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Guardando le gare di pattinaggio artistico di queste Olimpiadi di Milano-Cortina, c’è una cosa che diamo per scontata. La musica che guida il programma. I salti che interrompono la linea e la rilanciano. Il costume che scintilla sotto le luci.
Eppure non è sempre stato così.
C’è stato un momento in cui il pattinaggio femminile era disciplina severa, gonne lunghe, movimenti molto limitati, da signore perbene.
Poi negli anni Venti è arrivata una ragazzina norvegese che ha portato una piccola rivoluzione.
Come ha fatto?
Cambiando l’abito e liberando il corpo. Portando la danza nel programma e trasformando la musica da mero sottofondo a vera e propria guida.
Con lei da lì in avanti il ghiaccio non sarebbe stato più soltanto una superficie da incidere, ma un palcoscenico.
Ha conquistato dieci titoli mondiali consecutivi e tre ori olimpici. Poi, invece di ritirarsi nell’albo d’oro, ha preso il ghiaccio e lo ha portato dove nessuno lo aveva mai immaginato: nelle arene americane e poi a Hollywood.
Lì è diventata qualcosa di inedito. Una produttrice dei propri spettacoli. Una donna capace di negoziare contratti milionari negli anni Trenta. Un volto che riempiva le sale cinematografiche durante la guerra. Un nome inciso nel cemento del Grauman’s Chinese Theatre con le lame dei pattini.
La sua storia è fatta di scelte audaci, di intuizioni imprenditoriali quando le atlete ancora non gestivano il proprio nome come un marchio. Tre matrimoni e una malattia che non perdona.
Insomma, una vita che sembra scritta per il cinema.
Se oggi il pattinaggio artistico è insieme sport, spettacolo e racconto, molto lo si deve a lei.
Si chiamava Sonja Henie. E questa è la storia di come ha cambiato per sempre il modo in cui guardiamo il ghiaccio.
Radici
La notte in cui nasce Sonja Henie, l’8 aprile 1912, Kristiania, l’attuale Oslo, capitale della Norvegia, è avvolta da una bufera di neve così fitta che le strade diventano impraticabili. I cavalli restano nelle stalle, nessuno vuole uscire, nemmeno per andare a cercare la levatrice. Nel loro appartamento di Bankplassen, accanto al ristorante Café Engebret, Wilhelm e Selma Henie aspettano che il vento si plachi. La figlia arriva prima che la tempesta finisca.
Anni dopo ricorderà quella bufera come un segno del destino, quasi che l’inverno avesse voluto annunciare il suo arrivo.
Figlia di Wilhelm Henie e Selma Lochmann-Nielsen, già genitori di un bambino di 5 anni di nome Leif. A suggerire il nome Sonja è un amico di famiglia che fa l’artista e pensa che sia destinato a piacere anche fuori dalla Norvegia, presagendo un grande futuro per la piccola.
La famiglia appartiene alla borghesia agiata della capitale. Wilhelm è un importante commerciante di pellicce e ha ereditato un’attività solida che ha saputo far crescere con abilità. In gioventù è stato anche un atleta di livello mondiale, vincendo nel 1894 il campionato del mondo di ciclismo su pista e praticando il pattinaggio di velocità. Ama lo sci e la montagna e porta spesso la famiglia a Geilo, nella residenza di caccia tra le alture norvegesi. Lì i figli imparano presto a muoversi sulla neve, a non temere il freddo, a considerare lo sforzo parte naturale della giornata.
Selma, figlia di un capitano di nave che commerciava legname, ha un temperamento più riservato. Non condivide l’entusiasmo sportivo del marito ma segue con attenzione la crescita della figlia, sostenendola con discrezione.
Fin da piccola Sonja ama stare al centro dell’attenzione. Indossa gli abiti della madre e danza nel salotto di casa. Prima ancora di compiere cinque anni prepara piccoli biglietti per invitare parenti e conoscenti ai suoi spettacoli domestici. Li accoglie, li accompagna a sedersi e poi si esibisce scegliendo la musica dal grammofono di famiglia.
Quando i genitori la portano a un carnevale sul ghiaccio, resta incantata dai pattinatori che scivolano sulla superficie lucida. Il desiderio di imparare nasce lì.
A cinque anni inizia a studiare danza classica con Love Krohn, il più noto maestro di balletto del Paese, che ha anche insegnato ad Anna Pavlova. Le lezioni sono rigorose e insistono su postura, equilibrio e musicalità. Prima ancora di indossare un paio di pattini, Sonja impara a controllare il proprio corpo.
Il Natale dei suoi sei anni porta il regalo che aspettava. Sotto l’albero trova il suo primo paio di pattini.
L'incontro con il ghiaccio
Per qualche minuto quei pattini sono tutto ciò che desiderava. Poi li osserva meglio e si accorge di un dettaglio che non le piace. Accanto alla lama principale ce n’è un’altra, più piccola, fissata di lato. È una lama di sostegno, pensata per aiutare i bambini a mantenere l’equilibrio nei primi mesi. Lei sa che i pattini del fratello Leif hanno una sola lama.
Da poco la famiglia si è trasferita nel quartiere di Frogner, a Oslo, a pochi minuti a piedi dallo stadio del ghiaccio. La pista è diventata parte del paesaggio quotidiano, una presenza costante. Sonja sa che li userà lì, sotto gli occhi di pattinatori più esperti. Non vuole aiuti.
Così insiste perchè i genitori le regalino dei “pattini veri”, che dopo poco ottiene. Sul ghiaccio cade spesso, ma non rinuncia. Si rialza e riprova, osserva gli altri e ne copia i movimenti con concentrazione ostinata.
Una giovane pattinatrice, Hjørdis Olsen, nota quella determinazione e la invita ad allenarsi in un club privato. A sette anni partecipa alla sua prima gara infantile. Il costume lo cuce la madre. Pattina con sicurezza e vince. Il premio è un tagliacarte d’argento con manico in madreperla. L’anno successivo conquista il titolo juniores norvegese.
Wilhelm comprende che non si tratta più di un gioco. Affida la figlia a Oscar Holthe, ex campione nazionale e allenatore professionista, e a Martin Stixrud, dieci volte campione norvegese e medagliato olimpico nel 1920. Sonja frequenta la scuola di pattinaggio dell’Oslo Skøiteklub. Il padre segue ogni allenamento, organizza esibizioni durante le riunioni sportive e cura con attenzione il suo percorso.
Quando ha nove anni, i genitori la ritirano dalla scuola tradizionale e assumono un insegnante privato. Le giornate ruotano intorno al ghiaccio, tre ore al mattino e due al pomeriggio. L’alimentazione viene regolata con precisione, uova crude e bistecche al sangue. La danza resta parte integrante della formazione e nel 1922 Selma la porta a Londra per studiare con Tamara Karsavina, già étoile dei Balletti Imperiali russi.
Tra il 1921 e il 1923 Sonja si esibisce negli intervalli delle gare di pattinaggio di velocità allo stadio di Frogner. Nel 1923 partecipa ai campionati nazionali femminili e conquista il titolo.
Nel 1924 Sonja arriva a Chamonix, in Francia, per un evento destinato a cambiare la storia dello sport. Per la prima volta vengono organizzati i Giochi Olimpici Invernali. È un debutto assoluto, un esperimento che nessuno può ancora immaginare diventerà tradizione.
Tra le otto donne in gara c’è anche lei. Ha undici anni ed è la più giovane partecipante.
Nel programma libero inserisce un salto che si chiude in sit-spin, una combinazione rara per l’epoca, un balzo seguito da una rotazione eseguita in posizione accovacciata, con il corpo molto basso sul ghiaccio. La gonna più corta consente movimenti che fino a quel momento non erano stati presi in considerazione. Le figure obbligatorie, però, pesano più del programma libero. I punteggi la relegano all’ultimo posto, lontana dalla vincitrice. Ma non passa inosservata. Il New York Times scrive di lei che “traccia sul ghiaccio i disegni più intricati ed esegue salti e rotazioni in aria con una leggerezza che sembra sfidare la gravità”.
Com'è cambiato il pattinaggio
Prima di raccontarvi la piccola, grande rivoluzione che Sonja mette in atto alla fine degli anni Venti, devo fare un passo indietro. Per capire davvero cosa cambia con lei, bisogna sapere com’era il pattinaggio femminile fino a quel momento.
Era una disciplina ordinata, quasi austera. Le figure obbligatorie occupavano gran parte del punteggio: cerchi e otto tracciati sul ghiaccio con precisione calligrafica, ripetuti fino alla perfezione. I giudici osservavano le linee incise più che la persona che le disegnava. Il programma libero esisteva, ma la musica restava in sottofondo. I movimenti erano composti, contenuti. I salti pochi. Nel 1920 una pattinatrice americana, Theresa Weld, venne rimproverata per aver inserito un salto nella propria esibizione. Non era considerato adatto a una donna.
Anche l’abbigliamento raccontava quel mondo. Gonne lunghe e pesanti, calze scure, pattini neri. Il corpo restava coperto, quasi nascosto. Poi arriva Sonja.
Quando nel 1927 vince il suo primo Campionato del Mondo, a quindici anni, non è solo una nuova campionessa. È qualcosa di diverso.
Il suo programma non si limita a riempire il tempo tra una figura e l’altra. I movimenti seguono la musica, la anticipano, la accompagnano. La formazione classica si vede nella postura, nelle braccia, nella continuità tra un elemento e l’altro.
La gonna si accorcia sopra il ginocchio. Non è una provocazione, è una scelta pratica. Il tessuto non intralcia più, la velocità delle trottole diventa visibile. Ai piedi indossa pattini bianchi. Dice che le ricordano la neve della sua Norvegia. In poco tempo diventano lo standard femminile.
In pista inserisce salti ancora rari tra le donne, compreso l’axel semplice, che richiede un decollo in avanti e un giro e mezzo in aria. Le sue trottole sono rapide e centrate. Nel corso della carriera sviluppa e perfeziona numerose varianti di spin.
Tra il 1927 e il 1936 conquista dieci titoli mondiali consecutivi, sei europei e tre ori olimpici, nel 1928 a St. Moritz, 1932 e 1936. Ma più delle medaglie resta il cambiamento. Dopo di lei il pattinaggio femminile non può più limitarsi a tracciare figure perfette. Deve anche raccontare qualcosa.
Un ruolo che inizia a stare stretto
«Voglio fare con i pattini quello che Fred Astaire fa con il ballo.»
Lo dice al New York Times nel marzo del 1936, e quella frase non arriva per caso.
Solo poche settimane prima, il 15 febbraio, a Garmisch-Partenkirchen, è scesa in pista per l’ultima volta da olimpionica. Terzo oro consecutivo. Ventitré anni. Il pubblico la applaude sapendo che sta chiudendo un’epoca. Lei lo sa ancora meglio.
Subito dopo annuncia che lascia le competizioni dilettantistiche. Le regole sono chiare: se vuole continuare a pattinare davanti a un pubblico pagante deve diventare professionista. La decisione non la sorprende. Ci pensa da tempo.
Già a Lake Placid, nel 1932, aveva osservato con attenzione il pubblico americano. Le arene piene, l’energia, l’organizzazione. A Hollywood i musical dominano il botteghino, le star del ballo riempiono gli schermi. Il pattinaggio non ha ancora una figura attorno a cui costruire uno spettacolo intero.
Pochi giorni dopo Garmisch viene contattata da Arthur Wirtz, imprenditore immobiliare di Chicago.
Si è laureato nel 1923, ha iniziato vendendo case e durante la Grande Depressione ha costruito la sua fortuna acquistando immobili in difficoltà. Nel 1935 guida un gruppo di investitori nell’acquisto del Chicago Stadium. Capisce che possedere un’arena significa controllare ciò che vi accade dentro. Negli anni diventerà il futuro proprietario dei Chicago Blackhawks e dei Chicago Bulls, ma nel 1936 è già un uomo che ragiona in termini di spettacolo organizzato.
Wirtz intuisce che quella ragazza norvegese può fare molto più che vincere medaglie. Organizza al Madison Square Garden una serata speciale, “Sonja Henie Night”. L’arena si riempie. Non è una gara. È uno show. Il pubblico non guarda i punteggi. Guarda lei.
Arriva la proposta di una tournée nordamericana. Sonja non si limita ad accettare una scrittura. Inizia a pensare lo spettacolo come un insieme, costumi, numeri d’insieme, scenografie, ingressi studiati. Porta con sé una compagnia e costruisce un format che può viaggiare di città in città.
Il ghiaccio esce dal perimetro olimpico e entra nelle grandi arene come evento. Sui manifesti non c’è il nome di una competizione. C’è il suo.
Sonja arriva a Los Angeles insieme alla sua famiglia. Ha un piano molto preciso: attirare l’attenzione dei grandi del cinema.

La prima mossa di suo padre Wilhelm è affittare il Polar Palace, una delle piste di ghiaccio più note della città. Vuole una serata costruita intorno al nome di sua figlia, con stampa, inviti mirati, pubblico scelto.
Subito dopo investe in una campagna pubblicitaria sui principali quotidiani di Los Angeles. Per una settimana intera compaiono annunci che presentano Sonja Henie come la tre volte campionessa olimpica appena arrivata dall’Europa. Il suo nome inizia a circolare negli uffici delle agenzie, negli studi, nei ristoranti dove si concludono i contratti.
Poi arriva il coup de théâtre. Wilhelm ottiene un incontro con William Randolph Hearst, il magnate dell’editoria. Propone una donazione di 5.000 dollari a un ente benefico di sua scelta in cambio della presenza di Marion Davies come madrina della serata inaugurale. Hearst accetta.
La sera dell’evento il Polar Palace si riempie di automobili, fotografi, volti noti. Tra il pubblico siedono Mary Pickford, Douglas Fairbanks, Spencer Tracy, Clark Gable, Myrna Loy. Hollywood è lì.
Sonja entra in pista consapevole che quella non è una gara e non è una tournée. È un’audizione davanti all’intera industria.
Il pubblico americano conosce Sonja come campionessa olimpica. Il cinema è un’altra cosa. L’idea iniziale è inserirla in un film musicale, valorizzando il pattinaggio senza affidarle l’intero peso narrativo.
Sonja ascolta con attenzione. Poi mette le cose in chiaro. Non è venuta in California per comparire in un numero su ghiaccio dentro un film altrui. Se firma, la storia deve essere costruita attorno a lei.
Zanuck non è un uomo che si lascia intenerire facilmente. Alla Fox ha costruito la propria autorità prendendo decisioni fredde quando servono. Non si farà scrupoli, qualche anno più tardi, a mettere alla porta un’attrice come Shirley Temple, la bambina che aveva contribuito a risollevare lo studio nei momenti più difficili. Per lui il box office è la misura di tutto.
Con Sonja, però, capisce che la trattativa non è ordinaria. Non ha davanti un volto da modellare da zero, ma una campionessa che arriva con un pubblico già conquistato. Quando lei insiste perché il film sia costruito attorno alla pattinatrice e non come semplice numero su ghiaccio, comprende che il margine di manovra è ridotto. Forzare significherebbe rischiare di perderla.
Accetta.
E sceglie di intervenire altrove.
Lo sappiamo dai memo che sono arrivati fino a noi. In quelle pagine dattiloscritte indica che i dialoghi devono essere ridotti al minimo. “Datele solo domande e risposte”, scrive. Domande chiare, risposte dirette. Niente scene elaborate che possano esporla. La macchina da presa deve restare dove lei è inattaccabile: sul ghiaccio. Sceglie One in a Million proprio per questo equilibrio. Una storia lineare, costruita per lasciare spazio alle sequenze di pattinaggio.
Se il pubblico deve accettarla come attrice, lo farà prima come pattinatrice. Quando il film esce alla fine del 1936, il successo è immediato.
Con Thin Ice nel 1937 la formula si consolida. Ed è proprio durante la lavorazione di quel film che la Fox aggiunge un altro elemento alla costruzione del personaggio Sonja Henie: al suo fianco c’è Tyrone Power, giovane divo in piena ascesa. Sullo schermo interpretano una storia romantica ambientata tra alberghi alpini e piste innevate. Fuori dal set, la stampa inizia a parlare di un legame reale.
I rotocalchi li fotografano insieme, le première li vedono arrivare fianco a fianco. Alla presentazione di One in a Million al Roxy Theatre di New York, Sonja si presenta sottobraccio a Power. La Fox non ha bisogno di forzare troppo la narrazione: il pubblico ama vedere nascere una coppia davanti e dietro la macchina da presa. Il flirt dura poco, ma contribuisce a fissare l’immagine di Sonja come protagonista romantica, non soltanto come atleta.
Nel maggio del 1937 Wilhelm Henie si ammala. Viene ricoverato con una diagnosi iniziale di appendicite. Muore poco dopo, per un’embolia polmonare.
Per Sonja è uno spartiacque silenzioso. Fino a quel momento il padre è stato tutto: allenatore, promotore, stratega, negoziatore, presenza costante dietro ogni contratto e ogni decisione.
Ora, a venticinque anni, si ritrova sola a gestire affari, tournée, investimenti, rapporti con lo studio.
Impara in fretta. E impara bene.
Proprio in quel periodo, insieme ad Arthur Wirtz, porta in tournée uno spettacolo itinerante intitolato Hooray for Hollywood. È un successo. Non c’è più Wilhelm a trattare, a pianificare, a controllare. C’è lei.
Da quel momento la sua figura cambia anche agli occhi dell’industria. Non è soltanto l’atleta trasformata in star. È un’imprenditrice che sa leggere i numeri, trattare i compensi, organizzare produzioni complesse.
Per Happy Landing il compenso sale a 80.000 dollari. Con tre film i suoi guadagni raggiungono i 210.000. La Fox rivede le condizioni: 125.000 dollari per ciascuno dei film della stagione successiva.
Nel 1939 Sonja risulta terza tra le attrazioni al botteghino americano, dietro Clark Gable e Shirley Temple.
Quando negli anni Quaranta la Metro-Goldwyn-Mayer mette sotto contratto la nuotatrice Esther Williams (di cui vi ho parlato qui), l’operazione viene letta come la versione acquatica del “fenomeno Henie”. L.B. Mayer vuole replicare l’intuizione della Fox: trasformare un’atleta in star cinematografica.
Tra il 1936 e il 1948 Sonja gira dodici film. I titoli evocano neve, montagne, leggerezza: Second Fiddle, Sun Valley Serenade, Iceland, Wintertime. Durante la guerra i suoi film offrono al pubblico americano un’evasione elegante, chalet alpini, costumi scintillanti, numeri coreografici sempre più complessi. Introduce paillettes, piume, costumi disegnati spesso da lei stessa.
Il suo nome non resta confinato allo schermo. Nascono bambole Sonja Henie, linee di abbigliamento, merchandising. Il pattinaggio artistico, negli Stati Uniti, conosce una diffusione che non aveva mai avuto prima.
A Hollywood le sue lame vengono impresse nel cemento davanti al Grauman’s Chinese Theatre. Non le mani, non le scarpe. Le lame.
La Fox replica sul ghiaccio ciò che la RKO aveva fatto con i musical di Astaire e Rogers. Scenografie Art Deco che brillano come gioielli, coreografie costruite in crescendo, storie leggere che si sciolgono in un numero finale sempre più ambizioso. Il ghiaccio diventa pista da ballo, il set diventa palcoscenico.
Sonja, però, non è un semplice ingranaggio di quella macchina. Porta dentro il film il suo senso del ritmo, la sua disciplina, la sua precisione quasi atletica. Nei suoi assoli c’è grazia, ma anche velocità. E c’è quella mossa che il pubblico impara ad aspettare: le rapide corsette sulle punte delle lame, minuscoli passi scintillanti che ricordano un personaggio delle fiabe. Non è solo tecnica, è carattere. È il modo in cui traduce la gioia in movimento.
E ora lasciatemi aprire una parentesi che mi ha affascinato moltissimo.
Guardando le clip dei suoi numeri nei film, la prima cosa che mi ha colpito non è stato un salto o una trottola. È stato il ghiaccio. Inquadrato da vicino sembra quasi liquido. Quando la lama passa, non incide semplicemente la superficie: lascia una scia luminosa, come se stesse disegnando sull’acqua.
Mi sono chiesta come fosse possibile.
La risposta è meno poetica di quanto sembri, ma altrettanto affascinante. Il ghiaccio dei set cinematografici non veniva mantenuto duro come quello di una gara olimpica. Era leggermente più “caldo”, quindi più vicino al punto di fusione. In queste condizioni, la pressione della lama e l’attrito generano un sottilissimo velo d’acqua. È un fenomeno fisico reale: la pressione abbassa temporaneamente il punto di congelamento e crea una micro-pellicola liquida sotto la lama.
Su una pista sportiva si cerca stabilità e controllo. In uno studio si cerca anche riflessione. Il ghiaccio viene levigato fino a diventare quasi vetroso, e le luci vengono orientate in modo radente, così da catturare ogni variazione della superficie. Quando la lama attraversa quel ghiaccio leggermente più morbido, la traccia riflette la luce. È questo che produce quella scia brillante che sembra muoversi come acqua.
In Sun Valley Serenade l’effetto viene spinto ancora più avanti. In alcune sequenze il fondo della pista viene scurito, così che la superficie diventi quasi uno specchio nero. Con un ghiaccio perfettamente liscio e una temperatura controllata, il riflesso raddoppia il movimento.
Questione di equilibrio
In quegli anni Sonja prova a tenere insieme due mondi che chiedono entrambi presenza totale. Da una parte il set, le tournée, le trattative, la gestione di una macchina produttiva che porta il suo nome. Dall’altra il desiderio, molto umano, di costruire una vita privata stabile.
Nel 1940 sposa Dan Topping. Newyorkese, ex atleta universitario, proveniente da una famiglia industriale molto agiata, è proprietario della squadra di football dei Brooklyn Dodgers della National Football League. È un matrimonio che fa notizia. Lui ha già alle spalle due divorzi, lei è nel pieno dell’ascesa hollywoodiana. Le fotografie li ritraggono sorridenti, eleganti, perfettamente inseriti in quell’America mondana che frequenta prime teatrali e ricevimenti.
Nello stesso anno Sonja raggiunge un traguardo che dice molto del suo percorso: diventa milionaria grazie ai propri guadagni. Film, tournée, contratti pubblicitari. Per una donna europea, arrivata negli Stati Uniti da atleta olimpica, è un risultato che colpisce profondamente l’opinione pubblica.
Nel 1941 ottiene la cittadinanza statunitense, senza rinunciare a quella norvegese. La sua identità si sdoppia come la sua carriera: Hollywood e le arene, California e New York, cinema e ghiaccio.
Intanto la Hollywood Ice Revue cresce stagione dopo stagione. Non è più solo uno spettacolo, è un’organizzazione complessa, con orchestra dal vivo, costumi elaborati, numeri corali, scenografie mobili. Ogni inverno attraversa gli Stati Uniti. Al Center Theatre del Rockefeller Center le repliche attirano migliaia di spettatori. Il pattinaggio diventa un evento popolare, non più confinato alle competizioni o a un pubblico d’élite.
Da quella formula nasceranno gli Ice Capades e Holiday on Ice, e soprattutto un nuovo sbocco professionale per tanti pattinatori che, terminata la carriera agonistica, trovano nel ghiaccio uno spazio artistico stabile. In questo senso Sonja non è soltanto una protagonista, ma una pioniera.
Con la fine della guerra il gusto del pubblico cambia. Nuovi volti, nuovi generi, nuove esigenze. Il contratto con la Fox si chiude intorno al 1945 e Sonja decide di non rinnovarlo. Prova a produrre film in proprio, ancora legati al pattinaggio, come It’s a Pleasure nel 1945 e The Countess of Monte Cristo nel 1948. L’eco, però, non è più la stessa. Nel 1958 finanzia personalmente Hello London, immaginando una serie ambientata nelle città delle sue tournée. Il progetto non funziona. Il musical su ghiaccio al cinema appartiene ormai a un’altra stagione.
Nel settembre del 1949 sposa Winthrop Gardiner Jr., con una cerimonia al Plaza Hotel di New York. Anche questa volta i giornali seguono ogni dettaglio, compreso il rinvio di un giorno per completare formalmente il divorzio di lui. Gardiner appartiene a una delle famiglie più antiche dell’America coloniale, legata alla storica Gardiners Island.

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| Eccoli insieme nel famoso Stork Club (di cui ho scritto qui) |
La crisi
All’inizio degli anni Cinquanta Sonja prende una decisione che cambierà il corso della sua seconda carriera.
A spingerla è il marito, Winthrop Gardiner Jr. L’idea è affascinante e semplice allo stesso tempo: perché continuare a dividere controllo e profitti con Arthur Wirtz? Perché non trasformare definitivamente il suo nome in un’impresa autonoma?
Dopo oltre dieci anni di collaborazione, interrompe il sodalizio con l’uomo che aveva costruito con lei l’impero delle tournée americane.
Nasce la Sonja Henie Ice Revue.
Per la stagione 1951–1952 investe quasi un milione di dollari di tasca propria. Una cifra enorme, anche per lei. Organizza date, affitti delle arene, trasporti, orchestra, costumi. Per la prima volta non ha alle spalle la rete logistica e commerciale di Wirtz.
Ed è qui che comprende quanto quella rete fosse invisibile ma decisiva.
Wirtz controlla molti dei palazzetti più importanti e pianifica le stagioni con largo anticipo. Senza il suo appoggio restano piazze secondarie, calendari meno favorevoli, costi di spostamento più pesanti. L’operazione diventa fragile.
Nel marzo del 1952 arriva l’episodio che mette tutto in crisi. A Baltimora, pochi minuti prima dell’inizio di uno spettacolo, una tribuna temporanea crolla sotto il peso del pubblico. Centinaia di persone rimangono ferite. Per fortuna non ci sono vittime, ma l’impatto è enorme.
Seguono cause legali, date annullate, richieste di risarcimento.
A rappresentarla è Jerry Giesler, il celebre avvocato delle star hollywoodiane (di cui vi ho parlato qui), abituato a muoversi tra tribunali e prime pagine. Nel 1953 una giuria la dichiara non penalmente responsabile, ma parte del verdetto viene modificata e la compagnia viene ritenuta civilmente responsabile per i danni.
Le perdite sono pesanti. A quel punto Sonja deve fare ciò che aveva escluso fin dall’inizio: chiedere un prestito proprio a Wirtz per pagare stipendi e obbligazioni. L’orgoglio lascia spazio alla necessità. Wirtz le fa recapitare un assegno tramite un amico comune, sufficiente a salvarla da una crisi ancora più grave. È un passaggio che la segna profondamente. In quel momento comprende quanto fosse stato strutturale il ruolo dell’ex socio. È una consapevolezza che arriva tardi.
Con la lucidità che l’ha sempre accompagnata decide di rientrare in un circuito più solido. Nel 1953 accetta l’offerta di Morris Chalfen e si unisce alla tournée europea di Holiday on Ice.
Tra le tappe c’è Oslo.
Non pattina in patria dal 1936. L’arena è gremita. Trentatré spettacoli in un mese, tutti esauriti. L’ingresso è costruito come un rito: un corridoio di ballerini in frac dorato, un lungo mantello bianco, l’annuncio del suo nome. Il pubblico si alza in piedi.
È uno dei momenti più intensi della sua vita pubblica. Una riconciliazione silenziosa.
La tournée continua, ma il corpo comincia a presentare il conto. Nel 1955 una serie di spettacoli in Sud America incontra poco interesse. Lei ha quarantatré anni. I salti sono più bassi, la resistenza minore.
Nel maggio del 1956 annuncia il ritiro definitivo dal pattinaggio professionale.
L'ultimo atto
Tutti guardano alla fine della campionessa. Ma per Sonja non si sta chiudendo soltanto una carriera. Si sta chiudendo un’epoca intera della sua vita.
Il secondo matrimonio, quello con Winthrop Gardiner Jr., è ormai logorato. Gli anni precedenti sono stati logoranti: la rottura con Wirtz, l’azzardo di produrre in proprio, l’incidente di Baltimora, le cause legali, le perdite economiche. Una donna abituata a controllare tutto si è trovata improvvisamente esposta. In quell’ambiente mondano e competitivo, il confine tra brillantezza e stanchezza si è fatto più sottile. Chi le è vicino racconta che in quel periodo l’alcol è diventato una presenza più costante, forse un modo per smorzare la tensione accumulata dopo decenni vissuti in equilibrio perfetto.
Il matrimonio si dissolve quasi in silenzio. Nel 1956 arriva il divorzio.
Ed è in quel momento, mentre il ghiaccio è ormai alle spalle e anche quell’unione si è esaurita, che riemerge una figura che appartiene a un tempo molto precedente alla fama.
Niels Onstad non è un uomo di Hollywood. Non è un impresario, non è un atleta, non è un volto da prima pagina. È un amico d’infanzia. Un uomo norvegese, armatore, solido, riservato, con interessi culturali profondi. Con lui non c’è competizione, non c’è costruzione d’immagine. C’è memoria condivisa.
Nel giugno del 1956 Sonja lo sposa e con lui si trasferisce in Norvegia. È in questa nuova fase che una nuova passione entra nella sua vita: l’arte moderna.
Sonja aveva iniziato ad amare durante gli anni in America, ma ora diventa un progetto condiviso con Onstad. Insieme costruiscono una collezione importante, con opere di Picasso, Matisse, Miró, Bonnard. E decidono di trasformare quella collezione in un bene pubblico. Finanziano la costruzione di un centro d’arte a Høvikodden, affacciato sul fiordo di Oslo. Nel 1968 l’Henie-Onstad Art Centre viene inaugurato alla presenza della famiglia reale.
Continua a viaggiare, a ricevere amici, a mantenere legami con l’America. Sostiene giovani talenti, presta denaro a Jon Peters per avviare la sua attività. L’energia non si spegne, ma ha cambiato direzione.
Poi arrivano i segnali della malattia.
Nel 1968 comincia a sentirsi stanca, in modo nuovo. I medici parlano inizialmente di anemia, di bisogno di riposo e trasfusioni. La diagnosi definitiva è una forma aggressiva di leucemia. Non è chiaro quanto le venga detto apertamente. Chi la conosce bene dubita che non avesse compreso.
Non smette di fare progetti. Parla di uno speciale televisivo, immagina di pattinare su “Lara’s Theme”. Anche lontana dalle competizioni, il desiderio di tornare sul ghiaccio non l’ha mai abbandonata del tutto.
Nell’ottobre del 1969 lei e Onstad sono in viaggio in Europa. A Parigi si sente particolarmente affaticata. Decidono di rientrare a Oslo per consultare i medici. Il 12 ottobre, durante il volo verso la Norvegia, Sonja si addormenta accanto al marito e non si risveglia più. Ha cinquantasette anni.
La seppelliscono a Oslo, su una collina che guarda il centro d’arte che porta il suo nome.
Sonja nella cultura pop
Il segnale più chiaro che una figura è entrata nell’immaginario collettivo è quando diventa caricatura riconoscibile.
Nel 1939 la Walt Disney Productions realizza Donald Duck the Autograph Hound (Paperino a caccia di autografi). Paperino si aggira tra le star di Hollywood in cerca di firme e, tra le celebrità che incontra, compare anche Sonja Henie.
Sempre nel 1939, in Hockey Champ, Paperino si prepara a una partita di hockey e, in una breve sequenza si sistema i capelli cercando di imitare l’acconciatura ondulata resa popolare proprio da Sonja Henie.

Nel 1941 la Warner Bros produce Hollywood Steps Out (Una serata a Hollywood), parodia animata di una tipica serata al Ciro’s, il celebre nightclub di Sunset Boulevard frequentato dalle star. Il corto è costruito come una galleria di caricature delle celebrità del momento. Sulla pista Tyrone Power balla insieme a Sonja.
Nel 1942, nel corto Columbia A Hollywood Detour, il riferimento è ancora più esplicito: davanti al Grauman’s Chinese Theatre compare la sua firma, incisa ironicamente su una lastra di ghiaccio invece che nel cemento. L’animazione gioca sul contrasto tra materia solida e superficie effimera, ma il messaggio è chiaro: il suo nome è ormai inciso nella mitologia hollywoodiana.
La straordinaria popolarità di Sonja Henie negli Stati Uniti negli anni Cinquanta arriva a influenzare persino le strisce di Peanuts di Charles M. Schulz, tra i fumetti più amati del ventesimo secolo.
Nel mondo dei Peanuts, Snoopy ha numerosi “alter ego”: dalla celebre asso pilota alla rockstar, e negli anni Sessanta assume anche quello di pattinatore di figura, il World Famous Skater. In alcune strisce pubblicate dal dicembre 1967 in poi Snoopy si presenta come un grande pattinatore e, in un racconto pubblicato in quel periodo, afferma che gli manca Sonja Henie, esprimendo il desiderio di pattinare con lei mentre si allena in vista dei Giochi Olimpici Invernali di Grenoble del 1968.
Siamo arrivati alla fine di questo viaggio.
Rimettere insieme la storia di Sonja Henie è stato, per me, un modo per restituire spazio a una figura che ha contato molto più di quanto oggi si ricordi. Campionessa, pioniera, imprenditrice di sé stessa quando quasi nessuna atleta lo era. Una donna che ha trasformato il pattinaggio in spettacolo e lo ha portato fino a Hollywood, lasciando un segno che ancora oggi vediamo senza sempre sapere da dove nasce.
I suoi film sono difficili da trovare, il suo nome non circola quanto meriterebbe. Eppure ogni volta che sul ghiaccio vediamo musica, costume, racconto, c’è anche la sua impronta.
Se dopo questo articolo vi capiterà di guardare una gara di pattinaggio con occhi leggermente diversi, pensando a quella ragazza norvegese che ha cambiato tutto, allora questo viaggio avrà avuto senso.
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- lunedì, febbraio 16, 2026
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