Gambit - Grande furto al Seminaris: Caine, Shirley e il piano quasi perfetto
lunedì, aprile 06, 2026C’è un modo di dire inglese che fa così: "When man plans, God laughs", Quando l’uomo pianifica, Dio ride. Mia nonna, più semplicemente, diceva:
i Conti diventano Contesse. Il senso è lo stesso: per quanti conti tu
possa fare, c’è sempre il rischio che qualcosa vada come non deve. A
volte è un contrattempo minuscolo, a volte una persona che non si
comporta come dovrebbe, a volte semplicemente la realtà che decide di
non rispettare il copione.
Gambit racconta proprio questo, e lo fa
con un’eleganza tutta sua. Al centro c’è Harry Dean, un ladro
sofisticato convinto di poter controllare ogni dettaglio, e c’è Nicole,
la donna che dovrebbe permettergli di portare a termine il colpo
perfetto. Tutto è studiato, previsto, ordinato con precisione. Almeno
sulla carta. Poi, con molta calma e parecchio spirito, il film
comincia a mostrare quanto poco basti perché quell’idea di perfezione si
incrini.
Anche il titolo, in fondo, ci mette subito sulla strada
giusta. Se qualche anno fa avete visto la serie Netflix The Queen’s
Gambit, questo nome l’avete già incontrato. Negli scacchi un gambit, un
gambetto, è una mossa d’apertura in cui si sacrifica qualcosa per
ottenere un vantaggio più avanti. Una perdita apparente, almeno in
teoria. Gambit prende questa idea e la porta dentro il racconto. E lo fa
già dall’inizio, con una piccola variazione molto spiritosa sul
classico finale dei film di rapina: invece di tenere il colpo per la
conclusione, lo mette subito in scena come una fantasia ordinata e
impeccabile. Il resto del film penserà a verificare quanto quella
fantasia sia davvero solida.
A rendere tutto ancora più piacevole ci pensano i due protagonisti. Shirley MacLaine è splendida, simpatica, mobilissima, con un guardaroba da urlo e una presenza che basta da sola a spostare il peso delle scene. Michael Caine, al suo primo film americano, porta invece qualcosa di ancora nuovo, un’energia diversa, più asciutta, meno rifinita, che al film serve moltissimo.
È un film che comincia come se tutto dovesse andare secondo i piani e poi si diverte a smentire, con molta eleganza, chi pensa di poter controllare ogni dettaglio. E forse è anche per questo che continua a essere così piacevole da rivedere. Non solo per il colpo, per Shirley MacLaine favolosa o per il fascino un po’ spigoloso del primo Michael Caine americano, ma per quel modo tutto suo di ricordarci che la realtà, quasi sempre, ha più immaginazione di noi.
La ciliegina sulla torta? Se vi viene voglia di rivederlo, in fondo all’articolo trovate anche dove è attualmente reperibile.
Il titolo originale è Gambit ed è un film del 1966 diretto da Ronald Neame con protagonisti Shirley MacLaine e Michael Caine.
La trama in breve: Harry Dean è un ladro raffinato convinto di avere ideato il colpo perfetto: rubare una preziosa statua cinese al ricchissimo collezionista Shahbandar servendosi di Nicole, una donna che dovrebbe aiutarlo a insinuarsi nella sua vita. Sulla carta tutto è stato studiato nei minimi dettagli. Ma tra il piano immaginato e quello che accade davvero c’è di mezzo la realtà, e basta poco perché il controllo assoluto che Harry crede di avere cominci a sfaldarsi.
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| Alcune scene del film |
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| Immagini promozionali |
A
metà degli anni Sessanta il mondo occidentale vive una stagione in cui
il benessere, o almeno la sua immagine, occupa uno spazio sempre più
visibile. Crescono i consumi, si amplia il mercato dei beni
desiderabili, la moda acquista un peso culturale enorme e il design
moderno entra nella vita quotidiana con una naturalezza nuova. Il
viaggio internazionale smette di essere un’esperienza remota per pochi e
diventa un orizzonte riconoscibile anche per chi lo osserva da lontano.
Alberghi, aeroporti, boutique, automobili eleganti, oggetti di lusso:
tutto contribuisce a costruire un immaginario fatto di mobilità, stile e
riconoscibilità immediata.
È un cambiamento che passa anche
attraverso le immagini. Riviste, pubblicità, fotografia e cinema
diffondono un’idea molto precisa di come si presenta il mondo del
benessere: levigato, ordinato, desiderabile. Non è soltanto una
questione economica, ma anche estetica. Il gusto si affina, si fa più
attento alla superficie, al dettaglio, al modo in cui le cose appaiono
prima ancora che a ciò che sono. L’identità, in questo contesto, si
costruisce anche attraverso i segni esterni: come ci si veste, dove si
entra, che cosa si possiede, come ci si muove in uno spazio.
Hollywood
assorbe rapidamente questa trasformazione. Il cinema americano continua
a poggiarsi su una struttura produttiva ancora solida, ma il mondo che
mette in scena si allarga. Le storie si spostano con facilità tra città
europee, ambientazioni esotiche o ricostruite come tali, interni
raffinati che diventano parte attiva del racconto. I costumi acquistano
un ruolo sempre più evidente nel definire i personaggi, la scenografia
suggerisce immediatamente il livello sociale e il tono della storia, la
fotografia contribuisce a dare a tutto una patina uniforme e
riconoscibile. Anche quando i film mantengono un’impostazione leggera,
portano con sé questa nuova attenzione alla forma, alla superficie, al
piacere visivo.
Dentro questo clima ritrova una particolare vitalità
un filone che il cinema frequenta da tempo: quello dei ladri
gentiluomini, dei truffatori eleganti, dei colpi costruiti come esercizi
di intelligenza. Non è una novità in senso stretto, ma negli anni
Sessanta assume una fisionomia molto aderente al gusto del momento. Il
furto entra in spazi sempre più raffinati, si lega al mondo dell’arte,
dell’alta società, del collezionismo, e si sviluppa come una sequenza di
gesti studiati con cura. Il piano, l’esecuzione, il travestimento, il
controllo dei tempi diventano elementi centrali, osservati con lo stesso
interesse con cui si guardano gli ambienti e gli abiti.
Alcuni
titoli del decennio rendono immediatamente riconoscibile questa
atmosfera. La Pantera Rosa trasforma il crimine in un gioco mondano,
ironico e perfettamente calibrato; Penelope la magnifica ladra si muove
in un universo fatto di consumo e apparenza, dove la figura della ladra
acquista una dimensione quasi capricciosa; Come rubare un milione di
dollari e vivere felici porta il colpo dentro il mondo dell’arte e
dell’alta società, lasciando che il gusto e lo stile abbiano un peso
pari a quello dell’azione. In tutti questi casi il furto viene osservato
come una costruzione elegante, qualcosa che ha a che fare con il
piacere dell’esecuzione oltre che con il risultato.
Accanto a questo
filone si sviluppa anche una sensibilità narrativa più mobile, più
incline a giocare con le aspettative dello spettatore. Sciarada ne è uno
degli esempi più evidenti: una storia che procede per slittamenti,
identità incerte e informazioni trattenute, mantenendo sempre una
leggerezza controllata. Il racconto non si limita a mostrare un piano,
ma si diverte a riorganizzare continuamente ciò che lo spettatore crede
di aver capito. È un tipo di costruzione che appartiene pienamente al
clima del decennio, dove anche la narrazione diventa una forma di
inganno ben calibrato.
Alla metà degli anni Sessanta si consolida
così un immaginario molto preciso. Il lusso, il movimento, la superficie
curata, il travestimento, il piano studiato nei dettagli: tutto
contribuisce a creare un cinema che si muove con disinvoltura dentro il
proprio stesso artificio e che trova proprio in questa consapevolezza
una parte importante del suo fascino.
L'origine della storia
Gambit arriva al cinema passando da una strada piuttosto
tortuosa, e forse è giusto così per un film che, già dal titolo,
promette mosse oblique e piani che cambiano forma mentre li si guarda.
Ma prima dobbiamo parlare di un’altra storia che si trova tra le mani l’uomo che andrà a dirigerlo. Ronald Neame.
Prima di mettersi dietro la macchina da presa
ha fatto praticamente tutto: fotografia, scrittura, produzione. Ha
lavorato accanto a David Lean in anni decisivi, su film come Breve incontro, Grandi speranze e Oliver Twist, e questa formazione si
sente. Neame ha il gusto dell’immagine costruita con precisione, ma
soprattutto ha un istinto molto sicuro per il racconto, per il ritmo,
per il modo in cui una scena deve muoversi senza far vedere troppi
ingranaggi. È un regista che sa tenere insieme eleganza e chiarezza, e
Gambit ha bisogno esattamente di questo.
Del resto, arrivando alla
metà degli anni Sessanta, Neame ha già dimostrato di sapersi muovere in
territori molto diversi. Ci sono la commedia elegante Il forestiero, la tensione controllata di L'uomo che non è mai esistito, film come La bocca della verità e Whiskey e gloria che mostrano quanto sappia lavorare
bene con gli attori. Più tardi arriveranno La strana voglia di Jean e L'avventura del Poseidon.
Prima ancora di Gambit, Ronald Neame sta
inseguendo un altro progetto, l’adattamento di The Mutiny of Madame Yes
di Dale Collins, la storia di una carismatica donna prende il comando di
una nave in una rocambolesca serie di atti di pirateria. E per lui ha
già un volto preciso, quello di Shirley MacLaine. L’attrice si dimostra
interessata, iniziano a lavorare alla sceneggiatura ma il progetto si
arena. Ma è proprio da quello stop che comincia un’altra storia.
Chiamato
alla Universal per aiutare a finire un film, Neame viene contattato dal
produttore (ex fotografo di scena) Leo Fuchs che ha tra le mani un
racconto di Sidney Carroll intitolato Who Is Mr. Dean? e decide di
affidare a lui la regia.
Pare che una prima stesura della
sceneggiatura sia stata abbozzata da Bryan Forbes con l’idea che il film
sia un veicolo per Cary Grant, ma a un certo punto il baricentro si
sposta. La donna, che in partenza poteva sembrare una figura necessaria
al piano, diventa via via il vero punto sensibile della storia. È un
cambiamento importante, perché modifica il film prima ancora che venga
girato. Non cambia soltanto chi lo interpreta: cambia proprio dove cade
il peso del racconto.
Anche il titolo, a quel punto, sembra lavorare
nella stessa direzione. Negli scacchi un Gambit (gambetto) è una mossa
d’apertura in cui si sacrifica qualcosa per ottenere un vantaggio più
avanti. È una perdita apparente, un rischio calcolato, una rinuncia che
in realtà serve a prendere il controllo della partita. Per un film del
genere è un titolo quasi perfetto, perché dice già tutto senza spiegare
troppo: c’è un piano, c’è una figura esposta, c’è qualcuno convinto di
poter governare il gioco dall’alto, e c’è la concreta possibilità che la
partita finisca per obbedire a una logica un po’ diversa.
Così la
sceneggiatura trova la sua forma un po’ alla volta. Il materiale di
partenza c’è, la struttura del colpo anche, ma serve qualcuno che dia al
film il tono giusto. Qui entrano davvero in gioco Jack Davies e Alvin
Sargent. Neame parlerà in seguito del contributo di Sargent come di
qualcosa di decisivo, soprattutto nei dialoghi e nella comprensione dei
personaggi.
È lei a suggerire una delle migliori trovate del film.
Per distinguere il film dalle tante commedie sul colpo che affollano il
decennio, propone una soluzione semplicissima e geniale: lasciare Nicole
muta per tutta la prima parte. Per quasi ventisette minuti il film
segue il piano ideale immaginato da Harry Dean senza darle voce. È una
scelta che cambia subito il tono. Quella prima parte non è più soltanto
l’inizio di una storia, ma una fantasia ordinata, il sogno professionale
di un uomo che crede di poter disporre tutto e tutti come pezzi sulla
scacchiera. Quando Nicole finalmente parla, entra in scena anche la
realtà. E da quel momento la partita smette di seguire il copione
perfetto che qualcuno aveva scritto per lei.
Il Cast
A questo punto non possiamo che partire da quello che abbiamo già capito essere il pezzo decisivo, la “regina”: Shirley MacLaine.
Quando arriva a
Gambit, Shirley MacLaine è già una delle attrici più importanti di
Hollywood. Sono passati undici anni dal suo debutto cinematografico, e
in mezzo c’è una carriera che ha preso forma con una rapidità
impressionante. All’inizio c’è Broadway, dove fa la ragazza di riserva
nel coro di The Pajama Game e viene notata nel momento in cui deve
sostituire Carol Haney. Poi arriva il cinema, e arriva subito bene: La
congiura degli innocenti di Hitchcock, che la impone all’attenzione di
Hollywood e le vale il Golden Globe come migliore attrice debuttante.
Da
lì in avanti Shirley costruisce una filmografia che, in poco più di un
decennio, basta da sola a raccontarne il rango. Ci sono due capolavori
di Billy Wilder, L’appartamento e Irma la dolce, che la fissano per
sempre dentro una modernità femminile inquieta, spiritosa, vulnerabile e
lucidissima. Ci sono anche le sue doti drammatiche, mostrate con forza
in Quelle due accanto ad Audrey Hepburn. E c’è il lato più vistosamente
mondano e spettacolare di La signora e i suoi mariti, coloratissimo,
saturo, pieno di star, dove sa muoversi con la stessa naturalezza dentro
un gioco più brillante e corale. A quel punto Shirley MacLaine porta
con sé commedia, dramma, glamour, intelligenza professionale e una
personalità troppo forte per limitarsi a orbitare attorno a un progetto:
è una presenza che ne cambia il peso.
È con questo statuto che entra
in Gambit. E conta anche un aspetto molto concreto del suo contratto:
il privilegio di poter intervenire sulla scelta del coprotagonista.
Shirley ne approfitta subito. Come racconta nella sua autobiografia My
Lucky Stars, rimane colpita da The Ipcress File, da quell’attore inglese
con l’umorismo secco e sardonico che le sembra diverso da tutti gli
altri, e decide che è lui l’uomo giusto da portare nel film.
Ed è qui che entra in scena Michael Caine.
Nato
Maurice Joseph Micklewhite il 14 marzo 1933 a Rotherhithe, nella Londra
sud-orientale, Michael Caine arriva a Gambit con una biografia che da
sola sembra già materiale da film.
Figlio di uno scaricatore portuale
e di una cuoca-domestica, cresce in un’Inghilterra ancora segnata dalla
guerra. Dopo il Blitz, la famiglia viene trasferita in una delle case
prefabbricate di Marshall Gardens, nella zona di Elephant and Castle,
uno di quei quartieri ricostruiti in fretta dove il concetto di
benessere coincide spesso con l’essenziale. Anni dopo Caine ricorderà
quelle prefabbricate quasi come un lusso, semplicemente perché
arrivavano dopo condizioni ancora più dure, e questo dice molto del
punto da cui parte.
A diciott’anni lascia la scuola, passa per
l’esercito nei Royal Fusiliers durante la guerra di Corea, poi torna a
Londra e prova a costruirsi una strada come attore. C’è la scuola di
recitazione, c’è il teatro, ci sono i piccoli ruoli al cinema, spesso
nemmeno accreditati, e una gavetta lunga che non ha nulla di rapido o di
romanzesco. Il primo titolo che lo porta davvero all’attenzione del
pubblico è Zulu nel 1964, dove interpreta il tenente Gonville Bromhead.
L’anno dopo arriva The Ipcress File e con Harry Palmer trova finalmente
una figura che lo definisce con precisione: gli occhiali, l’ironia
asciutta, l’intelligenza un po’ ruvida, l’accento cockney rimasto ben
visibile. È lì che Michael Caine smette di sembrare uno dei molti attori
inglesi promettenti e comincia a imporsi come una presenza molto
precisa.
Quando arriva a Gambit, si trova proprio su quella soglia.
Ha già alle spalle i film che contano davvero, ma non ha ancora girato
in America. Hollywood, per lui, è ancora una macchina vista da fuori. E
il suo ingresso non ha niente di trionfale, almeno nei primi giorni.
Arriva in California per il suo primo film americano e si ritrova per
due settimane al Beverly Hills Hotel senza che accada quasi nulla. Il
film non parte ancora, la promozione è ferma, il telefono non squilla.
Più tardi ricorderà quella fase come una specie di sospensione irreale,
il tempo morto di uno che è stato chiamato nel posto giusto ma non sa
ancora se qualcuno si ricordi davvero di lui.
A sbloccare la
situazione è Shirley MacLaine, che lo chiama e gli organizza una festa
di benvenuto. È lei a rimettere tutto in movimento. La festa si tiene
nella Upstairs Room di Chasen’s e in una sola sera Caine si ritrova
catapultato dentro il cuore di Hollywood. Entrano Gloria Swanson, Liza
Minnelli, Frank Sinatra. Lui è l’ospite d’onore e, nello stesso tempo,
quello che tutti stanno cercando di decifrare. Anni dopo ricorderà di
aver avuto spesso, in quei giorni, l’impressione di stare sognando, e
quella sera gli sembra quasi di sentire nell’aria la domanda
inevitabile: chi diavolo è questo?
Due giorni dopo si ritrova a cena
da Danny Kaye. Si mangia cinese in cucina, in pochi, e tra gli ospiti ci
sono Cary Grant e il principe Filippo. È una scena che sembra inventata
da uno sceneggiatore particolarmente soddisfatto di sé, e invece per
Caine è il modo in cui comincia davvero il suo primo contatto con il
mondo americano: vertiginoso, mondano, quasi comicamente irreale. Da
quel momento il telefono comincia a squillare e lui diventa una presenza
ricercata anche nella vita sociale di Hollywood.
In questa fase
entra in scena anche Jerry Pam, il pubblicitario americano che lo segue
negli Stati Uniti. Caine trova in lui l’equivalente hollywoodiano di
Theo Cowan, il suo uomo di fiducia londinese. Pam è un personaggio da
film a sé: rapido, nervoso, instancabile, uno che sa perfettamente dove
piazzare un’intervista e, soprattutto, dove evitarla. La cosa più
divertente è che anche lui è cockney, un fatto già raro a Hollywood, e
per giunta ha frequentato la stessa scuola di Caine a Hackney. Tra i due
la sintonia scatta immediatamente. Non è solo questione di origini
comuni; è il riconoscimento istintivo di due uomini che capiscono,
ciascuno a modo proprio, quanto conti la costruzione di una persona
pubblica nel momento in cui una carriera sta cambiando scala.
Pam
racconta a Caine una storia che sembra uscita da una commedia
sull’industria. Un giovane attore disperato vuole finire in un talk
show; Pam gli chiede mille dollari, prende il telefono, fa una chiamata,
gli ottiene il posto e poi gli spiega che quei mille dollari non pagano
la telefonata, ma i trent’anni necessari per sapere a chi telefonare. A
Caine piace moltissimo, non solo per il cinismo spiritoso, ma perché
dentro quella battuta c’è tutto Hollywood: i contatti, l’accesso, il
valore dell’invisibile. Con il passare dei mesi Pam smette di essere
solo un addetto stampa e diventa consigliere, confidente, quasi
famiglia. Pam sarà testimone di nozze di Caine e sua moglie Shakira a Las Vegas nel 1973 e nel 1976, Michael e Shakira Caine saranno testimoni al matrimonio di Jerry Pam con Janice Dingilian a Londra.
Il terzo protagonista è Herbert Lom, che interpreta il ricco ed elegante Shahbandar.
La sua storia è già, di per sé, molto cinematografica. Nasce a Praga nel 1917, quando la città è ancora parte dell’Impero austro-ungarico, e comincia a lavorare nel cinema ceco alla fine degli anni Trenta. Poi arriva la guerra, l’occupazione tedesca, e nel 1939 si trasferisce in Gran Bretagna, dove ricostruisce completamente la sua carriera. Nei primi anni inglesi viene spesso impiegato in ruoli da antagonista, anche per via dell’accento e di quella presenza naturalmente elegante ma un po’ sfuggente. Col tempo però riesce a uscire da quella gabbia e si muove tra generi molto diversi: film storici, avventure, commedie, produzioni più ambiziose e altre decisamente più popolari. Negli anni Sessanta è ormai un attore internazionale, uno di quei volti che il pubblico riconosce subito anche senza sapere sempre il nome.
Lavora in produzioni importanti come Spartacus e El Cid, interpreta il Fantasma dell'Opera completamente mascherato ma riconoscibile per la voce, e pochi anni dopo diventerà per molti il volto dell’ispettore Dreyfus nella serie della La pantera rosa. In Gambit il suo Shahbandar è un uomo abituato al potere, alla ricchezza, al possesso, e Lom riesce a renderlo credibile senza mai alzare la voce, semplicemente restando lì, perfettamente a suo agio dentro quel mondo.
Il quarto elemento è John Abbott, nel ruolo di Emile, il complice di Harry.
Nato a Londra nel 1905, arriva al mestiere attraverso il teatro, che resta la sua vera scuola. Negli anni Trenta debutta sul palcoscenico e lavora con compagnie importanti, passando anche per l’Old Vic e affrontando ruoli shakespeariani accanto a attori come Laurence Olivier e Vivien Leigh. La guerra lo porta negli Stati Uniti, quasi per caso: mentre lavora all’ambasciata britannica a Stoccolma riesce a partire passando dall’America, dove gli viene offerta una parte a Hollywood. Da quel momento la sua carriera si sposta lì, tra cinema e soprattutto televisione, dove diventa una presenza costante per decenni, capace di attraversare generi e produzioni molto diverse. In Gambit accompagna il piano, lo sostiene, e resta sempre in quella posizione leggermente defilata che però permette al meccanismo di funzionare, almeno finché funziona. Soprattutto, e lo dico senza farvi spoiler, è protagonista di una scena stupenda nel finale.
Ciak si gira
Le
riprese di Gambit cominciano nel dicembre del 1965. Per Michael Caine
il primo giorno alla Universal ha già qualcosa da romanzo hollywoodiano.
Una limousine passa a prenderlo per portarlo agli studios; al cancello
la guardia lo saluta chiamandolo per nome e gli indica il parcheggio
riservato accanto al suo bungalow. Sulla porta trova davvero il suo
nome. Su quella del bungalow vicino legge Alfred Hitchcock. E dentro
scopre un camerino più grande e più comodo dell’appartamento in cui vive
allora a Londra.
In quegli stessi mesi la Universal ha appena
iniziato ad aprire il lotto ai visitatori, ancora in una forma molto più
rudimentale di quella che diventerà poi il celebre studio tour. I
turisti salgono su piccoli tram e arrivano fin dietro i teatri di posa,
abbastanza vicini da guardare davvero gli attori al lavoro. Uno degli
autisti, particolarmente intraprendente, prende l’abitudine di
rallentare davanti ai bungalow delle star e indicare ai passeggeri dove
lavorano Shirley MacLaine, Alfred Hitchcock e naturalmente anche Michael
Caine. A Shirley la cosa non diverte affatto. Per tagliare corto cambia
il nome sulla porta e lo sostituisce con uno inventato: “Zelda Glutz”.
Solo più tardi si scoprirà che quel giovane autista si chiama Michael
Ovitz, destinato a diventare uno degli agenti più potenti di Hollywood.
Nelle
sue memorie Shirley MacLaine lascia anche un ritratto molto vivido di
Caine in quei giorni. Lo ricorda arrivare sul set dopo notti lunghe,
chiudersi nel camerino per cercare di dormire con i dischi dei Beatles a
tutto volume e attraversare Hollywood con un’energia tale da attirare
attenzione ovunque andasse. Lo paragona a un razzo senza resistenza, ed è
una formula che gli resta addosso bene.
Poi c’è la parte meno
scintillante della California. Caine ricorderà che il vero fastidio
delle riprese nella San Fernando Valley era lo smog, così denso che a
volte non si vedeva a cento yards di distanza e bruciava gli occhi.

L’incarico
del trucco viene affidato a Frank Westmore (alla straordinaria famiglia Westmore che ha dato un contributo pazzesco al makeup nel cinema ho intenzione di dedicare presto un articolo). Ha già lavorato con Shirley in La mia Geisha e anche si trova davanti la richiesta di rendere i suoi lineamenti vagamente asiatici, ma stavolta senza ricorrere al lattice
applicato all’interno degli occhi.
Westmore fissa ai lati esterni degli occhi piccoli pezzi di nastro color carne
collegati a fili sottilissimi, poi li tira all’indietro e li nasconde
sotto la parrucca, in modo da allungare visivamente il taglio degli
occhi. Era un trucco da regolare con estrema precisione, perché bastava
una tensione leggermente diversa fra destra e sinistra per alterare
tutto il viso.
A metà delle riprese Frank Westmore viene colpito da
un infarto e deve lasciare il set. A prendere il suo posto è il giovane
Michael Westmore, che ricorderà quel passaggio come uno dei momenti più
intimidatori dei suoi inizi. Si trova all’improvviso a dover gestire un
trucco complesso su una grande star, in un film già in piena lavorazione
e con tempi stretti.
Westmore descrive Shirley come un’attrice piena di
energia, sempre richiamata da telefonate, prove, spostamenti, riprese, e
quindi poco incline a restare ferma troppo a lungo sulla sedia del
trucco. Un giorno, mentre lui non ha ancora finito di disegnarle le
sopracciglia, viene richiamata sul set per una scena in esterni. Quando
Michael le ricorda che il trucco non è completo, lei si ferma accanto a
una recinzione, infila il viso tra le sbarre e gli permette di finirle
le sopracciglia lì, sul momento, con una lunga matita da trucco. Come
ringraziamento al termine delle riprese l’attrice gli regalerà un
vassoio d’argento.
Costumi
Dietro i costumi di Gambit c’è Jean Louis, che a Hollywood arriva dopo essersi già fatto un nome nella moda.
Nasce a
Parigi nel 1907 come Jean Louis Berthault, studia disegno e comincia a
lavorare in Francia, nella couture, prima di spostarsi a New York negli
anni Trenta. Qui entra nella casa di Hattie Carnegie, nome oggi meno
familiare ma allora centralissimo nella moda americana: non solo
stilista, ma imprenditrice di grande peso, con un marchio di lusso che
veste una clientela ricca, elegante e molto esposta socialmente.
Fra
quelle clienti c’è anche Joan Cohn, moglie di Harry Cohn, il tycoon
della Columbia. È lei a notare Jean Louis in quell’ambiente e a
segnalarlo al marito. Nel 1944 lui lascia New York, arriva a Hollywood
ed entra alla Columbia come assistente di Travis Banton. Quando Banton
se ne va, Jean Louis ne prende il posto e diventa una delle firme
principali del guardaroba dello studio.
Il suo nome resta legato
soprattutto a Rita Hayworth, di cui contribuisce a fissare l’immagine
sullo schermo: il caso più famoso è il vestito nero di Gilda, diventato
uno degli abiti più celebri del cinema americano. Negli anni lavora
anche per Marlene Dietrich e, fuori dal cinema, firma il celebre abito
color carne coperto di cristalli indossato da Marilyn Monroe per il
“Happy Birthday” a Kennedy.
Quando arriva a Gambit, nel 1966, Jean
Louis è ormai un nome affermato dell’eleganza hollywoodiana. Nei crediti
del film compare come designer degli abiti, cioè della parte più
spettacolare e strategica del guardaroba, quella costruita attorno a
Shirley MacLaine. Non a caso il film ottiene anche una nomination
all’Oscar per i costumi a colori.
Il primo costume di Nicole è quello da ballerina nel night club di Hong Kong, e Jean Louis lo costruisce tutto sull’idea dell’esibizione. La base è un body color carne, molto aderente, pensato per dare l’illusione della nudità senza mostrarla davvero. Sopra, il costume si accende di un turchese acquatico, quasi da piumaggio tropicale: morbidi ciuffi di piume segnano il seno, i fianchi e il copricapo, mentre applicazioni scintillanti seguono il busto e catturano la luce del locale.
Dopo il costume da scena, Jean Louis cambia subito registro. Nel club Nicole riappare in bianco, con un abito aderente e senza maniche, dalla linea lunga e pulita. Il busto è coperto da un pizzo floreale trasparente, fitto e chiarissimo, che sale fino a un collo alto di gusto orientale e lascia intravedere la pelle sotto il disegno dei fiori; da lì in giù la gonna resta stretta e liscia. Completano il tutto una pochette bianca glitterata e piccoli orecchini verde giada. Dopo piume e riflessi del numero da ballerina, Jean Louis la porta verso un’eleganza più composta.
Per l’arrivo a Dammuz Jean Louis alza subito il tono e porta Nicole dentro un Oriente da cartolina di lusso. L’abito è un rosso laccato, acceso e teatrale, tagliato come una tunica lunga e aderente, con maniche lunghe e collo alto. Sopra corre un ricamo bianco che disegna un uccello sul busto e scende sulla gonna in linee sinuoso. Quando cammina o si siede si vede che sotto la tunica porta pantaloni grigio ghiaccio, stretti alla caviglia: un dettaglio che mescola subito fantasia orientale e silhouette modernissima anni Sessanta. Anche gli accessori seguono la stessa idea. Ai piedi ha sandali rossi, sottili e femminili; fra i capelli un ornamento dorato con pietre chiare le fascia la fronte e completa un’acconciatura costruita con cura, da principessa delle fiabe. È uno dei costumi più spettacolari del film, pensato per farla entrare in scena come un’apparizione studiata fino all’ultimo dettaglio.
Per la cena nell’appartamento di Shahbandar Jean Louis resta in un gusto orientale e lo traduce in un abito lungo verde smeraldo, aderente, in un tessuto lucido percorso da motivi floreali e riflessi dorati. Il taglio richiama una tunica cinese stilizzata, con collo alto e chiusura laterale obliqua, mentre gli accessori insistono sulla stessa idea di ricchezza controllata: un fermaglio gioiello fra i capelli, grandi orecchini pendenti, bracciali e una clutch rigida dorata. Con sé Nicole porta anche un drappo dorato di seta leggera, semitrasparente, che all’inizio accompagna il look e alla fine della scena viene indossata sulle spalle a mo’ di stola. È un abito pensato per farla sembrare perfettamente inserita in quell’ambiente di lusso e di rappresentazione. Solo più tardi il film rivela che, come il rosso dell’arrivo, anche questo costume appartiene alla fantasia di Harry perchè il suo piano, così come gli abiti di Nicole, subiranno delle variazioni rispetto a quanto previsto.
Per il vero arrivo a Dammuz Jean Louis sceglie una strada meno spettacolare. Nicole entra in scena con un abito lungo giallo oro, aderente e molto semplice, con maniche lunghe e una linea dritta che scende fino ai piedi senza effetti vistosi. Resta il gusto orientale, nel collo alto e nella chiusura laterale obliqua, ma tutto è più sobrio; anche il finish del tessuto è più opaco, meno squillante del rosso immaginato prima. A definire il look bastano pochi elementi: la lunga collana chiara, gli orecchini, il gioiello sulla fronte e le scarpe sottili. È un costume pensato per attirare meno l’occhio, e infatti funziona bene anche nella scena dell’uscita in città, dove Nicole deve muoversi con più praticità.
Per l’invito di Shahbandar
Jean Louis cambia ancora tono. Harry immaginava una sera nel suo
appartamento; invece Nicole si ritrova di giorno, sulla barca, e anche
il costume si adatta a una situazione diversa. L’abito resta nell’idea
della tunica cinese stilizzata, con collo alto e linea lunga, ma passa a
un rosa chiaro, luminoso, percorso da un disegno floreale dorato che
prende bene la luce del giorno. È meno solenne del verde da sera e più
leggero nell’effetto, anche se resta molto costruito. Sul davanti il
ricamo si concentra attorno alla chiusura e al petto come un piccolo
grappolo gioiello; sotto, quando cammina, si intravedono pantaloni
fucsia. Gli accessori restano preziosi ma non pesanti: orecchini
pendenti, il gioiello sulla fronte, una clutch rigida dorata, décolleté
chiari e un lungo velo rosa trasparente che accompagna il look senza
appesantirlo.
Per la sera in cui Nicole deve tenere occupato
Shahbandar mentre Harry entra in azione, Jean Louis le dà uno dei suoi
costumi più da dea da rotocalco. L’abito è bianco, lungo e asimmetrico,
costruito come un drappeggio che lascia scoperta una spalla e avvolge il
corpo in una linea stretta, quasi da colonna. Lungo il bordo corre una
passamaneria argentata e brillante che segna tutto il profilo, mentre da
un lato scende un ampio strascico di stoffa che Nicole può sollevare
con la mano. Anche gli accessori insistono su questa idea di lusso
esibito: porta una clutch cilindrica bianca, guanti lunghi candidi e
scarpe chiare, mentre i capelli, sciolti in una cascata scura su una
spalla, abbandonano finalmente l’acconciatura orientale costruita dei
look precedenti.
Poi Jean Louis cambia completamente codice e veste Nicole per l’azione. Spariscono ricami, gioielli e drappeggi: resta un completo monocromatico verde oliva, asciutto e funzionale, che la fa sembrare quasi una figura da fumetto, un po’ Eva Kant e un po’ ladra acrobata anni Sessanta. La maglia è aderente, a maniche corte; i pantaloni seguono la stessa linea stretta e pulita. Tutto è pensato per muoversi, arrampicarsi, passare inosservata nel buio. Anche le scarpe vanno in questa direzione: sembrano pantofole basse in tessuto, morbide e silenziose, simili alle friulane.
Per il finale Jean Louis cambia ancora una volta tono e porta Nicole in una zona molto più sobria, quasi dimessa. Il tailleur è beige chiarissimo, con giacca aderente e gonna dritta al ginocchio, costruito su linee pulite e senza effetti decorativi vistosi. Il dettaglio più gentile è il colletto arrotondato, ripreso dai grandi bottoni rivestiti, mentre una lunga collana a doppio filo aggiunge un minimo di movimento. Anche il resto resta controllato: scarpe chiare, borsa piccola, niente del fasto orientale o della teatralità dei costumi precedenti. È un look che sembra abbassare il volume e riportare Nicole a una semplicità solo apparente. In un finale dove i piani si complicano e i ruoli si spostano, Jean Louis la veste in modo più quieto, quasi neutro, lasciando che sia la scena, più dell’abito, a suggerire che cosa stia davvero cambiando.

Musica
Sulla colonna sonora curata da Maurice Jarre non si trova un granchè, ma una chicca ve la devo assolutamente dire. Nella scena al ristorante, se ascoltate bene, si sente “Strangers in the Night”, la canzone che Frank Sinatra aveva inciso proprio quell’anno. È uno di quei dettagli minuscoli che magari sfuggono alla prima visione, ma che fanno sentire ancora di più il film immerso nel suo preciso momento storico.
Gambit
viene presentato a Londra nel dicembre del 1966 e arriva quasi subito
anche negli Stati Uniti, con le prime uscite a New York e Los Angeles.
Alla sua uscita il film viene accolto con favore sia dal pubblico che
dalla critica, guadagnando al botteghino 4 milioni di dollari.
Alla
stagione dei premi del 1967 arriva con tre candidature agli Oscar:
scenografia, costumi e sonoro. Dicono esattamente dove Gambit funziona
meglio: nella costruzione del mondo, nei dettagli visivi, in
quell’eleganza un po’ studiata che è parte del gioco.
Anche ai Golden
Globe si fa notare. Il film viene candidato come miglior commedia o
musical, e arrivano le nomination per entrambi i protagonisti: Shirley
MacLaine e Michael Caine, anche se ahimè nessuno porterà a casa la
statuetta.
Eccoci giunti alla fine di questo viaggio. Spero che, se Gambit vi era rimasto in mente come uno di quei titoli eleganti da vedere prima o poi, questo articolo vi abbia fatto venire voglia di recuperarlo davvero. Per Shirley MacLaine, che qui è una meraviglia dall’inizio alla fine, per Michael Caine al suo primo film americano, e per quel modo tutto suo di trasformare il piano perfetto in qualcosa di molto più divertente e molto più umano.
Il film è attualmente reperibile pubblicamente qui.
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