residente ricordava che, quando avevano un appuntamento, il ragazzo aspettava al piano di sotto con una certa reverenza, e loro scendevano le scale vestite come principesse.
Norma Jeane nella stanza 307
Quando arriva allo Hollywood Studio Club, Marilyn Monroe è una ragazza con una valigia, pochi soldi e un nome appena assegnato dalla 20th Century Fox. È già “Marilyn”, ma solo sulla carta. La carriera non è ancora decollata, e dentro di lei convivono ancora Norma Jeane e Marilyn.
Secondo diverse testimonianze, soggiorna allo Studio Club in due momenti distinti, una prima volta tra il 1946 e il 1947 e poi di nuovo nel giugno del 1948. È il secondo soggiorno, però, a lasciare le tracce più nitide. Il 3 giugno 1948 si trasferisce nella stanza 307, una doppia condivisa con Clarice Evans, studentessa di canto. Paga dodici dollari per vitto e alloggio, e in quella fase della sua vita anche una cifra simile può diventare difficile da mettere insieme.
La prima impressione non è delle migliori. Lo Studio Club, con le sue regole e il suo ordine quasi scolastico, le ricorda un orfanotrofio. Niente sigarette nella lobby, niente pantaloncini in sala da pranzo, niente uomini ai piani superiori. Tutto quello che per molte famiglie rappresenta una garanzia di rispettabilità, per lei deve avere anche qualcosa di soffocante.
Eppure la sua presenza non passa inosservata. Chi la ricorda in quegli anni insiste spesso sul contrasto che già la definisce: da una parte una ragazza appartata, che non ama il pettegolezzo e si mescola poco alle altre; dall’altra una giovane donna che esercita già una forza magnetica difficile da spiegare. Clarice Evans raccontò più tardi che Marilyn riceveva più telefonate delle altre e usciva più spesso di tutte. Barbara Rush la ricordava come una ragazza dolce, non ancora la bomba sexy destinata a imporsi sullo schermo, ma una presenza già speciale. E Florence Williams, direttrice del Club, alla domanda su quale fosse stata la donna più bella passata di lì, rispose senza esitazione: Marilyn Monroe, bellissima persino appena sveglia.
Intanto la sua vita resta molto precaria. È in questo contesto che acquista un peso concreto il celebre episodio delle fotografie di nudo scattate da Tom Kelley. Con il tempo quelle immagini sarebbero diventate materia da scandalo e poi da leggenda, ma all’origine c’è una necessità molto semplice: l’affitto. È la stessa Marilyn a raccontarlo anni dopo. Disse che tutti sembrarono scandalizzati quando scoprirono quelle foto, ma che la verità era molto meno sensazionale: aveva bisogno di cinquanta dollari, non aveva lavoro, non aveva soldi per pagare la stanza allo Studio Club, e quindi fece ciò che in quel momento le sembrò necessario. “Lo fai quando hai abbastanza fame”, disse.
Di quell’episodio resta anche l’assegno da cinquanta dollari con cui Marilyn pagò l’affitto allo Hollywood Studio Club dopo il servizio fotografico di Tom Kelley. Basta guardarlo oggi per capire quanto fosse fragile, in quel momento, la distanza tra sopravvivere e diventare Marilyn Monroe.

C’è poi un altro dettaglio che crea un riflesso quasi perfetto tra vita e finzione. Nell’estate del 1948 Marilyn recita al Bliss-Hayden Theatre in Stage Door, la commedia di Edna Ferber e George S. Kaufman sulla vita di un gruppo di giovani attrici che condividono stanze e speranze in una pensione teatrale, aspettando la parte giusta e la chiamata capace di cambiare tutto. In quel momento anche lei vive allo Hollywood Studio Club, dentro una quotidianità fatta di attese, convivenza forzata e ambizioni ancora senza forma.
Poco dopo lascia la doppia e si trasferisce nella stanza 334, pagando 16,50 dollari a settimana. Non è un cambiamento enorme, ma significativo. Marilyn sembra cercare quasi subito una distanza dalla vita in comune del Club: uno spazio proprio, una porta da chiudere, un margine minimo di autonomia.
E tuttavia quello resta, per un tratto decisivo, il suo indirizzo. È lì che torna la sera. È lì che arrivano le telefonate. È lì che misura ogni giorno la distanza tra l’immagine che Hollywood vende e la fatica concreta di restarvi dentro abbastanza a lungo da essere notata.
Nel marzo dell’anno successivo la situazione cambia. Grazie a Johnny Hyde firma con la William Morris Agency e lascia lo Studio Club per trasferirsi al Beverly Carlton Hotel. Lo Studio Club appartiene ormai alla fase precedente: quella delle stanze condivise, dei soldi contati, delle regole troppo strette e delle chiamate attese nel corridoio.
Ed è forse proprio questo a rendere così preziosa la sua permanenza lì. Lo Studio Club conserva Marilyn in un momento rarissimo: quando non è ancora un mito, ma sta già lentamente diventandolo.
La ragazza che non voleva cambiare cognome
C’è un’altra Marilyn legata allo Hollywood Studio Club. Stavolta, però, il nome è quello vero, non uno costruito in studio come era accaduto a Norma Jeane Baker. Si chiama Marilyn Pauline Novak. Alla Columbia, però, non hanno nessuna intenzione di creare confusione: lei deve diventare la loro nuova stella bionda, e quel nome è già troppo occupato. Provano a ribattezzarla Kit Marlowe. Lei accetta di rinunciare a Marilyn, ma non al cognome Novak. Così nasce Kim Novak.
A Chicago, dove cresce, porta già con sé il peso di una violenza subita, che racconterà apertamente solo molti anni più tardi. La madre, vedendola sempre più chiusa, la spinge a frequentare un club femminile locale. È lì che comincia a posare come modella. Più tardi racconterà che, per farlo, doveva immaginarsi qualcun’altra: non avrebbe potuto affrontarlo semplicemente come se stessa.
L’ingresso nel cinema avviene quasi per caso. Durante una pausa estiva del junior college partecipa a una promozione itinerante, viaggiando in treno fino a San Francisco per pubblicizzare frigoriferi. Alla fine del tragitto, un’altra modella le propone una deviazione a Hollywood, giusto per visitare uno studio prima di tornare a casa. All’RKO vengono assunte come comparse in The French Line, e poco dopo Kim viene chiamata alla Columbia per uno screen test. Davanti alla macchina da presa le fanno dire: “Quello che voglio dalla vita è essere amata”. Lei la pronuncia. E la intende davvero. Da quel momento la sua vita cambia direzione.
Harry Cohn capisce subito come utilizzarla. Vuole una giovane attrice da contrapporre a Rita Hayworth e una bionda capace di competere con Marilyn Monroe alla Fox. Le fa firmare un contratto modesto e decide anche dove dovrà vivere: allo Hollywood Studio Club, abbastanza vicino da permettere allo studio di tenerla d’occhio.
Per Kim, il Club diventa presto anche uno spazio di sorveglianza. Cohn vuole sapere dove abita, con chi esce, come si muove. Le impone di non frequentare uomini durante la settimana e arriva perfino a far sorvegliare l’edificio. La protezione, in questo caso, coincide quasi perfettamente con il controllo.
Anche sul piano dell’aspetto, la pressione è forte. Costumisti e truccatori cercano di trasformarla in una somma di modelli già collaudati: una bocca alla Joan Crawford, capelli alla Lana Turner, una femminilità costruita secondo formule riconoscibili. La sua reazione è immediata: corre in bagno a togliersi di dosso più trucco possibile. Ha bisogno di sentirsi se stessa.
Allo Studio Club, Kim non passa inosservata. Le altre ragazze sembrano spesso gelose del suo successo. Spicca per i capelli biondissimi con una sfumatura quasi lilla, per il corpo, per il modo libero con cui abita se stessa. Rita Moreno, che la osserva in quegli anni, resta colpita dalla sua assoluta naturalezza.
Negli anni successivi, Cohn sa essere crudele con lei, ma ne guida anche la carriera con abilità. La insulta, la umilia, la tratta come una merce intercambiabile, eppure le procura ruoli importanti. Quando Joshua Logan la sceglie per Picnic, come bellezza di provincia che desidera essere amata per qualcosa di più del proprio aspetto, il personaggio sembra toccare un nervo molto personale. Anche Kim sta già combattendo la stessa battaglia: non essere ridotta all’immagine che gli altri hanno deciso per lei.
A metà degli anni Cinquanta, quando la carriera ha ormai preso slancio, lascia lo Studio Club e si trasferisce in un appartamento di Beverly Hills. Anche lì, però, lo studio continua a proiettare la sua ombra. Le pareti sono color lavanda, qua e là compaiono tocchi di viola, e non è raro che l’appartamento si riempia di rose, violette, lavanda o altri fiori nelle stesse tonalità: i “colori di Kim Novak” secondo la Columbia. Cambia lo scenario, non del tutto il meccanismo.
Il suo passaggio allo Studio Club racconta bene cosa poteva essere quel luogo negli anni Cinquanta: non solo una residenza rispettabile per ragazze sole, ma anche uno spazio intermedio in cui Hollywood cominciava già a mettere ordine nei nomi, nei corpi e nelle vite delle sue future stelle.
Rita Moreno
La futura Anita di West Side Story arriva allo Hollywood Studio Club quando la sua carriera è ancora piena di esitazioni. L’Oscar è lontano, e Hollywood non ha ancora deciso che cosa fare di lei.Ha lasciato la casa della madre troppo presto per permettersi davvero un’indipendenza, e il Club diventa una soluzione concreta: una stanza condivisa, due pasti al giorno, la possibilità di restare vicino agli studios senza doversi preoccupare ogni sera di dove dormire.
Le sue giornate si muovono tra provini e piccoli ruoli, spesso stereotipati, “little Indian maidens”, dirà più tardi con ironia, e una vita che non resta mai ferma. Rita non vive lo Studio Club come un luogo appartato. Lo attraversa, lo riempie, ci sta dentro.
Molto passa dai corridoi. È al telefono comune che riceve le chiamate di Marlon Brando, lunghissime. Rita si siede per terra, con la cornetta appoggiata sulla spalla e il filo tirato al massimo, e intanto si fa la manicure. Intorno, le altre ragazze osservano, ascoltano, fanno domande. Quando la relazione prende forma, la stanza si riempie: una sera decidono di farle raccontare tutto, dall’inizio alla fine. Lei accetta, e quella stanza diventa per qualche ora un piccolo teatro di confidenze, curiosità e complicità.
Allo Studio Club si vive anche così: una ha avuto un provino, un’altra non sa ancora se la richiameranno, un’altra cerca di scherzarci sopra. In una casa del genere, la giornata di una finisce spesso per diventare, almeno un po’, anche la giornata delle altre.
In un periodo più complicato, Rita frequenta George A. Hormel, giovane erede di una grande fortuna industriale che ha scelto la musica invece dell’azienda di famiglia. È una relazione che la coinvolge molto, mentre lavoro, affetti e prospettive restano ancora in movimento. E ogni sera, fuori dalle promesse di Hollywood, c’è ancora quella stanza condivisa allo Studio Club.
Ricorderà quegli anni anche come un tempo in cui si è trovata spesso esposta, senza avere ancora gli strumenti per capire fino in fondo quello che le accadeva. Ma accanto a questo resta la memoria di una comunità femminile concreta, quotidiana, fatta di presenza e sostegno.
Quando il contratto con la Fox le dà una prima sicurezza reale, lo Studio Club smette di essere necessario. Come molte altre, anche lei se ne va. Ma porta con sé quel periodo, quelle stanze, quei corridoi pieni di voci.
Promesse, illusioni e cadute
A diciott’anni, Dorothy Malone è su un palcoscenico universitario e interpreta una ragazza che sogna Hollywood, vive in una pensione e aspetta la sua occasione. Tra il pubblico, quella sera, c’è un talent scout della RKO. Dopo lo spettacolo le propone un provino, non in uno studio, ma nel soggiorno di casa sua. Poco dopo arriva il contratto.
Quando si trasferisce a Hollywood, finisce allo Hollywood Studio Club: una stanza condivisa, giornate tra prove e attese, piccoli segnali che potrebbero significare qualcosa oppure niente. Nel 1946 è già davanti alla macchina da presa accanto a Humphrey Bogart in The Big Sleep, in una scena breve ma rimasta nella memoria. Circa dieci anni dopo, Written on the Wind (1956) le vale l’Oscar come miglior attrice non protagonista.
All’inizio degli anni Sessanta, Sharon Tate arriva a Hollywood e, nel giro di pochi giorni, trova una stanza allo Hollywood Studio Club. Non è ancora una promessa, non è ancora niente di definito. Il primo lavoro che le capita è lontanissimo dal divismo: indossa un costume irlandese e gira per i ristoranti di Los Angeles a promuovere un vino, venticinque dollari al giorno.
Fa impressione pensare che solo pochi anni più tardi, nel 1969, il suo nome sarebbe entrato nella storia di Hollywood in tutt’altro modo, quando venne uccisa, incinta, nella sua casa di Cielo Drive durante la strage compiuta dai seguaci di Charles Manson.
Ma lo Hollywood Studio Club conserva anche il ricordo di una delle vicende più tragiche della vecchia Hollywood.
Nel 1932 Peg Entwistle arriva a Los Angeles con grandi aspettative e pochissimi mezzi. Ha una formazione teatrale solida, qualche esperienza nei primi film sonori, ma le parti sono rare e il lavoro instabile. Per un periodo soggiorna allo Studio Club, come molte altre ragazze che cercano di restare a galla tra un provino e l’altro. I tentativi non bastano. Lo studio non rinnova il contratto, il denaro finisce, e anche il ritorno a New York diventa impossibile. Il 18 settembre, dopo una serata a teatro, torna a casa della zia, lascia una lettera e alcuni effetti personali, poi si dirige verso l’insegna di Hollywood. Sale fino alla “H” e si getta. Ha ventiquattro anni.
La sua morte colpisce l’opinione pubblica, ma il suo nome viene identificato solo qualche giorno dopo. A rendere la vicenda ancora più crudele, una coincidenza: pochi giorni dopo arriva per lei una lettera con un’offerta di lavoro. Il ruolo è quello di una donna che decide di togliersi la vita.
Nel tempo, la sua storia è diventata una delle immagini più persistenti della Hollywood degli inizi: la distanza tra ciò che quella città promette e ciò che può davvero mantenere.
L'Hollywood Studio Club nella cultura popolare
Con il passare degli anni, lo Hollywood Studio Club entra così a fondo nell’immaginario del cinema da smettere di essere soltanto un luogo reale e diventare anche un modello narrativo. Il caso più evidente arriva nel 1961, quando Jerry Lewis ambienta L'idolo delle donne in una versione liberamente reinventata del Club. L’edificio vero si trovava proprio di fronte al lot della Paramount, ma Lewis preferisce farne costruire una replica gigantesca su set: una struttura di quaranta stanze, alta più di tre piani, completamente arredata e aperta su un lato come una casa di bambole o una sezione architettonica. La differenza rispetto a un edificio reale, in fondo, è quasi tutta lì: una parete mancante, tolta per permettere alla macchina da presa di guardare dentro.
Lewis spiega di volere uno spazio capace di contenere molte azioni simultanee, una sorta di atmosfera da Grand Hotel in cui vite, dialoghi, piccoli incidenti e incontri possano intrecciarsi nello stesso momento. Il set, proprio per questo, viene pensato come una macchina narrativa già pronta, con illuminazione e suono integrati, in modo da ridurre al minimo le interruzioni e restituire quella che lui chiama una forma di “spontaneità della commedia”. È un’intuizione molto felice, perché coglie qualcosa di essenziale anche dello Studio Club reale: corridoi, stanze, porte che si aprono e si chiudono, ragazze che si osservano, si incrociano, si raccontano la propria giornata. Nel passaggio dal luogo alla finzione, quel microcosmo femminile si trasforma in spettacolo, ma senza perdere del tutto la sua verità di partenza.
La fine di un'era
Nel 1975 lo Hollywood Studio Club chiude definitivamente le sue porte. Il mondo attorno è cambiato, e quel modello di residenza femminile protetta, con le sue regole, le sue direttrici, i suoi corridoi pieni di voci e attese, non appartiene più allo stesso tempo.
L’edificio, però, resta. Negli anni successivi viene riconosciuto per il suo valore storico e inserito nel National Register of Historic Places: non solo come opera di Julia Morgan, ma come uno dei luoghi che hanno accompagnato, spesso in silenzio, la costruzione dell’immaginario hollywoodiano.
E in un certo senso continua a fare ciò per cui era nato. Oggi accoglie donne in cerca di una nuova possibilità, offrendo ancora una volta un alloggio temporaneo, un punto di partenza, un passaggio.
Forse è questo l’aspetto che resta più a lungo, dopo le star, gli aneddoti, le fotografie, i nomi diventati leggenda. Lo Hollywood Studio Club è stato una casa di transizione: un luogo sospeso tra ciò che si era lasciato e ciò che si sperava di diventare. Per alcune è stato l’inizio di tutto. Per altre soltanto una tappa. Per qualcuna, purtroppo, l’ultima sosta prima della disillusione.
Ma per quasi sessant’anni quelle stanze hanno custodito lo stesso momento fragile e decisivo: quello in cui una ragazza arrivava a Hollywood senza sapere ancora se il sogno l’avrebbe accolta, tradita, trasformata o semplicemente lasciata passare. E forse è per questo che, ancora oggi, quel palazzo di Lodi Place continua a sembrare molto più di un vecchio edificio. Sembra una soglia rimasta aperta.
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