Alcuni mesi fa ho scritto un articolo sul legame tra una delle mie serie comfort "Una mamma per amica" e il cinema classico americano (che trovate qui) e siccome era stato molto stimolante e vi era piaciuto molto, ho pensato di scriverne uno con un'altra protagonista.
Mi sono innamorata di How I Met Your Mother nel modo meno lineare possibile.
Ho iniziato a guardarla nel 2013, quando era ormai arrivata alla fine dell’ottava stagione ed era già stato annunciato che la nona sarebbe stata l'ultima. Non conoscevo davvero i personaggi, non avevo seguito il loro percorso dall’inizio, non avevo condiviso anni di appuntamenti settimanali. Sono entrata in quella storia quando era già matura, quando i rapporti erano stratificati, quando le dinamiche avevano alle spalle un lungo cammino. Eppure qualcosa ha funzionato immediatamente.
Mi sono sentita subito dentro, come se stessi raggiungendo un gruppo di amici che conoscevo da sempre. Era come se la serie mi stesse dicendo che l’ordine non era la cosa più importante, che ciò che contava davvero era essere disposti ad ascoltare una storia.
Solo in un secondo momento ho recuperato tutto dall’inizio, ricostruendo il percorso, capendo molto di più, riconoscendo segnali e coerenze che inizialmente mi erano sfuggiti. Ma l’affezione era già nata. Andava oltre le battute e il meccanismo della sitcom. Somigliava a quello che succede quando si rivede un film amato in un momento diverso della vita, e ci si accorge che la storia è la stessa, ma lo sguardo con cui la si guarda è cambiato.
A questo punto la domanda è inevitabile: perché parlare di How I Met Your Mother in un blog dedicato al cinema classico americano?
Se amate Frank Capra, Billy Wilder, i grandi film del dopoguerra e certe commedie romantiche che tengono insieme risate e rimpianti, vi prometto che questo giro a New York in compagnia di Ted e dei suoi amici ha molto più a che fare con loro di quanto sembri a prima vista.
E la risposta comincia proprio da qui: dai riferimenti e dai tributi al cinema disseminati nel corso della serie. Citazioni esplicite, rimandi più sottili, battute che funzionano solo se si riconosce un titolo, una scena, un immaginario preciso. Quel cinema è lì in modo costante e consapevole, accompagna la narrazione e la rende più ricca, più sfaccettata.
Poi c’è un livello più silenzioso, che mi ha colpita fin da subito: il modo in cui la storia viene costruita e restituita. L’attenzione al tempo che passa, ai ricordi che si sovrappongono, alla distanza tra ciò che accade e ciò che, anni dopo, scegliamo di raccontare. Racconti che tornano indietro, che selezionano, che mettono ordine nei ricordi più che nei fatti.
È una sensibilità narrativa che ritrovo in molti film classici che amo e che qui riaffiora in una forma diversa, più leggera e più frammentata, sempre molto consapevole. Una scrittura capace di far ridere di gusto e, allo stesso tempo, di fermarsi a osservare le relazioni imperfette e il tempo che le trasforma. È in questo dialogo, tra citazioni riconoscibili e struttura del racconto, che ho iniziato a percepire How I Met Your Mother come una serie molto più profonda e brillante di quanto la sua etichetta lasci intendere. E da lì in poi non sono più riuscita a considerarla “solo” una sitcom: per me è entrata ufficialmente nel territorio delle storie a cui tengo, quelle che non ti lasciano andare.
Di cosa parla davvero How I Met Your Mother
Al centro della storia c’è un gruppo di amici che vive a New York e attraversa insieme quella fase della vita in cui tutto sembra ancora possibile, ma nulla è davvero semplice. Si incontrano spesso, condividono cene, conversazioni infinite, entusiasmi improvvisi e delusioni silenziose. La loro storia ci arriva attraverso la voce di Ted Mosby, che molti anni dopo decide di raccontare ai figli come è arrivato a diventare la persona che è e come ha conosciuto la loro madre.

Ed è importante dirlo subito: più che una semplice storia d’amore, è una storia sul tempo, sull’attesa, sulle strade sbagliate, sulle deviazioni che sembrano definitive e invece no. Ted è il filo conduttore, ma il racconto è profondamente corale. Accanto a lui ci sono Marshall, Lily, Robin e Barney, personaggi molto diversi tra loro, che rappresentano modi opposti e complementari di affrontare la vita adulta, il lavoro, l’amore, l’idea stessa di felicità.
La serie segue le loro giornate, spesso apparentemente banali, fatte di rituali condivisi, piccoli drammi quotidiani e grandi decisioni prese senza esserne mai del tutto sicuri.
Qui non c’è una corsa verso una meta precisa: è più un continuo aggiustamento di rotta, anche se il MacLaren’s resta il punto fermo dove si torna sempre, indipendentemente da come è andata la giornata: dopo una perdita, una rottura, o una buona notizia da festeggiare. Un tavolo, una birra e un gruppo di amici pronti ad ascoltare. I personaggi cambiano, crescono, tornano sui propri passi. Sbagliano. E soprattutto ricordano.
Il racconto non procede in linea retta. Salta avanti e indietro nel tempo, anticipa conseguenze senza mostrarne subito le cause, torna su eventi già visti per rileggerli da un’altra angolazione. È una scelta che riflette perfettamente il tema centrale della serie: la vita non la capiamo mentre la stiamo vivendo, ma quando la raccontiamo a distanza di anni. Ed è dentro a questa struttura che, per me, How I Met Your Mother diventa qualcosa che resta.
Come nasce una serie pensata per durare
Quando How I Met Your Mother debutta negli Stati Uniti, il 19 settembre 2005 sulla CBS, la televisione americana si trova in un momento di passaggio. Friends si è conclusa da poco, lasciando un vuoto enorme sia nel pubblico che nell’industria, e molte nuove sitcom vengono presentate come possibili eredi. È un paragone che accompagna la serie fin dall’inizio, ma io non l’ho mai davvero condiviso. Le due storie parlano entrambe di amicizia e di giovani adulti, è vero. Il modo di raccontare, però, la struttura e il tono sono profondamente diversi.
How I Met Your Mother è arrivata in Italia con questo titolo "E alla fine arriva mamma", una traduzione che non mi ha mai convinta. Qui la chiamerò sempre con il suo nome originale, o con l’acronimo HIMYM.
La serie nasce dall’idea di Carter Bays e Craig Thomas, due amici che prima ancora di essere colleghi condividono studi, musica e una lunga amicizia.
La vera intuizione, però, riguarda il punto di vista. Non assistiamo agli eventi mentre accadono, ma mentre vengono ricordati. Il protagonista è Ted Mosby, interpretato da Josh Radnor, un attore che prima di questa serie aveva lavorato soprattutto in teatro e in produzioni indipendenti, portando con sé una sensibilità più intima e riflessiva rispetto allo standard del protagonista da sitcom. A raccontare la storia dal futuro è la voce di Bob Saget, volto amatissimo della televisione americana grazie a Full House (Gli amici di papà), una serie che anch’io ho scoperto tardi, nel 2017, e che ho amato moltissimo. La sua voce dà al racconto un tono affettuoso, ironico e malinconico, come quello di qualcuno che guarda indietro con una consapevolezza che arriva solo col tempo.
Intorno a Ted prende forma un gruppo di amici che, puntata dopo puntata, entra nell’immaginario di tantissimi spettatori. Marshall Eriksen è interpretato da Jason Segel, già noto per Freaks and Geeks, una serie di culto prematuramente cancellata ma fondamentale per una nuova idea di comedy più malinconica e introspettiva. Lily Aldrin ha il volto di Alyson Hannigan, che molti ricordavano per Buffy the Vampire Slayer. Robin Scherbatsky è interpretata da Cobie Smulders, allora quasi sconosciuta. E poi c’è Barney Stinson, affidato a Neil Patrick Harris, che prima di HIMYM aveva attraversato fasi molto diverse della sua carriera: enfant prodige (ha recitato accanto a Whoopi Goldberg in Il grande cuore di Clara), attore teatrale. Con Barney trova finalmente un personaggio capace di raccogliere tutte queste esperienze e rilanciarle in modo esplosivo.
Il legame con il cinema che amo
Tanto vale dirlo senza girarci intorno: How I Met Your Mother è la mia serie preferita. È quella a cui torno quando ho bisogno di ridere davvero, di alleggerirmi, di sentirmi in compagnia. La metto su sapendo già cosa succederà e proprio per questo funziona: mi rassicura, mi rimette in moto, mi fa sentire a casa. I rewatch non si contano più, e ogni volta mi sorprende quanto riesca a restare viva.
Col tempo ho iniziato a chiedermi perché mi parlasse in modo così profondo. La risposta, per me, passa dal cinema. Più la rivedo, più riconosco in questa serie una sensibilità vicina a quella dei film classici americani di cui scrivo qui sul blog: l’attenzione ai dettagli, il gusto per i ritorni, la fiducia nel fatto che lo spettatore si ricordi ciò che è successo molte puntate prima. Ci sono battute che funzionano di più alla seconda visione, oggetti che tengono insieme momenti lontani, episodi che cambiano colore quando si sa già dove andrà a finire la storia. È un modo di costruire il racconto che assomiglia a quello dei film che torniamo a vedere in età diverse, scoprendo ogni volta una sfumatura in più.
C’è poi il cinema come lingua emotiva condivisa. Alcune battute di How I Met Your Mother scattano perché danno per scontato che un certo titolo, una certa scena, un certo personaggio facciano parte del nostro bagaglio di spettatori. Basta nominarli, anche al volo, e l’emozione arriva in blocco. È un meccanismo che conosco bene: è lo stesso che mi guida quando preparo i Mercolereel, quei video del mercoledì in cui scelgo scene in cui è facile rivedersi, che parlano di guai in cui inciampiamo ancora oggi o di soluzioni creative (e un po’ sbilenche) per affrontare la vita. Insomma, scelgo situazioni riconoscibili, quotidiane, che funzionano proprio perché ci somigliano.
La serie usa il cinema così: per chiarire un momento, per rendere più efficace una battuta, per far capire subito che aria tira in una relazione. E poi c’è il fattore nostalgia, che aggancia sempre: riconoscere al volo un titolo, una musica, un’immagine che fa parte della nostra storia di spettatori crea immediatamente complicità.
In alcuni casi, però, How I Met Your Mother fa un passo in più e non si limita a citare. Rilegge un film e lo guarda da un’angolazione diversa.
Uno dei casi che mi ha colpito di più non riguarda propriamente un classico. O forse sì, dipende da come decidiamo di usare questa parola. Penso alla rilettura di The Karate Kid proposta a un certo punto dalla serie. È Barney a suggerire che, se ci fermiamo a guardare davvero la storia, forse il vero protagonista non è Daniel, ma Johnny. L’idea spiazza: Johnny è quello che si allena da sempre, che insegue un obiettivo con disciplina, ed è anche il risultato di un allenatore spietato che lo spinge oltre il limite, fino a farlo apparire come il “cattivo” della storia.
Continuo ad avere un grande affetto per Daniel, e la scena finale con la mossa della gru resta iconica come la prima volta. Ma quella osservazione apre uno spiraglio e dimostra quanto basti spostare di poco il punto di vista per cambiare il modo in cui una storia ci arriva. Ad un certo punto nella serie compaiono come guest star proprio i due interpreti del film Ralph Macchio e William Zabka.
Poco dopo, la stessa intuizione trova una forma compiuta nella serie Netflix "Cobra Kai", interamente costruita attorno a Johnny (che non a caso ho adorato).
E sapete una cosa? Ora che ci penso Karate Kid è lontano da noi più o meno quanto lo erano, quando sono nata, i film del dopoguerra di cui parlo qui sul blog: una quarantina d’anni. È lo stesso intervallo che mi separa da Io e l’uovo, il film del 1947 a cui ho dedicato il mio ultimo articolo (lo trovate qui).
Quando passa così tanto tempo, una storia cambia posto nella nostra testa: da “film degli anni Ottanta” diventa qualcosa a cui torniamo, che riguardiamo, di cui parliamo di nuovo. Entra nella zona dei classici, almeno per come la intendo io: storie che alla prima visione sembrano finite e invece continuano a tornare, a farci domande, a riemergere nei posti più inattesi, persino dentro una sitcom dei Duemila.
I film classici dentro How I Met Your Mother
Il Mago di Oz
(il mio articolo su questo film lo trovate qui)
Stagione 1, Episodio 5 – “Okay Awesome”
Barney mostra l’outfit da discoteca con una camicia argentata talmente brillante da catturare subito l’attenzione. Ted lo guarda e lo ribattezza senza pensarci troppo “Tin Man” (Uomo di latta). La battuta è tutta visiva e funziona all’istante, perché rimanda a uno dei personaggi più riconoscibili del cinema classico: l’Uomo di Latta de Il mago di Oz, il film del 1939 in cui Judy Garland interpreta Dorothy, in viaggio verso casa insieme a compagni convinti di non avere ciò che in realtà possiedono già. Basta una camicia per evocare tutto questo, e la risata arriva puntuale.
Stagione 4, Episodio 7 – “Not a Father’s Day”
Qui il riferimento torna in modo più sottile. Ted e Robin stanno discutendo al MacLaren’s del tema dei bambini, e Robin si mostra fredda, distante, poco coinvolta. Dirle apertamente che la trova “senza cuore” sarebbe troppo. Così Ted fa quello che gli viene più naturale: usa il cinema per dire una cosa difficile con leggerezza.
“Maybe you could ask the wizard to give you a heart.” (Forse potresti chiedere al mago di darti un cuore)
È quel modo tipico di Ted di infilare una citazione al posto di una frase troppo diretta. E funziona proprio perché Il mago di Oz è un terreno comune: l’immagine dell’Uomo di Latta dice tutto senza bisogno di spiegazioni. Anche se nella traduzione italiana si perde un po’.
Mary Poppins
(il mio articolo su questo film lo trovate qui)
Stagione 6, Episodio 14 – “Last Words”
Siamo in uno degli episodi più tristi della serie, durante il funerale di una persona cara. È uno di quei momenti in cui How I Met Your Mother dimostra quanto sappia bilanciare sofferenza e leggerezza come raramente ho visto fare: sei lì con un groppo alla gola e, subito dopo, qualcosa ti strappa una risata. Succede per tutta la puntata.
Robin reagisce come spesso fa: in modo pratico, quasi militare. Dalla sua borsa iniziano a comparire oggetti sempre più improbabili, tutto ciò che può servire per affrontare la situazione. Caricabatterie per ogni tipo di cellulare, una fiaschetta per un po’ di conforto “spirituale”, un DVD per alleggerire l’atmosfera, farmaci per ogni evenienza.
È lì che nasce spontaneo il paragone con un’altra donna dalla borsa magica, quella che con il volto di Julie Andrews è stata protagonista di uno dei film più amati di sempre, Mary Poppins. Ed è Ted a dirlo, con il suo solito tempismo da romantico cinefilo: “You’re like Mary Poppins if her magic purse was also filled with drugs.” («Sei come Mary Poppins, se però la sua borsa magica fosse piena anche di droghe.»)
Robin, ovviamente, non si lascia intenerire e rilancia subito, smontando l’immagine zuccherosa con una lucidità disarmante: “The kids in that movie jumped into a painting and spent fifteen minutes chasing a cartoon fox. Spoonful of sugar? Grow up.”
(«In quel film i bambini saltano dentro un dipinto e passano quindici minuti a inseguire una volpe disegnata. Un poco di zucchero? Cresci.»)
Ted usa Mary Poppins come scorciatoia emotiva, Robin la ribalta con una lettura adulta e disincantata. Il riferimento funziona perché è immediato, condiviso, e perché nasce da un contrasto perfetto tra due modi opposti di stare dentro le emozioni.
Tutti insieme appassionatamente
(il mio articolo su questo film lo trovate qui)
Stagione 7, Episodio 7 – “Noretta”
Siamo nell’episodio in cui la serie gioca apertamente con l’idea che, prima o poi, finiamo tutti per scegliere qualcuno che assomiglia ai nostri genitori. Per Barney questo momento arriva in modo tenero e inquietante insieme, grazie a un classico del cinema musicale.
Nora cerca di rassicurarlo e, per calmarlo, gli canta My Favorite Things, la canzone di Tutti insieme appassionatamente (The Sound of Music), il film del 1965 in cui Julie Andrews interpreta Maria e usa proprio quella melodia per tranquillizzare i bambini durante un temporale, elencando le sue “cose preferite”. È una canzone di conforto, dolce e rassicurante, che abbiamo sentito mille volte senza quasi più pensarci.
Qui però succede qualcosa. Mentre Nora gliela canta con dolcezza, Barney si blocca e realizza che gli ricorda irresistibilmente sua madre, Loretta. La serie lo rende chiarissimo con un montaggio affiancato: Nora che canta, Loretta che continua la stessa canzone nello stesso modo. Alla fine, nella testa di Barney, non è più la fidanzata ad avvicinarsi per baciarlo, è sua madre.

È una reference piccola ma perfetta: prende una canzone calda e rassicurante del grande cinema classico e la usa per raccontare, in pochi secondi, la scoperta più scomoda di tutte. E infatti, subito dopo, si ride.
Il padrino
Stagione 6, Episodio 7 – “Canning Randy”
Siamo al MacLaren’s. Ted racconta a Lily e Robin di aver perso completamente il rispetto dei suoi studenti all’università. Lily, che in confronto gestisce una classe di bambini dell’asilo, lo guarda con l’aria di chi pensa “amatoriale” e gli spiega il suo metodo infallibile: spegne le luci, imita un allarme d’auto e in pochi secondi tutti zitti, fermi, disciplinati.
Nel flashback vediamo la scena in aula. Tra i bambini ce n’è uno particolarmente irrequieto, si chiama Johnny, corre ovunque e stringe un cavallo di peluche come fosse il suo bene più prezioso. Al suo ingresso in classe, un dettaglio che chi ama il film nota subito: Johnny fa cadere a terra un’arancia. Una piccola strizzata d’occhio a Il padrino, dove gli agrumi compaiono spesso in prossimità di una morte o di un pericolo imminente.
Più tardi, al bar, Ted chiede a Lily come sia andata a finire con quel bambino così difficile. Lei, serenissima, assicura che ora va tutto benissimo. La verità la scopriamo in un altro flashback: Johnny si sveglia nel suo lettino, solleva le coperte e trova accanto a sé il suo cavallo di peluche… decapitato. Urlo, panico, e noi sappiamo esattamente da dove arriva l’idea.

È un omaggio diretto a una delle scene più celebri (e inquietanti) del cinema: la testa del cavallo nel letto del produttore in Il padrino. Qui tutto è tradotto in versione asilo, con un cavallo di peluche e una maestra sorridente al posto della mafia. Il messaggio però resta lo stesso: non servono parole per farsi capire.
Quello che mi colpisce è quanto la serie si fidi del suo pubblico. Nessuno spiega la citazione, non c’è ammiccamento plateale: c’è un’arancia che cade, c’è un cavallo decapitato, e basta. Se conosci Il padrino, sorridi. Se non lo conosci, la scena funziona lo stesso ed è perfettamente in linea con il lato segretamente spietato di Lily. In entrambi i casi, il riferimento al cinema classico rende la gag più ricca di quanto sembri a prima vista.
Il padrino II
Stagione 8, Episodio 21 – “Romeward Bound”
Siamo nell’episodio in cui Marshall e Lily stanno decidendo se trasferirsi o meno in Italia. Per Marshall è un sogno a occhi aperti, e la serie sceglie il modo più cinematografico possibile per raccontarlo: una fantasia ambientata in una Little Italy tutta cliché e suggestioni da grande schermo.
Lo vediamo camminare per strada vestito con un completo bianco, cappello e atteggiamento spavaldo, chiarissimo omaggio a Don Fanucci in Il padrino - Parte II. È una parodia affettuosa: Marshall non è certo un boss. Nella sua testa, però, l’idea di andare a vivere in Italia ha lo stesso peso epico di un’ascesa criminale in un film di Coppola.

A completare il quadro, ovviamente, ci sono le arance. Compaiono in modo ben visibile, come richiamo diretto alla simbologia del ciclo del Padrino, dove gli agrumi accompagnano spesso un pericolo imminente o un destino che sta per compiersi. Qui non preannunciano una morte: accompagnano una scelta che cambierà la vita della famiglia.
Questa reference mi diverte molto perché gioca su due livelli contemporaneamente: da un lato c’è la fantasia ingenua e un po’ pacchiana di Marshall sull’Italia “da cartolina”, dall’altro la serie si concede il lusso di evocare uno dei sequel più importanti del cinema americano. Basta un vestito bianco, un’inquadratura in una strada italiana e una manciata di arance: chi ama Il padrino – Parte II riconosce tutto al volo, chi non lo conosce vede comunque quanto, per Marshall, quella decisione abbia assunto proporzioni da grande film.
La vita è meravigliosa
(il mio articolo su questo film lo trovate qui)
Stagione 6, Episodio 12 – “False Positive”
Siamo a ridosso del Natale. Ted è fuori da un cinema, in fila per andare a vedere La vita è meravigliosa di Frank Capra, il film del 1946 con James Stewart in cui George Bailey, disperato, arriva a desiderare di non essere mai nato e finisce per vedere la sua vita da fuori, capendo quanto abbia contato per tutti gli altri.
Proprio mentre sta per entrare in sala, Ted riceve una telefonata da Marshall e Lily, convinti di avere finalmente una buona notizia da dargli. Da lì la puntata fa un salto indietro: “36 ore prima”, e vediamo tutto quello che è successo a ridosso di quel falso positivo, con i personaggi che oscillano tra entusiasmi, egoismi, ripensamenti improvvisi e buoni propositi traditi nel giro di pochi minuti.
Il riferimento a La vita è meravigliosa qui non è una battuta isolata, ma un vero e proprio contrappunto. Il film resta sullo sfondo, letteralmente: Ted è fuori da una sala dove sta per essere proiettato, mentre la voce narrante ci riporta indietro a una serie di scelte piccole e grandi che, tutte insieme, cambiano il modo in cui i personaggi si vedono. Qui non c’è un angelo che lo guida e nessuno gli mostra come sarebbe il mondo senza di lui. Il meccanismo, però, è simile: è una giornata che costringe tutti a guardarsi allo specchio.
Mi piace molto che How I Met Your Mother scelga proprio questo titolo per accompagnare un episodio in cui, sotto la commedia natalizia sgangherata, si parla di responsabilità, di priorità, di come usare (o sprecare) le occasioni che arrivano. È uno dei rari casi in cui la serie chiama in causa un grande classico per dichiarare il tono: quello che stai per vedere è, nel suo piccolo, una “vita è meravigliosa” versione Duemila, con meno neve finta, più MacLaren’s e la stessa domanda di fondo.
Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato
Stagione 4, Episodio 17 – “The Front Porch”
È la puntata del pigiama party delle tre e mezza del mattino: tutti a casa di Marshall e Lily, in pigiama, per restare svegli e guardare la trasmissione di Robin che va in onda a un’ora assurda. Barney, ovviamente, si presenta con il suo completo di seta “suitjamas”, più simile a uno smoking che a un pigiama. Marshall, invece, sfoggia una camicia da notte lunga, modello nonno d’altri tempi.
Quando Barney lo vede, non si lascia sfuggire l’occasione. Parte una raffica di prese in giro a tema letterario e cinematografico: prima Peter Pan e l’Isola che non c’è, poi il colpo migliore, quello che ci interessa qui.
“Was it nice to finally get out of that crowded bed and take Charlie to the chocolate factory?”
È un riferimento diretto a Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato: il letto affollato è quello dei quattro nonni di Charlie, che condividono materasso e coperte in una delle immagini più povere e memorabili del film. Barney piazza la battuta perfetta: con una sola frase, trasforma la camicia da notte di Marshall in un capo da nonno Dickensiano, lo sposta in un’altra storia e lo inchioda lì, dentro un immaginario che tutti riconosciamo.
Mi piace questo momento perché è esattamente il modo in cui la serie usa i classici: per trovare la presa in giro giusta, senza mai trasformare il riferimento in lezioncina.
Io e Annie
Stagione 7, Episodio 6 – “Mystery vs. History”
Siamo nell’episodio in cui il gruppo discute se sia giusto o meno cercare tutto su una persona prima di un appuntamento. Google, vecchie foto, ex, profili, tracce digitali: il pacchetto completo. Ted prova a convincersi che è meglio non sapere troppo, ma si tradisce quando confessa di avere comunque un suo metro di giudizio nascosto. E lì salta fuori il film.
Per capire se una ragazza è “giusta” ai suoi occhi, Ted usa Io e Annie (Annie Hall), la commedia newyorkese del 1977 in cui Woody Allen e Diane Keaton si muovono tra dialoghi infiniti, nevrosi, tentativi, nostalgie. Se lei lo odia, se non ne capisce il tono, per lui è un campanello d’allarme. Non lo dice come un manifesto, lo confessa quasi come una debolezza personale: è un film talmente vicino al suo modo di sentire le relazioni che non riesce a separarlo del tutto dalla vita reale.
Mi piace molto questo dettaglio perché è esattamente il tipo di scorciatoia emotiva che usiamo tutti, soprattutto chi ama il cinema: quel titolo che diventa una specie di prova silenziosa. Non serve che la ragazza conosca a memoria le battute o sappia l’anno di uscita, conta la sensazione. Se guarda Io e Annie e resta indifferente, Ted sente che qualcosa si incrina.
Stagione 6, Episodio 4 – “Subway Wars”
Woody Allen era già comparso prima, in un altro contesto. Durante la gara su chi sia “più newyorkese”, Marshall dice a Robin che non può davvero definirsi tale se non ha mai visto un film di Woody Allen. È una battuta velocissima, ma chiarisce bene il punto: per loro certi film fanno parte del kit di base, come conoscere le linee della metropolitana o sapere dove prendere il miglior panino della città.
5 chicche nascoste per cinefili curiosi
Oltre ai riferimenti più evidenti, How I Met Your Mother si diverte a disseminare piccoli omaggi che non vengono mai esplicitati, ma che chi ama il cinema classico può riconoscere al volo.
Il poster di Metropolis
Nella stanza di Ted, appeso al muro, c’è un poster di Metropolis. Non viene mai commentato, ma è lì, silenzioso, a raccontare molto di lui: un architetto romantico con in camera un capolavoro del muto espressionista su una città del futuro e le sue geometrie impossibili.
Il cattivo alla James Bond
La scena di Barney sulla poltrona girevole con il coniglietto in grembo (Stagione 6, Episodio 5 – “Architect of Destruction”) è un omaggio visivo ai villain di 007, in particolare a Blofeld in Si vive solo due volte: figura seduta, animale bianco da accarezzare, volto che si rivela dopo. La serie non lo esplicita mai: l’iconografia però è quella, e chi ha visto anche solo un paio di Bond classici lo sente subito.
“La parola ai giurati”
(il mio articolo su questo film lo trovate qui)
Il titolo dell’episodio “Twelve Horny Women” (Stagione 8, Episodio 8) è un gioco di parole chiarissimo su La parola ai giurati, il cui titolo originale è Twelve Angry Men. Qui la giuria è composta da dodici donne che dovrebbero concentrarsi su una causa ambientale portata avanti da Marshall, ma finiscono palesemente distratte dal fascino fisico dell’avvocato della controparte.
“Il terrore corre sul filo”
In “Unfinished” (Stagione 6, Episodio 3), c’è uno dei momenti più malinconici di Robin. Sta cercando di chiudere davvero con una storia finita male, e il problema è che il numero di lui ce l’ha ancora in testa. Dopo una serie di telefonate sbagliate, rabbiose, confuse, decide che l’unico modo per andare avanti è smettere di cercarlo.
Nella scena finale compone di nuovo il numero, qualcuno risponde, lei si ferma un istante, sorride e dice: “Oh, sorry, wrong number.” e riattacca.
È una frase che, per la maggior parte degli spettatori, è solo un modo educato per chiudere la chiamata. Ma chi ama il noir sente immediatamente l’eco del film Sorry wrong number (Il terrore corre sul filo) con Barbara Stanwyck inchiodata al telefono, sospesa tra ciò che sente e ciò che non può controllare.
“La stangata”
(il mio articolo su questo film lo trovate qui)
Dopo il matrimonio degli amici Claudia e Stuart, nell'episodio 13 della prima stagione "Drumroll please" Ted si siede al pianoforte e suona il tema de La stangata per impressionare una ragazza che, entusiasta, improvvisa una piccola coreografia. Il film non viene nominato. Il ragtime di Marvin Hamlisch, però, è talmente iconico che basta davvero mezza battuta per riconoscerlo. È uno di quei momenti in cui la serie dà per scontato che una certa musica faccia parte del nostro bagaglio, senza bisogno di etichette.
Cosa può lasciarvi How I Met Your Mother
Arrivata alla fine di questo articolo, mi rendo conto che How I Met Your Mother, per me, è diventata soprattutto una cosa: un modo per ripensare a come ricordiamo le storie. Mi ha fatto vedere quanto selezioniamo, quanto aggiungiamo, quanto riordiniamo gli eventi quando li raccontiamo. È una serie che, episodio dopo episodio, mette in scena proprio questo lavoro della memoria. E per chi ama il cinema classico, abituato a tornare sugli stessi film in età diverse, è un territorio sorprendentemente familiare.
I film che ho citato qui non sono solo omaggi affettuosi. Ogni riferimento, piccolo o grande, è un invito a riguardarli con un’angolazione diversa: La vita è meravigliosa legata a una giornata storta che costringe tutti a fare il punto, Il padrino nascosto in un cavallo di peluche, Mary Poppins tirata in ballo per parlare di come reagiamo al dolore, Io e Annie usato come metro silenzioso per capire se qualcuno è “dei nostri”. HIMYM mostra quanto questi titoli siano ancora vivi, quanto possano continuare a parlare attraverso altre storie, altri formati, altri toni.
Se deciderete di cominciare la serie dopo aver letto queste righe, vi auguro due cose. La prima: di lasciarvi prendere dal racconto senza fretta, puntata dopo puntata, come si farebbe con un romanzo lungo. La seconda: di accorgervi, a un certo punto, che un dettaglio vi ha fatto venir voglia di recuperare un film. Che sia Il mago di Oz, La vita è meravigliosa, Il padrino o Io e Annie poco importa. In quel momento, How I Met Your Mother avrà fatto esattamente quello che, qui sul blog, provo a fare ogni volta: mettere in dialogo le storie che amiamo, e trovare in quel dialogo un pezzo di noi.
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- lunedì, febbraio 09, 2026
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