C’è un motivo molto personale se oggi scrivo questo articolo. Una parte del mio amore per il cinema classico americano nasce da Via col vento, il film che più di ogni altro mi ha spinta, negli anni, a voler capire meglio Hollywood, i suoi meccanismi, i suoi retroscena, le persone dietro le immagini. Da lì è nato molto: una passione destinata a durare, una curiosità sempre più forte per ciò che accade fuori campo, e molto più tardi anche il desiderio di aprire questo blog.
Perché quando un film ci prende così a fondo, prima o poi non ci basta più amarlo. Vogliamo sapere come è nato, chi lo ha reso possibile, quali intuizioni, quali ostinazioni, quali mani invisibili lo hanno portato fino a noi. E seguendo proprio queste tracce, si finisce per incontrare figure che il tempo ha lasciato ai margini, pur avendo inciso profondamente sulla storia del cinema.
Fra queste, ce n’è una che più di altre merita di essere riportata alla luce. Una donna dimenticata, ma decisiva. Colta, curiosissima, dotata di un intuito fuori dal comune, è stata il braccio destro di uno degli uomini più potenti di Hollywood, ha saputo riconoscere prima degli altri il valore di storie e talenti destinati a lasciare il segno, e si deve anche a lei l’arrivo in America di un’attrice e di un regista che avrebbero cambiato il volto del cinema. Si chiamava Kay Brown. E più si segue il filo della sua vita, più appare chiaro quanto sia stata importante, e quanto poco sia stata ricordata.
Radici
Katharine Brown nasce il 7 dicembre 1902 in una famiglia che porta addosso il peso della cultura e quello del rango. Da parte di padre eredita la Scozia, l’emigrazione e il culto della storia. Da parte di madre una linea che affonda nelle famiglie dei primi coloni inglesi, nella vecchia rispettabilità del Nord-Est e in quella società newyorkese che, all’alba del Novecento, si comporta già come una piccola aristocrazia americana.
Sua madre, Kate Roberts Ross, nasce a Brooklyn nel 1862, in un mondo dove i cognomi hanno ancora un valore preciso, i matrimoni rinsaldano equilibri sociali e la distinzione si eredita quasi quanto il patrimonio. Per parte materna, Katharine cresce dunque all’interno di quella buona società newyorkese che trova nel New York Social Register una delle sue consacrazioni più evidenti. Se i Ross la collocano pienamente in quell’ambiente, gli Hull, la famiglia della nonna materna Mary Elizabeth Hull, ne rappresentano il retroterra più antico. È da quel ramo che arriva una continuità familiare che risale ai primi insediamenti inglesi della East Coast, fra Connecticut e New York. In un’epoca in cui New York premia la ricchezza nuova ma continua a tributare un rispetto speciale ai nomi di lunga durata, una genealogia del genere non è un dettaglio: è un capitale sociale, discreto ma riconoscibile.
Non sono riuscita a trovare suoi ritratti o fotografie, ma sapete che non mi arrendo facilmente, e così sono finita a scavare negli archivi governativi e ho trovato il suo certificato di matrimonio con Henry Collins Brown.
Dal lato paterno, invece, la storia comincia molto più lontano, geograficamente parlando, dato che l’anno è lo stesso. Henry Collins Brown è infatti nato nel 1862 a Hutchesontown, nel Lanarkshire, una zona della Scozia operaia e grigia, segnata dal fumo, dai cantieri e da quella durezza industriale che nell’Ottocento plasma intere generazioni.
Quando arriva a New York ha soltanto tredici anni. Porta con sé il mondo severo da cui proviene, ma nella nuova città trova qualcosa che lo cattura definitivamente: il passato. Non il proprio, ma quello di New York.
Negli anni diventa pubblicitario, poi giornalista, poi qualcosa di più raro e più sfuggente: uno di quegli uomini che fanno della memoria urbana una vocazione. Scrive di strade, edifici, quartieri, angoli dimenticati; raccoglie storie, salva nomi, ricostruisce una città che cambia troppo in fretta per ricordarsi da sola. Pubblica libri, dirige il Valentine’s Manual e diventa uno dei fondatori del Museum of the City of New York (che ora si trova al 1220-1227 sulla Fifth Avenue).
Se il ramo materno offre a Katharine il peso del lignaggio, dal padre eredita soprattutto il gusto per la storia e per i racconti che stanno dietro le cose.
Katharine cresce proprio fra queste due forze. Da una parte c’è il mondo chiuso e selettivo della buona società newyorkese, quello dei nomi registrati, delle appartenenze riconosciute, delle famiglie che si osservano e si misurano tra loro. Dall’altra c’è una casa in cui il passato della città entra quasi ogni giorno dalla porta: nei libri del padre, nelle sue ricerche, nelle conversazioni, nella convinzione che la cultura non sia un ornamento, ma un modo di stare al mondo.
Henry Collins Brown e Kate Ross avranno sei figli, quattro maschi e due femmine, anche se Henry rimarrà vedovo nel 1918.
L’ingresso nel mondo delle storie
Per una giovane donna del suo ambiente, il passaggio al Wellesley College (Massachusetts) sembra quasi naturale. Katharine ci arriva in anni in cui i college femminili della costa orientale offrono una formazione seria, ma anche un preciso apprendistato sociale: buone letture, buone maniere, conversazioni brillanti, una certa idea di eleganza intellettuale. A Wellesley si specializza in inglese e nel 1924 si laurea con un Bachelor of Arts, il titolo universitario di primo livello nelle discipline umanistiche. In quegli anni si appassiona anche al teatro, e non è difficile immaginarla attratta da quel mondo in cui letteratura, scena e interpretazione si incontrano.
Dopo la laurea, il suo primo approdo è la Mary Arden Theater School di Peterborough, nel New Hampshire, un ambiente molto diverso dalla New York dei registri sociali e delle famiglie in vista. Lì Katharine entra in contatto con un mondo più pratico, fatto di giovani aspiranti attrici, prove, testi e caratteri da osservare. È un’esperienza importante, perché mette già a fuoco una qualità destinata a diventare decisiva: la capacità di riconoscere il talento e di capire che cosa può funzionare davanti a un pubblico. La scuola appartiene a Joseph P. Kennedy Sr. e all’avvocato bostoniano Guy Currier.
Kennedy non è ancora il patriarca della dinastia politica che entrerà stabilmente nella storia americana con i suoi figli, ma è già una figura potentissima: uomo d’affari e finanziere, destinato negli anni successivi a diventare ambasciatore e a essere ricordato soprattutto come il padre di John Fitzgerald Kennedy. Nel 1926, quando lui e Currier acquistano la Film Booking Offices of America, Katharine li ha già colpiti abbastanza da meritare una nuova occasione, questa volta a New York.
La Film Booking Offices of America, o più semplicemente FBO, è allora una piccola ma agguerrita compagnia cinematografica, ancora lontana dal prestigio delle grandi major. Produce soprattutto film popolari, western, melodrammi e pellicole a basso e medio costo, ma si muove in un’industria in rapida espansione, dove chi ha fiuto può crescere in fretta. A Katharine offrono un lavoro come lettrice e cercatrice di proprietà letterarie, con il titolo di Eastern Story Editor. Quell’“Eastern” indica che lavora dalla costa Est, a New York, lontano dai set californiani ma in una posizione strategica: è lì che si leggono romanzi, racconti e pièce teatrali, ed è lì che si intercettano agenti, editori e autori prima che arrivino a Hollywood.
All’inizio il lavoro è quasi artigianale. Bisogna leggere racconti e romanzi, fiutare quello che può diventare un film, muoversi in fretta prima della concorrenza, telefonare agli agenti, chiudere un accordo. Anni dopo lei stessa ricorderà con ironia quel mondo ancora piccolo e velocissimo: bastava trovare un racconto in una rivista come Argosy o Red Book, chiamare un agente e offrire poche centinaia di dollari per i diritti. Hollywood non ha ancora assunto del tutto le proporzioni mastodontiche che conoscerà di lì a poco, e proprio per questo una lettrice con gusto, intuito e sangue freddo può fare la differenza.
Katharine la fa quasi subito. Quando la FBO diventa RKO nel 1928, in seguito all’acquisizione da parte della Radio Corporation of America, lei è già ben salda nel suo ruolo. E nel giro di poco mette a segno il colpo che la fa notare davvero. Riesce infatti ad assicurare allo studio Cimarron di Edna Ferber, il romanzo più conteso del momento. Per ottenerlo, paga una cifra altissima per l’epoca: 50.000 dollari.
La scommessa si rivela giusta. Portato sullo schermo, Cimarron diventa un successo di enorme prestigio e vince l’Academy Award per il miglior film nel 1931, oltre a quello per la migliore sceneggiatura. Il film rilancia anche la carriera cinematografica di Irene Dunne.
L’incontro con Selznick
Nel 1932, alla RKO, Kay Brown incontra l’uomo che più di ogni altro segnerà la sua carriera: David O. Selznick.
Anche quel nome, in fondo, è già un programma. La “O.” se l’è aggiunta lui stesso, per dargli più ritmo, più enfasi, più forza. Selznick ama l’effetto, pensa in grande, vuole che i suoi film abbiano la statura di un evento e che la sua firma resti impressa quanto i titoli di testa.
Il cinema, del resto, per lui è una storia di famiglia. Suo padre, Lewis J. Selznick, comincia come gioielliere e poi entra nell’industria cinematografica americana quando il settore è ancora giovane e pieno di possibilità, fino a lavorare come general manager alla Universal. È uno di quegli uomini che arrivano nel nuovo business quando tutto è ancora mobile, quando c’è ancora spazio per chi ha intuito e ambizione. Ma Hollywood cambia in fretta. Con il consolidarsi dello studio system, il potere si concentra sempre più nelle mani delle grandi compagnie capaci di controllare produzione, distribuzione e sale. Per molti uomini della prima generazione, abituati a un’industria più aperta e meno centralizzata, restare al centro del gioco diventa sempre più difficile.
David cresce con questo esempio davanti agli occhi: un padre che ha contato davvero nel cinema delle origini e che poi ha visto restringersi il proprio spazio. Sulla scia di Lewis lavorano due dei suoi quattro figli, Myron, destinato a diventare uno degli agenti più potenti di Hollywood, e David, che sceglie invece la produzione. Myron tratta i divi e alza i compensi. David vuole produrre grandi film, costruirsi un prestigio personale e riportare il nome Selznick al centro dell’industria (spoiler, ci riuscirà eccome).
Quando Selznick arriva alla RKO nel 1932, Kay Brown ha appena trent’anni ma è già una figura ben visibile dentro lo studio. In un ambiente dove quasi tutti, ai piani alti, sono uomini, si è fatta strada grazie al suo fiuto per le storie e alla sua fermezza nelle trattative.
Selznick la nota subito. Davanti a lui c’è una giovane donna dai capelli castano ramati, con un guizzo vivace negli occhi, pratica, priva di leziosità, capace di brillare in società e di diventare durissima quando si tratta di chiudere un accordo. In lei riconosce una qualità preziosa: sa leggere una storia non solo come una lettrice colta, ma come qualcuno che ne capisce anche il valore commerciale, il richiamo emotivo e la presa sul pubblico.
E quel pubblico, in quegli anni, è soprattutto femminile. Sono le donne a leggere romanzi e riviste, a seguire il teatro, a orientare gusti e conversazioni, spesso anche a trascinare verso un film il resto della famiglia. Selznick lo sa bene. Ha un istinto quasi infallibile per il romanticismo, il melodramma, l’eleganza visiva, per quel tipo di cinema che parla alle spettatrici con intensità particolare. Kay Brown, da parte sua, sa riconoscere con precisione il materiale capace di produrre proprio quell’effetto.
Il fiuto di Kay Brown, del resto, non si esercita soltanto sui romanzi. Alla RKO, prima che Selznick lasci lo studio nel 1933, contribuisce anche a portare davanti alla macchina da presa Fred Astaire, organizzandogli uno screen test a New York. Selznick ne intuisce subito il fascino e lo mette sotto contratto. Sarà poi proprio alla RKO che Astaire troverà i film destinati a lanciarlo davvero, soprattutto accanto a Ginger Rogers.
Kay è al min. 7.45
Nel 1933 Selznick lascia la RKO e torna alla MGM, ma il legame professionale con Kay Brown non si interrompe. Quando nel 1935 fonda la Selznick International Pictures una delle sue prime decisioni è proprio quella di portarla con sé.
La assume come Eastern Story Editor e poi la promuove a Eastern Representative, con uno stipendio di 300 dollari alla settimana. Selznick le affida l’ufficio di New York, al 654 di Madison Avenue, nel cuore di una Manhattan di editori, agenti letterari, impresari teatrali, giornalisti e autori. È lì che arrivano i romanzi appena usciti, i racconti pubblicati sulle riviste, le commedie che stanno per debuttare, i film stranieri da visionare, i nomi nuovi da seguire. Kay legge, seleziona, raccomanda, tratta. Insegue il materiale migliore e cerca di assicurarselo prima della concorrenza.
Attorno a sé costruisce anche una piccola squadra di donne giovani, istruite, brillanti, spesso laureate in discipline umanistiche. Fra le sue collaboratrici ci sono Dorothy Modisette e, più tardi, Elsa Neuberger, che la affiancano nella ricerca di romanzi, commedie, soggetti e nuovi talenti. In un’industria che alle donne concede soprattutto di essere segretarie o stelle davanti alla macchina da presa, quell’ufficio rappresenta una piccola eccezione: un luogo in cui leggono, valutano, decidono, consigliano.
Quando arrivò Via col vento
Nel maggio del 1936, nell’ufficio newyorkese della Selznick International, Kay Brown si imbatte in una storia che sembra contenere un mondo intero. Al centro c’è una ragazza del Sud, bellissima e indomabile, che attraversa il crollo del proprio universo senza lasciarsi schiacciare. Attorno a lei scorrono la guerra, Atlanta in fiamme, la fame, la ricostruzione, il desiderio di tornare a una terra perduta. A scriverla è una trentacinquenne di Atlanta quasi sconosciuta, ex cronista dell’Atlanta Journal, Margaret Mitchell. Il romanzo supera le mille pagine e porta un titolo che di lì a poco entrerà nella storia: Gone With the Wind, Via col vento. Prima ancora di diventare un caso editoriale, però, è già diventato un caso per Kay.
Il 20 maggio 1936, all’1:28 del pomeriggio, David O. Selznick è in sala proiezione a guardare del materiale montato di The Garden of Allah quando nel suo ufficio arriva un telescritto da New York. È di Kay Brown, e il tono è quello dell’urgenza assoluta. Gli scrive che ha appena spedito per posta aerea un riassunto dettagliato del romanzo insieme a una copia del libro e lo scongiura di leggerlo subito. Il succo è semplicissimo: questo libro va comprato. Subito. È una storia magnifica, di enorme valore, e appena lui aprirà quel volume, ne è certa, lascerà perdere tutto il resto per comprarlo.
Kay non si sta lasciando trascinare da un capriccio. Da settimane, nel mondo editoriale newyorkese, si parla di quel romanzo come di qualcosa di fuori dal comune. Alla Macmillan Company si lascia capire che il manoscritto arrivato da Atlanta potrebbe trasformarsi in un evento. Mitchell ha cominciato a scriverlo nel 1926, in gran parte mentre si riprende da una frattura alla caviglia. Dentro quelle pagine c’è una storia d’amore, certo, ma anche una guerra, una civiltà che crolla, una terra perduta, una fame feroce di sopravvivenza. Kay lo sente subito: non ha fra le mani soltanto un bestseller possibile, ma un mondo.
Anche il modo in cui il libro arriva sul mercato contribuisce a far capire che non si tratta di un romanzo come gli altri. È un volume enorme, più di mille pagine, costoso da stampare e da comprare: il prezzo di copertina viene fissato a 3 dollari, ben oltre quello normale. La prima tiratura prevista è di 10.000 copie, ma quando il Book-of-the-Month Club lo sceglie per il mese di luglio 1936, tutto cambia. L’ordine aumenta di 40.000 copie e la Macmillan capisce di avere fra le mani un fenomeno. A quel punto gli studios ricevono non semplici bozze, ma copie rilegate del libro.
A metà maggio, ogni casa cinematografica riceve la propria copia tramite Annie Laurie Williams, l’agente dell’editore, che accompagna il volume con una richiesta di 100.000 dollari per i diritti. Una cifra enorme per il primo romanzo di un’autrice sconosciuta, ma il punto è proprio quello: far capire a tutti che quel libro non è in vendita come un titolo qualsiasi.
Nell’ufficio di Kay Brown, intanto, una giovane collaboratrice, Frances Macconnel, riceve l’incarico di riassumere quel mastodonte di oltre mille pagine. In quattro giorni riesce a condensarlo in cinquantasette. È questo il dattiloscritto che Kay spedisce a Selznick il 20 maggio, insieme al libro e al suo telescritto febbrile.
Il pacco arriva in California il 22 maggio. Ma Selznick, assorbito da The Garden of Allah, non trova neppure il tempo di aprirlo. Kay allora lo bombarda di telegrammi, telescritti, memorandum. Gli scrive di leggere almeno alcuni capitoli, quelli che secondo lei “strapperebbero il cuore dal petto a chiunque”. Gli promette che farà tutto il possibile per impedire che il libro venga venduto prima che lui abbia deciso. Intanto fa avere una copia anche a Jock Whitney, sperando che il suo entusiasmo costringa Selznick a prendere sul serio la faccenda.
Fino a quel momento, l’unico interessamento concreto è arrivato da Darryl F. Zanuck, con un’offerta di 35.000 dollari, respinta con disprezzo da Annie Laurie Williams. Poi il prezzo comincia a scendere: dai 100.000 iniziali si passa a 65.000 dollari. Ma nemmeno così Selznick si convince. Quando finalmente, il 24 maggio, legge il riassunto, risponde a Kay con prudenza. Le scrive che capisce il suo entusiasmo, che vede il potenziale della storia, ma che senza la protagonista giusta e senza la certezza di vendite davvero enormi non se la sente di esporsi.
Kay, però, non ha nessuna intenzione di lasciarlo scappare. “Continuerò a tormentarlo e tormentarlo”, ricorderà più tardi. Ed è esattamente quello che fa. Lo incalza, gli ricorda che il libro sta crescendo di giorno in giorno e che, se aspetta troppo, qualcuno arriverà prima di lui. A forza di sentirsi premere addosso quella convinzione, Selznick cambia idea. Nel giro di un giorno ammette che dentro il romanzo c’è davvero un grande film, fantastica sul casting e perfino sulla possibilità di farne un film a colori, e alla fine cede. Ordina a Kay di fare un’offerta finale di 50.000 dollari, aggiungendo una frase rimasta celebre: «Compralo e non seccarmi.»
Kay lo compra.
L’ultima offerta della RKO era stata di 45.000 dollari. Annie Laurie Williams capisce che i 50.000 di Selznick sono probabilmente il massimo ottenibile e consiglia a Margaret Mitchell di accettare. Mitchell accetta rapidamente, e per Kay Brown è un sollievo immenso. Ha appena assicurato alla Selznick International il romanzo che diventerà il successo più importante della sua storia.
Per chi, come me, ha amato il cinema classico passando prima di tutto da Via col vento, questo momento ha qualcosa di pazzesco. Perché lì, in una stanza di New York, con un produttore che esita e un libro ancora tutto da conquistare, c’è una donna che insiste abbastanza da cambiare il corso delle cose. Prima che il film diventasse il film, c’è Kay Brown che legge, capisce e non lascia andare. E il suo lavoro non finisce con l’acquisto. Durante la lunga preproduzione di Gone With the Wind, Kay resta una presenza costante e preziosa, come mostra la corrispondenza con Selznick. Quel romanzo lo ha difeso quando sembrava troppo lungo, troppo costoso, troppo rischioso. Nel 1937 ottiene anche un aumento di stipendio fino a 400 dollari alla settimana.
Rebecca e Hitchcock
Alla fine degli anni Trenta, Alfred Hitchcock è già il regista più prestigioso del cinema britannico. I suoi film hanno fatto circolare il suo nome anche fuori dall’Inghilterra, e Hollywood comincia a guardarlo con attenzione. È in questo momento, quando il suo futuro americano non è ancora deciso, che Kay Brown entra in gioco. Già nell’estate del 1937, mentre gli Hitchcock si trovano negli Stati Uniti per una serie di incontri e sondaggi con gli studios, Kay si muove con discrezione per avvicinarlo a David O. Selznick. Durante quel soggiorno Alfred e Alma Reville accettano anche un invito nella sua casa di campagna ad Amagansett, a Long Island. Lì, fra picnic sulla spiaggia e giornate trascorse insieme, Kay continua a lavorare alla trattativa con quella naturalezza che le permette di negoziare anche fuori dagli uffici. In quei giorni, mentre i grandi discutono e trattano, Laurinda, la figlia di Kay, stringe amicizia con Patricia Hitchcock.
Non tutti, però, la pensano allo stesso modo. Alla fine del 1937, dopo aver visto Young and Innocent, Jock Whitney telegrafa a Selznick un giudizio durissimo su Hitchcock e gli consiglia prudenza. È Kay Brown a opporsi. Il 18 dicembre gli manda un messaggio netto: non è affatto d’accordo. In una fase in cui tutto potrebbe ancora saltare, continua a sostenere Alfred con grande fermezza.
Nei mesi successivi, mentre la trattativa per Hitchcock resta aperta, Kay intercetta anche il romanzo che finirà per legarlo definitivamente a Selznick. Si intitola Rebecca, è appena uscito in Inghilterra, e lei capisce subito di avere davanti un materiale perfetto per quel cinema di prestigio, sentimento e atmosfera che il produttore ama più di ogni altra cosa. Nel maggio del 1938 gli manda un riassunto, segnalando con lucidità sia i punti di forza sia i rischi dell’operazione: la scrittura è forte, le scene funzionano, il melodramma tiene, ma il nodo dell’omicidio rende la storia delicata sul piano della censura.
Selznick si interessa subito al libro, anche perché intravede un possibile ruolo per Ronald Colman, e incarica Kay di informarsi sul prezzo dei diritti e sull’andamento delle vendite. Lei segue la trattativa da New York. Quando il costo viene fissato a 50.000 dollari, Selznick esita perfino sul titolo, chiedendosi se Rebecca sia davvero adatto a un film americano. Prova persino a convincere l’editore a cambiarlo. Di fronte al rifiuto, dice comunque a Kay di chiudere l’affare. E Kay lo chiude.
Il romanzo interessa molto anche Hitchcock, che ne ha intuito subito il potenziale e avrebbe voluto farne una proprietà sua. Non può permetterselo. Selznick sì. E in mezzo, ancora una volta, c’è Kay Brown. Quando nel giugno del 1938 Alfred e Alma tornano negli Stati Uniti, Kay va a prenderli a New York e li accompagna al Saint Regis Hotel. Da quel momento segue da vicino gli ultimi passaggi dell’accordo con Selznick. Il 14 luglio 1938, Alfred Hitchcock esce proprio dall’ufficio di Kay Brown dopo aver firmato il contratto che lo porterà a Hollywood.
A quel punto il legame fra produttore, regista e romanzo è completo. Quando Selznick decide che Rebecca sarà il primo film hollywoodiano di Hitchcock, Kay continua a trovarsi nel punto in cui si incrociano il libro, l’autrice e lo studio. È ancora lei, per esempio, a riferire a Selznick le preoccupazioni di Daphne du Maurier, delusa dall’adattamento di Jamaica Inn e timorosa che anche Rebecca venga alterato troppo. Più avanti, su sua raccomandazione, Selznick fa provinare anche la giovane Anne Baxter per il ruolo della seconda Mrs de Winter. Non sarà lei la prescelta, ma il dettaglio dice abbastanza bene quanto Kay continui a influenzare non solo la scelta delle storie, ma anche quella dei volti.
Da Stoccolma al cuore degli americani
Fra i meriti più grandi di Kay Brown c’è anche questo: avere riconosciuto molto presto il valore di Ingrid Bergman e avere lavorato perché arrivasse a Hollywood prima che lo facesse qualcun altro. Tutto comincia a New York, quando un giovane ascensorista svedese suggerisce a Elsa Neuberger, assistente di Kay, di vedere Intermezzo, un film uscito nel 1936 in Svezia.
Elsa segue il consiglio, va al Cinéma de Paris di Manhattan, vede il film e ne esce entusiasta. Ne parla subito a Kay, che corre a vederlo a sua volta. Sullo schermo c’è una giovane attrice svedese alta, intensa, modernissima, con una recitazione limpida e senza artifici. Kay capisce subito che vale la pena muoversi.
Telegrafa a Selznick senza perdere tempo. Gli suggerisce di acquistare i diritti di Intermezzo e di pensare a una versione americana, magari proprio con Ingrid Bergman nel ruolo principale. Poi gli manda recensioni, fotografie e, dopo trattative non facili con il distributore newyorkese della Svensk Filmindustri, riesce anche a procurargli una copia del film.
Selznick, però, in quel momento ha troppe cose insieme. Via col vento lo assorbe ancora completamente e anche Rebecca gli occupa la mente. Così affida la visione di Intermezzo ad alcuni collaboratori. Ma il risultato non cambia: Ingrid colpisce tutti. Raymond Klune ricorderà che nessuno aveva dubbi sul fatto che la ragazza sullo schermo fosse straordinaria. Selznick all’inizio guarda soprattutto al remake, non ancora all’idea di importare una nuova attrice europea. Poi vede lui stesso parte del film e capisce che Ingrid possiede qualcosa che arriva allo spettatore in modo immediato.
Kay continua a insistere. Non drammatizza, ma non lascia cadere la questione. Gli ricorda Ingrid, gli segnala che attorno a lei si muovono altri interessi, da Londra e da Hollywood, e intanto segue da vicino tutto quello che accade in Svezia.
Ingrid, da parte sua, vive mesi intensissimi. Lavora molto, gira A Woman’s Face, scopre di essere incinta. L’America la attira, ma insieme la spaventa. Più tardi dirà che la Svezia le sembra ormai troppo piccola, che sente di dover andare verso un paese più grande, ma che ha paura di non essere accettata da Hollywood.
Kay capisce bene la delicatezza del momento. Davanti a sé non ha soltanto un’attrice da mettere sotto contratto, ma una giovane donna che sta per lasciare lingua, abitudini e ambiente per entrare in un sistema enorme e sconosciuto. Quando Selznick teme davvero che qualcun altro possa portargliela via, decide di muoversi sul serio e dà a Kay istruzioni precise: partire per Stoccolma e tornare con un contratto firmato.
Le trattative sono lunghe e complicate. Entrano in gioco il marito di Ingrid, Petter Lindström, poi Helmer Enwall e l’avvocato Cyril Holm. Ma Kay sa trattare e sa anche creare fiducia. Ingrid si affeziona presto a questa donna ordinata ed elegante, più grande di lei di tredici anni, capace di vedere con chiarezza tanto gli aspetti professionali quanto quelli personali. In lei trova consiglio, protezione e calma. Anni dopo scriverà che Kay è stata uno dei “tre pilastri principali” della sua vita.
Il 20 aprile 1939, un giovedì mattina, la Queen Mary attracca a New York. A bordo ci sono Ingrid e Kay. Selznick ha riservato alla giovane attrice una stanza al Chatham Hotel, e Ingrid decide subito di affrontare il problema più urgente: l’inglese. Vuole impararlo in fretta, capire come si parla e come ci si muove in America. Kay le resta accanto anche in questo.
Provano perfino con il teatro. In una sola settimana Ingrid vede Abe Lincoln in Illinois, The Little Foxes, The Philadelphia Story e No Time for Comedy. Ma i dialoghi corrono troppo veloci, i dialetti la disorientano, il parlato americano le sfugge ancora. Kay capisce subito che serve un aiuto serio e telegrafa a Selznick, che promette di procurarle un insegnante di dizione non appena arriverà in California.
Il 6 maggio, Kay accompagna Ingrid in treno da New York a Pasadena. Ad aspettarle c’è un’auto con autista che le porta alla villa dei Selznick su Summit Drive, a Beverly Hills. Per una giovane attrice svedese è un mondo quasi irreale, lontanissimo da quello da cui proviene. Anche in questo passaggio Kay le resta accanto.
Una volta arrivata in California, Ingrid comincia davvero la sua seconda vita. Intermezzo apre la strada; poi arrivano Casablanca, Per chi suona la campana, Angoscia e, subito dopo, l’incontro con Hitchcock in Io ti salverò e Notorious. Kay, però, non resta sullo sfondo. È proprio in questi anni che il loro rapporto professionale prende una forma nuova.
La ragazza dai grandi occhi
Nel 1941 Selznick si assicura i diritti cinematografici di Claudia, il successo teatrale di Rose Franken, e mette sotto contratto anche la sua interprete a Broadway, Dorothy McGuire. È dentro questo progetto che Kay Brown incrocia un’altra giovane attrice destinata a diventare famosissima, anche se allora nessuno la conosce ancora con il nome che la renderà celebre.
Si chiama Phyllis Isley, ha appena ventidue anni ed è già madre di due figli. Si presenta negli uffici newyorkesi di Selznick con una sicurezza che colpisce subito Kay. Va dritta da lei e le dice senza esitazioni: «Voglio interpretare Claudia. So di poterla fare meglio di chiunque altro.» Kay, impressionata da tanta determinazione, le organizza una lettura della parte il 22 luglio 1941.
La prova va malissimo. Phyllis si sente pessima, scoppia in lacrime e fugge dall’ufficio. Proprio in quel momento arriva Selznick, vede la scena e chiede che torni il giorno dopo. Il secondo incontro va bene e da lì le cose prendono un’altra piega. In un memo indirizzato a Kay, Selznick parla della sua nuova scoperta come di “the big-eyed girl who had two children”, la ragazza dai grandi occhi che aveva due figli. Poco dopo Phyllis Isley viene messa sotto contratto e avviata verso una reinvenzione che la porterà a entrare nella storia del cinema con un altro nome: Jennifer Jones, destinata anni dopo a diventare anche la seconda moglie di Selznick.
Una nuova vita a New York
Nel 1942 si chiude il lungo capitolo di Kay Brown accanto a David O. Selznick. La Selznick International Pictures va verso lo scioglimento, si parla di tagli e ridimensionamenti, e anche il suo nome finisce fra quelli destinati a uscire. In fondo, aveva lavorato così bene da rendersi quasi vittima del proprio successo: negli anni aveva accumulato per lo studio una quantità enorme di soggetti e possibilità, e Selznick, in una fase in cui non produce attivamente, non può più permettersi di mantenerla come prima.
Per Kay, però, comincia un’altra fase. Nel 1942 passa alla Music Corporation of America, la potente MCA, entrando nel mondo della rappresentanza. Quando la MCA assorbe l’agenzia di Leland Hayward, uno dei più influenti agenti e produttori americani del tempo, figura affascinante di raccordo fra Broadway, Hollywood e alta società, sulla quale prima o poi mi piacerebbe tornare con un articolo a parte, una parte importante di quel circuito di talenti confluisce nel nuovo sistema in cui lei opera.
Era una scelta coerente anche con il suo carattere. Kay apparteneva all’Est Coast fino in fondo: colta, ironica, anglofila, profondamente legata a New York. La California non le somigliava e Hollywood, con il suo clima mondano un po’ chiuso in se stesso, le stava stretta. Non voleva nemmeno crescerci la famiglia. Si era sposata con James Barrett e dal loro matrimonio erano nate due figlie, Laurinda, nel 1931, e Kate, nel 1935. New York restava il luogo che sentiva suo: la città dei libri, del teatro, degli editori e dei giornali. Ed è da lì che continua a pesare sul mondo dello spettacolo.
Come agente si costruisce presto una clientela che dice molto di lei. Segue soprattutto grandi talenti britannici, Laurence Olivier, Alec Guinness, Ralph Richardson, John Gielgud, Rex Harrison, ma anche figure più scomode e combattive, come Fredric March, Lillian Hellman, Arthur Miller, che rappresenterà per quarant’anni.
Il tipo di lavoro, in fondo, nasce dallo stesso istinto che aveva già mostrato negli anni da story editor. Allora leggeva libri e capiva quali meritassero di essere difesi. Adesso guarda alle persone con la stessa lucidità. Sa riconoscere il talento, capire quando va protetto e quando va spinto, trovare il progetto giusto o il momento giusto. Col tempo si avvicina anche alla produzione teatrale e, negli anni Cinquanta, mentre il suo lavoro e quello di molti clienti si spostano sempre più verso New York, la sua attività prende una piega più teatrale che cinematografica.
Con Ingrid Bergman questo passaggio si vede benissimo. Ingrid entra fra i clienti di Kay senza neppure consultare Petter Lindström, anche se all’inizio il lato professionale del loro rapporto non è ancora del tutto definito. L’amicizia, però, prende subito corpo. Ingrid frequenta spesso la casa dei Barrett, fino al punto di offrirsi un giorno di aiutare nelle pulizie di primavera, lasciando Jim Barrett esterrefatto davanti a quella scena quasi surreale: la donna più bella del mondo che pulisce le scale.
Negli anni seguenti Kay resta accanto a Ingrid nei momenti più difficili e continua a vedere con chiarezza quello che può rimetterla in piedi davanti al pubblico. È lei a capire che Anastasia può essere il film giusto per il suo ritorno. In quella storia di una donna caduta e poi di nuovo accolta dal mondo, Kay intuisce qualcosa che può parlare direttamente all’America, che prima ha adorato Ingrid e poi l’ha giudicata con durezza. Rossellini considera il progetto spazzatura. Ingrid, invece, sa di chi fidarsi. Segue il consiglio di Kay. Il film le porta il suo secondo Oscar e rilancia la sua carriera hollywoodiana.
Poco dopo, Kay vola a Parigi con la sceneggiatura di Indiscreet. Intanto il matrimonio fra Ingrid e Rossellini si sta sgretolando ed è ancora Kay a muoversi con quella sua naturalezza fra lavoro e vita privata. È lei a presentarle il produttore svedese Lars Schmidt, che Ingrid sposerà nel 1958.
Negli anni successivi passa alla International Famous Agency, che più tardi diventerà la ICM, e continua a lavorare fino a età molto avanzata. Si ritira soltanto intorno agli ottant’anni. Kay Brown si spegne il 18 gennaio 1995, a novantadue anni, al Meadow Lakes retirement community di Hightstown, nel New Jersey, dove viveva da quattordici anni, in seguito a un ictus.
Poco dopo, le figlie Laurinda e Kate Barrett donano alla New York Public Library gran parte delle carte raccolte dalla madre nel corso di una vita intera, copioni, lettere, fotografie, ritagli, appunti. È un gesto prezioso. Perché Kay Brown ha passato l’esistenza a rendere possibili le storie degli altri; almeno la sua, così, non è andata perduta.
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- lunedì, marzo 30, 2026
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