In un’epoca sempre più digitale, io continuo ad avere un attaccamento quasi sentimentale alle videocassette della mia infanzia.
Le VHS avevano un’altra forma di magia. Bisognava sceglierle, conservarle, riavvolgerle, aspettare che partissero. Avevano un peso, un fruscio, e soprattutto il potere di fissare certi film in un punto preciso della memoria.
Tra tutte, ce n’è una a cui sono rimasta legata più delle altre.
Avrò avuto cinque anni, forse poco più, ed ero ancora lontana dall’età in cui scegli da sola quali film scoprire. Mi affidavo ai miei genitori, soprattutto a mio padre, che ogni tanto tornava a casa con una nuova videocassetta Disney. La nostra videoteca di fiducia era quella di Elio, ma per me era Eliott. Come il drago invisibile.
Un giorno mio padre torna con I racconti dello zio Tom. Io non sapevo nulla del film, non conoscevo la sua storia, non potevo immaginare il destino complicatissimo che avrebbe avuto. Vedevo solo una videocassetta Disney nuova, e sulla copertina un anziano uomo di colore, due bambini e un coniglietto animato.
Alla prima visione ne sono seguite tante altre. È diventato uno dei miei comfort movie, di quelli che non riguardi solo perché sai già come vanno a finire, ma perché ti fanno compagnia. C’erano le musiche, Zip-A-Dee-Doo-Dah prima di tutto, quel passo leggero dello zio Remus, e poi le voci italiane dei doppiatori a cui sono rimasta affezionata per tutta la vita. Lydia Simoneschi, in primis.
Per anni, per me, I racconti dello zio Tom è stato questo: una storia amata, colorata, musicale, piena di animali furbi, canzoni e racconti da ascoltare.
Solo molto tempo dopo ho capito che quel film della mia infanzia era diventato, in un certo senso, un film perduto. Non perché nessuno lo ricordasse: canzoni, personaggi e impronta sull’immaginario Disney hanno continuato a circolare per decenni. Ma il film, nella sua interezza, è progressivamente scomparso dalla distribuzione ufficiale, soprattutto negli Stati Uniti, fino a diventare uno dei titoli più discussi del catalogo Disney.
Le critiche che gli sono state rivolte riguardano soprattutto il modo in cui rappresenta il Sud americano del dopoguerra civile, giudicato da molti troppo addolcito e distante dalle tensioni reali della Ricostruzione. Ed è qui che, da spettatrice, mi sono sempre trovata in una posizione diversa.
Perché il film che ho conosciuto io da bambina mi parlava di tutt’altro: di un uomo gentile che ascolta un bambino, di storie usate per consolare e dare coraggio, di un coniglietto che non vince con la forza ma con l’intelligenza. Mi parlava di fiducia, immaginazione, e della possibilità di trovare una via d’uscita anche quando ci si sente piccoli davanti a qualcosa di più grande.
Per questo, più che metterlo da parte, credo che andrebbe raccontato. Con il suo contesto, certo. Con attenzione, anche. Ma senza dimenticare il lavoro enorme che contiene.
Dentro I racconti dello zio Tom c’è molto più della sua controversia: c’è Walt Disney che prova a trasformare in cinema racconti che portava con sé fin dall’infanzia. James Baskett, che arriva per prestare la voce a una farfalla e finisce per diventare il cuore del film. La mitica Hattie McDaniel. Due bambini destinati a entrare nell’immaginario Disney in modi diversissimi. Ma ci sono anche i colori di Mary Blair, le musiche, sfide tecniche degli animatori.
Ecco perché oggi voglio portarvi dietro le quinte del film: per restituirgli il suo tempo, il suo contesto, il lavoro di chi lo ha creato e anche quella magia che, almeno per me bambina, era arrivata prima di qualunque spiegazione.
Se, leggendo, vi verrà voglia di cercarlo, in fondo all’articolo trovate anche dove è possibile reperirlo oggi.
Il titolo originale è Song of the South ed è un film a tecnica mista (live action e animata) del 1946 diretto da Harve Foster e Wilfred Jackson, con protagonisti James Baskett e Bobby Driscoll.
La trama in breve: Johnny è un bambino che, nell’America del Sud dopo la Guerra di Secessione, arriva con la madre Sally nella piantagione della nonna, mentre il padre giornalista si allontana per lavoro e il matrimonio dei genitori attraversa una crisi. Lì incontra lo zio Remus (Tom nella versione italiana), anziano narratore che gli racconta le avventure di Fratel Coniglietto, Compare Volpe e Compare Orso. Quelle storie diventano per Johnny un modo per affrontare la solitudine, i bulli che lo tormentano e la paura di sentirsi piccolo davanti a un mondo troppo grande.
Siamo nel 1946. La guerra è finita da poco, l’America sta cercando di rimettersi in piedi, e anche Hollywood ha voglia di tornare a far sognare. Dopo anni di paura, razionamenti, notiziari dal fronte e film di propaganda, il pubblico ha bisogno di qualcosa di diverso. Musica, colore, leggerezza. Non per cancellare quello che è successo, ma per respirare un po’.
Anche alla Disney si respira un’aria di ripartenza. Gli anni della guerra non sono stati semplici. Lo studio che aveva conquistato il mondo con Biancaneve e i sette nani, Pinocchio, Fantasia, Dumbo e Bambi si era ritrovato a lavorare a produzioni molto diverse: film educativi, cortometraggi d’addestramento, materiale governativo, progetti nati più per necessità che per pura fantasia.
Walt Disney, però, non è uno che sa restare fermo.
L’animazione pura resta il cuore dello studio, ma è anche costosissima. Richiede tempo, artisti, denaro, pazienza. E dopo la guerra, con i mercati esteri ancora instabili, non è semplice sostenere ogni volta un grande lungometraggio animato come quelli degli anni Trenta. Così la Disney comincia a cercare strade nuove. Film a episodi, racconti musicali, viaggi immaginari, esperimenti in cui il disegno animato incontra il mondo reale.
Qualche prova c’era già stata. Saludos Amigos e I tre caballeros avevano portato sullo schermo un’idea diversa di film Disney: meno fiaba tradizionale, più collage di musica, colore, viaggio, danza e animazione. E soprattutto avevano dimostrato una cosa importante: gli attori veri e i personaggi disegnati potevano convivere. Non era ancora la fusione perfetta che arriverà anni dopo, ma la strada era aperta.
In realtà, Walt con quel gioco ci si divertiva fin dagli inizi. Negli anni Venti, con le Alice Comedies, aveva già fatto entrare una bambina in carne e ossa dentro un mondo di cartoni animati. Erano cortometraggi semplici, pieni di trucchi artigianali, ma dentro c’era già quella sua ossessione meravigliosa: far sembrare possibile l’impossibile.
Ecco, nel dopoguerra quella vecchia idea torna a bussare.
La Disney ha bisogno di reinventarsi, ma senza perdere la propria identità. Deve trovare un modo per continuare a incantare, pur cambiando forma. E Walt ha nel cassetto una storia a cui pensa da moltissimo tempo. Una storia che non arriva da una moda del momento, né da una fredda scelta produttiva. Arriva da più lontano. Dai racconti ascoltati da bambino, da un immaginario fatto di animali parlanti, astuzie, lezioni semplici e fantasia popolare.
Per anni gli era sembrato che il cinema non fosse ancora pronto per darle davvero vita.
Adesso, forse, lo era.
L'origine della storia
C’è un ragazzo, nella Georgia dell’Ottocento, che passa molto tempo ad ascoltare. Non è ancora uno scrittore. Lavora come apprendista tipografo in una piantagione chiamata Turnwold, e lì, tra una mansione e l’altra, si ferma. Le storie non arrivano dai libri, ma dalle persone: voci diverse, accenti diversi, racconti che si ripetono e cambiano ogni volta. Animali che parlano, ingannano, si salvano con l’astuzia. Un coniglio sempre un passo avanti, una volpe convinta di essere più furba di quanto sia, un orso che segue, sbaglia, impara. Storie semplici solo in apparenza, piene di ritmo, immagini e piccoli insegnamenti nascosti sotto la superficie. Quel ragazzo si chiama Joel Chandler Harris.
Negli anni, quelle voci gli restano dentro. Le porta con sé mentre cresce, cambia lavoro, entra nel mondo dei giornali. Fino a quando, nel 1876, trova il modo di farle uscire.
Non le firma direttamente con il suo nome. Le affida a qualcun altro.
Nasce così Uncle Remus: un uomo anziano seduto a raccontare storie a un bambino. Non è una persona reale, ma nemmeno un’invenzione isolata. È un intreccio di memorie, di racconti ascoltati, di persone incontrate. Una voce costruita con molte voci.
Le storie vengono pubblicate sull’Atlanta Constitution, e il pubblico le accoglie subito. Hanno un ritmo diverso, si leggono come se qualcuno le stesse raccontando davanti a un fuoco, con il tempo giusto per ogni pausa.
Nel 1880 diventano un libro, Uncle Remus: His Songs and Sayings, e iniziano a viaggiare. Vengono ristampate, tradotte, entrano nelle case. Harris continuerà ad ampliare quel mondo, a tornare su personaggi che ormai non gli appartengono più del tutto.
Perché, come tutte le storie nate a voce, hanno qualcosa di più antico.
Arrivano da lontano. Dall’Africa occidentale, dove esistevano già racconti di animali capaci di incarnare qualità umane, storie che insegnavano a sopravvivere più che a vincere. Attraversano l’oceano, cambiano forma e trovano una nuova vita nel Sud degli Stati Uniti.
Harris le mette su carta, ma non le inventa davvero. Le ferma, le organizza, le rende leggibili. E così facendo, le salva anche dal rischio di sparire.
Molti anni dopo, quei racconti arrivano tra le mani di un ragazzo del Missouri. Non è un’infanzia morbida, la sua. Il padre Elias è severo, esigente, spesso inflessibile. In casa non c’è molto spazio per l’ozio, e quel ragazzo, insieme al fratello maggiore Roy, impara presto il valore della fatica.
Consegna giornali all’alba, con il freddo addosso e ancora il sonno negli occhi. Aiuta come può. Osserva tutto: cavalli, fattorie, binari, strade di provincia, volti della gente comune, storie ascoltate e ripetute. Quel mondo rurale, semplice solo in apparenza, gli resta impresso come una pellicola nella memoria. È curioso, ostinato, pieno di immagini. Ancora non lo sa, ma un giorno passerà la vita a fare proprio questo: prendere ricordi, animali, voci, fiabe e trasformarli in meraviglia. Quel ragazzo si chiama Walt Disney.
Forse è anche per questo che quei racconti gli restano impressi. C’è qualcosa, in quella forma antica del narrare, che Walt riconosce subito: una voce, un bambino che ascolta, e un mondo che prende vita poco a poco.
Per anni rimane un’idea nel cassetto. Poi, nel 1939, Walt acquista i diritti dalla famiglia Harris per circa 10.000 dollari e parte per Atlanta, per avvicinarsi ai luoghi di quelle storie.
Una storia per il grande schermo
Il problema, a questo punto, sembra quasi semplice: come mettere insieme un uomo in carne e ossa e un mondo disegnato che esiste solo quando qualcuno lo racconta?
Sulla carta è un’idea meravigliosa; sul set molto meno. Non basta alternare due linguaggi: devono appartenere allo stesso racconto, senza che lo spettatore senta lo stacco.
Walt Disney lo capisce subito e insiste su un punto: Uncle Remus deve esistere davvero. Non può essere solo una voce narrante. Deve guardare il bambino, parlargli, creare un legame. Walt spiegherà che un cast in carne e ossa era necessario per ottenere “il pieno impatto emotivo” delle leggende animate: Br’er Rabbit poteva vivere nel disegno, ma aveva bisogno di un narratore reale per diventare cinema.
Serve quindi un regista capace di gestire la parte live action. Walt pensa a King Vidor, ma l’accordo non va in porto. Cerca qualcuno esperto nel cinema dal vero, ma non troppo ingombrante da mettere in discussione la sua visione. Si rivolge così a H. C. Potter, già responsabile delle sequenze live action di Victory Through Air Power nel 1943.
La collaborazione però si complica. Potter gira alcune scene, poi esce dal progetto e arriva persino a intentare causa contro la Disney, sostenendo di essere stato licenziato senza motivo mentre il contratto era ancora valido.
La produzione non può fermarsi. A subentrare è Harve Foster, fino a quel momento attivo soprattutto come assistente regista e seconda unità, anche in film importanti come Via col vento. I racconti dello zio Tom diventa il suo primo incarico da regista principale. Non è una scelta clamorosa, ma funziona: Foster porta mestiere, concretezza e disponibilità a muoversi dentro un progetto in cui il centro creativo resta Walt.
Intanto si lavora alla sceneggiatura. Il primo trattamento viene affidato a Dalton Reymond, considerato un conoscitore del Sud americano e spesso chiamato come consulente per dialoghi e atmosfera. I racconti di Joel Chandler Harris non sono un romanzo unico, ma una raccolta di episodi; portarli al cinema significa costruire un filo, una famiglia, un bambino, un motivo per cui quelle storie vengano raccontate proprio a lui.
Su carta funziona. Adesso bisogna farlo funzionare sullo schermo.
Walt non vuole che l’animazione sembri un’interruzione. Le sequenze con Fratel coniglietto, Comare volpe e Compare orso, devono nascere dal racconto, come succede quando qualcuno parla così bene da farti vedere quello che sta dicendo. Per questo vengono pensate come estensioni della voce di Uncle Remus: quando lui racconta, il film cambia forma senza spezzarsi.
Serve un lavoro minuzioso: storyboard dettagliati, tempi calcolati, passaggi studiati con precisione. Anche il mondo reale deve reggere: la famiglia di Johnny, la casa della nonna, la fuga, il suo bisogno di ascoltare. Senza quella base emotiva, gli animali animati resterebbero episodi piacevoli; con quella base diventano risposte, consigli, piccoli strumenti per capire la vita.
È questo l’equilibrio più difficile del film: far convivere la leggerezza di una favola Disney con il bisogno umano di un bambino che cerca conforto. Se tiene, il racconto orale diventa immagine, l’immagine diventa musica, e il cinema riesce a fare quello che Walt inseguiva da anni: far sembrare naturale l’impossibile.
Il cast perfetto
Sembra strano immaginarlo, ma l’attore che avrebbe interpretato lo zio Remus con una naturalezza quasi perfetta non si era presentato per quel ruolo.
James Baskett si era imbattuto in un annuncio per prestare la voce a una farfalla. Una piccola comparsa. Fa il provino, ma quando Walt Disney lo ascolta capisce subito di avere davanti qualcosa di speciale.
Baskett ha una voce bellissima, certo. Ma soprattutto sa usarla. Non pronuncia le battute: le fa vivere. Le parole gli escono con un ritmo naturale, come se quelle storie esistessero già e lui dovesse soltanto riportarle alla luce.
Walt vuole incontrarlo di persona e gli fa fare un breve test davanti alla macchina da presa. Pochi minuti. Bastano quelli.
L’uomo arrivato per un ruolo secondario diventa il centro del film. Interpreterà Uncle Remus, ma darà anche voce a Br’er Fox, Comare Volpe, e proprio lì si capisce la versatilità del suo talento.
Remus è tutto misura, calma, pausa. La Volpe è il contrario: parla velocissima, incastra le parole una sull’altra, accelera, cambia direzione a metà frase. Frank Thomas e Ollie Johnston racconteranno che Baskett arrivava anche a otto parole al secondo, e sincronizzare bocca e voce richiedeva una precisione quasi chirurgica. Ma quella velocità dà alla Volpe una vita irresistibile: due personaggi diversissimi, tenuti insieme dalla stessa voce.
Baskett nasce nel 1904 in Indiana. Studia farmacologia, poi lascia tutto per il teatro. Si forma tra compagnie itineranti e spettacoli popolari, dove impara ritmo, presenza e capacità di adattarsi. Più tardi entra nel mondo della radio, uno dei grandi centri dell’intrattenimento americano.
L’incontro decisivo arriva con Amos ‘n’ Andy, uno dei programmi più popolari dell’epoca. Baskett interpreta diversi personaggi, tra cui l’avvocato Gabby Gibson, e affina quella rapidità, precisione e musicalità nel parlato che diventeranno il suo marchio.
È lì che impara a fare ciò che colpirà Walt: dare l’impressione che le parole nascano nel momento stesso in cui vengono dette.
Il 5 dicembre 1945, scrivendo alla sorella Ruth, Walt dirà di lui che è “il miglior attore, credo, scoperto da anni”.
Prima di diventare uno dei volti più riconoscibili della Disney, Bobby Driscoll è semplicemente un bambino dell’Iowa.
Nasce a Cedar Rapids, figlio unico di Cletus, venditore di materiali isolanti, e di Isabelle, ex insegnante. Poco dopo la nascita, la famiglia si sposta a Des Moines, lontana anni luce dal cinema.
A portarli in California non è un sogno, ma una necessità. Il lavoro del padre, a contatto con l’amianto, ne compromette la salute; un medico consiglia un clima più mite, e così i Driscoll si trasferiscono a Los Angeles nei primi anni Quaranta. Hollywood è vicina, ma resta sullo sfondo.
Poi entra in scena una coincidenza. Bill Kadel, figlio del barbiere di famiglia e già vicino agli studios, suggerisce ai genitori di Bobby di tentare un’audizione. Bobby si ritrova alla MGM e, durante una visita sul set, vede una scenografia: uno scafo di nave. Lo osserva e chiede: dov’è l’acqua?
Una domanda da bambino, certo, ma anche il segno di uno sguardo curioso. Il regista lo nota.
Poco dopo ottiene una piccola parte in Lost Angel nel 1943. Due minuti appena, sufficienti però per farsi notare. Subito dopo arriva The Fighting Sullivans (1944), dove interpreta il più giovane dei cinque fratelli.
Bobby non ha quella precisione un po’ artificiale di certi piccoli attori. È naturale. Reagisce, osserva, si muove con una semplicità che sullo schermo diventa verità.
Quando arriva alla Disney, questa qualità diventa centrale. Nel ruolo di Johnny deve ascoltare più che agire: è un bambino che attraversa un momento difficile e trova nelle storie dello zio Remus un rifugio, ma anche un modo per orientarsi. Driscoll non forza nulla. Lascia che le emozioni arrivino.
Walt Disney lo capisce subito. Lo mette sotto contratto personale, uno dei primi bambini a ricevere questo tipo di attenzione dallo studio, e lo affianca a Luana Patten in quella che diventerà una piccola coppia ricorrente nei film Disney del dopoguerra. Tornerà in Lo scrigno delle sette perle, Tanto caro al mio cuore e L’isola del tesoro, fino a prestare la voce a Peter Pan nel 1953.
Per qualche anno, Bobby Driscoll è davvero il volto dell’infanzia Disney. Poi, lentamente, qualcosa cambia.
Quando Hattie McDaniel arriva sul set, non deve dimostrare molto: il pubblico la conosce già. Pochi anni prima è stata Mammy in Via col vento, un ruolo che le è rimasto addosso e che ha cambiato la sua carriera, non tanto per lo spazio sullo schermo, ma per quello che lei è riuscita a farne.
Hattie lavora così: prende personaggi piccoli, spesso simili sulla carta, e li riempie di qualcosa che non è scritto. Un modo di stare in scena, una voce, un tempo tutto suo.
Nasce alla fine dell’Ottocento in Kansas, in una famiglia che porta ancora addosso le tracce dirette della schiavitù: entrambi i genitori erano stati schiavi. Cresce tra canti religiosi e comunità, e lì comincia, prima del cinema e prima della radio.
Poi il percorso è lungo: teatro, spettacoli, lavori saltuari, radio. Tutto quello che si può fare, lei lo fa, imparando ogni volta a occupare lo spazio che le viene dato. Quando arriva a Hollywood, le parti sono spesso simili. Ma lei le rende diverse.
Qui interpreta Tempy, la domestica che accompagna la famiglia di Johnny. Il suo spazio è limitato, ma quando entra in scena si sente subito. Il momento più carino è quando cucina la torta cantando e arriva lo zio Remus.
Luana Patten ha appena sette anni, ma posa davanti all’obiettivo fin da quando ne ha tre, come modella bambina.
Nasce nel 1938 a Long Beach, in California, figlia di Harvey T. Patten e Alma Miller. I genitori si erano trasferiti lì dall’Oklahoma poco prima della sua nascita, e Luana cresce in un ambiente dove il lavoro fotografico arriva prestissimo.
Il primo tentativo con il cinema arriva con Incontriamoci a Saint Louis, ma viene considerata troppo piccola. Poco dopo compare sulla copertina di Woman’s Home Companion, insieme ad alcuni cuccioli: una fotografia semplice, tenera, abbastanza forte da fermare Walt Disney.
La chiama agli studios.
Luana arriva all’audizione con la madre. Ci sono tantissime bambine, la selezione procede tra attese, prove e screentest, finché resta lei.
In I racconti dello zio Tom interpreta Ginny, una bambina povera che si lega a Johnny con una spontaneità tenerissima. Il suo ruolo vive nei dettagli: negli sguardi, nei silenzi, nel modo semplice di stare accanto a Bobby Driscoll.
La Disney se ne accorge subito. Luana viene messa sotto contratto e alterna i set alla scuola interna degli studios, studiando inglese, aritmetica e geografia tra una ripresa e l’altra. Con Bobby diventa una presenza ricorrente nel dopoguerra Disney: i due tornano insieme in Lo scrigno delle sette perle, Tanto caro al mio cuore e Pecos Bill.
Finita l’infanzia, Luana continua a lavorare. Torna alla Disney con I rivoltosi di Boston e I ragazzi di Camp Siddons passa per western, melodrammi e serie televisive popolari, da Rawhide a Bonanza. Poi, lentamente, il cinema si allontana.
C’è però un episodio curioso, quasi uno scherzo del destino. Nel 1956, mentre frequenta ancora il liceo a Long Beach, Luana lavora alla biglietteria del Lakewood Theater. Un giorno il cinema viene rapinato. E il film in programmazione, proprio quella sera, è I racconti dello zio Tom.
Negli anni successivi appare sempre meno sullo schermo, fino a lasciare del tutto il cinema.
A interpretare la nonna di Johnny c’è Lucile Watson, una di quelle attrici che sembrano portare con sé un altro tempo appena entrano in scena.
Nasce in Québec nel 1879, in una famiglia colta e rigorosa. Il padre è un maggiore dell’esercito britannico, e per lei il futuro sembrerebbe già scritto. Lucile, però, prende un’altra strada: si trasferisce a New York contro il volere della famiglia e studia all’American Academy of Dramatic Arts.
Per anni è una presenza importante del teatro americano e inglese. Quando arriva al cinema, Hollywood capisce subito dove collocarla: madri, zie, nonne, grandi dame autorevoli, donne severe ma mai del tutto fredde.
Il pubblico l’aveva già vista in Donne, Il ponte di Waterloo e Quando il giorno verrà, che le vale anche una candidatura all’Oscar.
In I racconti dello zio Tom interpreta la nonna di Johnny, proprietaria della piantagione. Porta nel film quella sua autorità tranquilla, senza bisogno di alzare la voce. Basta il modo in cui osserva gli altri per far capire chi tiene davvero insieme la casa. Dietro l’eleganza, però, c’è sempre qualcosa di umano.
La madre di Johnny ha il volto elegante e malinconico di Ruth Warrick.
Quando arriva in I racconti dello zio Tom, Ruth è già un volto noto: nel 1941 aveva interpretato la prima moglie di Charles Foster Kane in Quarto potere, accanto a Orson Welles. Una partenza importante, che l’aveva fatta notare subito a Hollywood. Sotto contratto con la RKO, continua poi a lavorare tra cinema e radio, costruendosi una carriera solida.
Nel film interpreta Sally, una madre giovane, segnata da un matrimonio in crisi e da una vita che sembra essersi complicata all’improvviso. Ruth le dà una delicatezza molto moderna per l’epoca: non la rende distante né solo “materna”, ma fragile, trattenuta, come qualcuno che sta cercando di rimettere insieme qualcosa.
A rendere tutto più curioso c’è il fatto che Erik Rolf, suo marito nel film, fosse davvero suo marito anche nella vita. I due erano sposati dal 1938 e avevano già due figli, ma quasi nessuno sul set lo sapeva. Anche il loro matrimonio stava attraversando un momento difficile.
Anni dopo Ruth ricorderà con affetto l’esperienza con Walt Disney e una battuta del primo giorno sul set: “Ruth, tu mi rendi nervoso. Se fai qualcosa di sbagliato, non posso cancellarti come uno dei miei personaggi animati.”
Negli anni Cinquanta si sposterà sempre di più verso la televisione, fino a diventare uno dei volti storici delle soap opera americane, soprattutto con La valle dei pini. Ma qui resta in un momento particolare della sua carriera: abbastanza giovane da essere fragile sullo schermo, abbastanza esperta da farlo con misura.
Le riprese cominciano nel novembre del 1944. Walt non segue il progetto a distanza. Va sul set, osserva, interviene, cerca il tono giusto. E lo fa in un modo che sembra quasi uscito dal film: invece della classica sedia da regista, si siede su una sedia a dondolo simile a quella dello zio Remus. Sullo schienale, la troupe fa scrivere: “Uncle Walt”.
Il soprannome resta addosso perfettamente. Perché, in fondo, anche Walt è lì per raccontare una storia.
Sul set con i bambini l’atmosfera è vivace. Carol Jean Luske, figlia dell’animatore Ham Luske, ricorderà una scena deliziosa: Bobby Driscoll doveva saltellare nel bosco, ma non riusciva a trovare il movimento giusto. Così, uno dopo l’altro, gli adulti della troupe iniziarono a saltellare davanti a lui per mostrarglielo.
Luoghi e colori
La Georgia che vediamo nel film, in realtà, non è Georgia. La Disney aveva pensato di girare gli esterni nei luoghi legati a Joel Chandler Harris, ma il progetto si sposta in Arizona. Troppo complicato lavorare nel Sud segregazionista degli anni Quaranta con un cast misto. Così piantagione, sentieri e campi di cotone vengono costruiti vicino a Phoenix, mentre gli interni prendono forma ai Samuel Goldwyn Studios di Hollywood.
Walt, però, non cerca una ricostruzione perfetta. Cerca una sensazione. Ed è qui che entra in scena Mary Blair.
Mary arriva alla Disney nel 1940 insieme al marito Lee Blair, anche lui artista. All’inizio fatica a trovare spazio: i suoi disegni sono troppo moderni, pieni di colori insoliti e forme semplificate per animatori abituati a uno stile più tradizionale.
Nel 1941 Walt la porta con sé in Sud America, durante il viaggio legato alla “Good Neighbor Policy” voluta da Franklin D. Roosevelt. per rafforzare i rapporti culturali con i paesi sudamericani durante la guerra. Per lui diventa anche un enorme laboratorio creativo, e Mary lo colpisce più di tutti. Mentre altri cercano dettagli realistici, lei assorbe colori, geometrie, stoffe, luce. Walt capisce che Mary non copia il mondo: lo traduce.

Per I racconti dello zio Tom, Mary viene mandata in Georgia nell’autunno del 1944. Passa giorni tra campagne, strade sterrate e piantagioni, riempiendo sketchbook di appunti e acquerelli. Le interessa il colore della terra, il modo in cui la luce cade sugli alberi, il rosso del terreno dopo la pioggia. Quando torna in California, il film comincia ad avere un aspetto preciso.

Molti animatori, però, non sanno bene cosa fare con i suoi disegni: colori audaci, forme sintetiche, quasi astratte. Eppure Walt insiste.
Le sequenze animate richiedono circa due anni di lavoro e coinvolgono trentasei animatori. Tra loro c’è Milt Kahl, che descrive perfettamente i tre protagonisti: Comare volpe è tutto schemi e parole veloci; Compare orso sembra ingenuo, ma capisce più di quanto lasci credere; Fratel coniglietto vive d’astuzia, rapidissimo, imprendibile.
Non sono animali realistici. Sembrano figure uscite da un racconto davanti al fuoco. Ed è lì che il film trova la sua forma: a metà tra memoria, pittura e fiaba. Negli anni successivi, la visione di Mary diventerà riconoscibile in Cenerentola, Alice nel Paese delle Meraviglie e Peter Pan. Il suo lascito più popolare arriverà nel 1964 con It’s a Small World: bambole, costumi, forme semplici, colori accesi, un mondo intero trasformato in una filastrocca visiva.
Mary morirà nel 1978, a 66 anni. Nel 1991, la Disney la proclamerà ufficialmente Disney Legend.

La colonna sonora
In un film costruito sul racconto orale, la musica non accompagna soltanto: apre porte. Una voce, un coro, una frase cantata bastano a farci passare dalla vita quotidiana alla fantasia.
Walt Disney lo sa bene. I racconti dello zio Tom deve tenere insieme parola, immagine e musica: la voce di zio Remus apre il racconto, l’animazione lo rende visibile, le note rendono naturale il passaggio.
La lavorazione segue questa doppia anima. Le sequenze animate vengono affidate a Paul Smith; per le parti dal vero Walt chiama Daniele Amfitheatrof, compositore russo di formazione classica. Charles Wolcott, direttore musicale, ricorderà con ironia questa scelta: un musicista russo chiamato a dare corpo sonoro al profondo Sud americano.
Accanto a loro c’è l’Hall Johnson Choir, fondato nel 1925 per portare gli spiritual afroamericani dentro teatro, radio e cinema, e già usato dalla Disney in Dumbo per le voci dei corvi. Qui diventa una voce collettiva, calda, quasi rituale.
Il film si apre con Song of the South, scritta da Sam Coslow e Arthur Johnston e cantata dal Disney Studio Choir. È una soglia: l’attacco ha il respiro di una fanfara, poi l’arpa ci sposta in una dimensione più magica. Il testo parla di una musica che “tesse un incantesimo”, di voci gentili che chiamano “da un tempo lontano”; quando nomina Dixie, il Sud americano, lo fa come luogo della memoria.
Uncle Remus Said arriva mentre Johnny è scappato: la musica si apre cupa, poi entrano le voci dell’Hall Johnson Choir intorno al fuoco, e il brano diventa vivace, quasi una filastrocca. Il testo inventa spiegazioni buffe: il leopardo ha le macchie perché la madre sognava pois, il cammello le gobbe per un letto pieno di sabbia, il maiale la coda arricciata per aver imitato una scimmia. Quando Remus nota Johnny, la musica si fa più contemplativa.Con Zip-A-Dee-Doo-Dah il film trova il suo sorriso più contagioso. Scritta da Allie Wrubel e Ray Gilbert e cantata da James Baskett, accompagna la passeggiata dello zio Remus con un ritmo elastico, quasi un passo trasformato in musica. I versi e i fischi degli animaletti entrano come strumenti dell’orchestra. Il testo non racconta una storia: dice una sensazione, una giornata meravigliosa, “tutto è molto soddisfante”. È buonumore messo in melodia.
Let the Rain Pour Down, scritta da Foster Carling e Ken Darby e cantata dall’Hall Johnson Choir, cambia peso a seconda del momento. All’inizio accompagna i lavoratori verso i campi e parla di problemi che passano, pioggia, vento freddo, insetti nel cotone, ma anche di una casa a cui restare fedeli: “Io resterò qui, nella casa che conosco.” Quando torna mentre Remus prepara la partenza, quelle parole diventano malinconiche.How Do You Do?, firmata da Robert MacGimsey, è l’ingresso nel mondo animato di Fratel Coniglietto. È un allegro botta e risposta: una formula di cortesia, “Come stai?”, trasformata in ritmo. Dentro la leggerezza c’è già il carattere del coniglio: salta, zigzaga, fa quello che vuole. E quando gli altri lo avvertono che finirà nei guai, lui risponde sicuro: “So badare a me stesso.”Sooner or Later, cantata da Hattie McDaniel, è un piccolo numero domestico, giocato sull’attesa e sulla presa in giro. La musica si restringe allo spazio della casa e della cucina; il testo ha il tono di chi conosce benissimo chi ha davanti: “Prima o poi tornerai”, “busserai alla mia porta”, “vorrai ancora la mia cucina”. Hattie la interpreta con ironia calda e concreta.
Everybody’s Got a Laughing Place parte da un’idea semplice: ognuno ha un luogo dove ritrovare la risata. Quel “prendi un broncio e capovolgilo” sembra una filastrocca infantile, ma diventa una piccola filosofia. Sotto l’allegria, però, c’è l’astuzia: il “laughing place” è anche un trucco, un modo per salvarsi usando l’intelligenza più della forza.
All I Want, cantata dall’Hall Johnson Choir, arriva quando Johnny è ferito dopo l’incidente con il toro. Qui la musica abbandona il gioco e diventa preghiera. Il testo chiede “sempre più fede in Lui”, ricorda chi ha creato “le stelle, la luna e il sole” e poi si stringe sul bambino: “Angelo, abbi pietà di questo piccolo”. Le voci non spingono il dolore, lo raccolgono. Le note ci raccontano paura, speranza e attesa ancora prima delle parole.
Il film viene presentato in anteprima mondiale ad Atlanta, il 12 novembre 1946, al Fox Theatre.
La città non è scelta a caso: Atlanta è legata a Joel Chandler Harris e al Wren’s Nest, la casa in cui visse negli ultimi anni, poi trasformata in museo. Per l’occasione si mobilita come per un grande evento: parate, bande, carri allegorici, bambini in festa, ricevimenti e ospiti importanti. Walt Disney arriva con Lillian; ci sono Bobby Driscoll, Luana Patten e Ruth Warrick. Il Fox Theatre, con i suoi oltre cinquemila posti, accoglie una folla enorme.
Ma manca proprio l’uomo che più di tutti dà un’anima al film. James Baskett, volto e cuore di zio Remus, non può partecipare agli eventi della première. Atlanta, nel 1946, è ancora una città segregata, e la presenza degli attori afroamericani nelle celebrazioni pubbliche avrebbe creato ostacoli enormi. Così il film viene applaudito nel cuore del Sud, mentre il suo interprete principale resta fuori da quella festa.
L’accoglienza critica è mista: molti lodano l’animazione, la musica, Baskett e la fusione tra attori reali e disegno animato; altri trovano più debole la parte live action. Il film però fa parlare di sé e conferma che Disney può spingersi oltre il lungometraggio animato tradizionale.
Da quel momento comincia per I racconti dello zio Tom una vita particolare: amato dal pubblico, riproposto più volte, e destinato a diventare uno dei titoli più difficili del catalogo Disney.
Ai premi Oscar del 1948, I racconti dello zio Tom ottiene un riconoscimento importante: Zip-A-Dee-Doo-Dah, scritta da Allie Wrubel e Ray Gilbert, vince l’Oscar per la miglior canzone originale. La colonna sonora riceve anche una candidatura per la miglior musica in un film musicale, firmata da Daniele Amfitheatrof, Paul J. Smith e Charles Wolcott.
Ma il momento più significativo riguarda James Baskett.
Walt Disney crede profondamente nella sua interpretazione e il 30 gennaio 1948 scrive a Jean Hersholt, presidente dell’Academy, suggerendo un premio speciale. Nella lettera descrive Baskett come l’attore che ha dato vita all’“immortale personaggio folklorico” di Uncle Remus, ma anche come una persona comprensiva, gentile, un vero signore. Anche Hedda Hopper e Bette Davis sostengono l’idea.
Il 20 marzo 1948, Ingrid Bergman consegna a Baskett un Oscar onorario “per la sua abile e commovente caratterizzazione di Uncle Remus, amico e narratore dei bambini del mondo”. Lui sale sul palco sorridente, i capelli ormai bianchi e un aspetto fragile, molto diverso dall’immagine calda e vitale lasciata sullo schermo. È il primo uomo afroamericano a ricevere un Academy Award.
La gioia dura pochissimo. Il 9 settembre 1948, pochi mesi dopo, Baskett muore a quarantaquattro anni, per problemi cardiaci e complicazioni legate al diabete. Di lui resta soprattutto quella voce calma e avvolgente, capace di far sembrare ogni storia viva.
Anche il destino di Bobby Driscoll avrà un’ombra dolorosa. Dopo essere stato uno dei volti più amati della Disney del dopoguerra, dopo L’isola del tesoro e la voce di Peter Pan, la sua carriera comincia a sgretolarsi con l’adolescenza. Arrivano la dipendenza, i guai con la legge, il tentativo di ricominciare a New York. Muore nel 1968, a trentun anni, in un edificio abbandonato dell’East Village; per un periodo il suo corpo resta senza nome, sepolto in una tomba anonima, fino all’identificazione tramite impronte digitali.
È una fine terribile, e forse proprio per questo Johnny fa ancora più tenerezza. Sullo schermo resta bambino per sempre: fragile, curioso, bisognoso di una storia a cui aggrapparsi.
Un'eredità importante
La vita successiva di I racconti dello zio Tom è una delle più particolari nella storia Disney.
Il film viene riproposto più volte nelle sale, dal 1956 al 1986, anche in vista dell’arrivo di Splash Mountain nei parchi. Per decenni, quindi, non è un titolo nascosto: le canzoni circolano, i personaggi animati compaiono nel merchandising, Zip-A-Dee-Doo-Dah diventa una delle melodie più riconoscibili dell’universo Disney.
Col tempo, però, la distribuzione si fa difficile. Le motivazioni ufficiali riguardano la rappresentazione del Sud postbellico e dei personaggi afroamericani, giudicata problematica, idealizzata e distante dalla realtà storica della Ricostruzione. Negli Stati Uniti la Disney sceglie di non pubblicarlo mai ufficialmente in home video, mentre in altri paesi, compresa l’Europa, il film circola anche in VHS. Con l’arrivo di Disney+, Bob Iger confermerà che il titolo non sarebbe stato adatto alla piattaforma, nemmeno con un disclaimer introduttivo.
Ed è qui che, secondo me, la questione diventa delicata.
Capisco che I racconti dello zio Tom richieda contesto. È un film nato in un’America diversa, dentro un immaginario che oggi va guardato con strumenti e spiegazioni.
Ma faccio fatica a pensare che la soluzione migliore sia farlo sparire del tutto.
Cancellare un film significa cancellare anche il lavoro di chi lo ha costruito: James Baskett, Hattie McDaniel, Bobby Driscoll, Luana Patten, Mary Blair, gli animatori, i musicisti, l’Hall Johnson Choir. Significa rendere invisibile un pezzo di storia del cinema, invece di accompagnarlo con le parole giuste.
Da bambina io vedevo una storia, un uomo gentile che raccontava a un bambino come cavarsela quando il mondo sembrava troppo grande. Vedevo Fratel Coniglietto usare l’astuzia invece della forza, trovare una via d’uscita, non lasciarsi schiacciare da chi era più grosso e prepotente di lui. Per me quel messaggio era chiarissimo: esistono alternative al subire. Si può pensare, si può resistere, trovare un modo diverso per non farsi spezzare.
Oggi so che il film è più complesso di così. Proprio per questo credo che meriti di essere visto.
A volte il rispetto per un’opera non sta nel metterla al sicuro dentro una teca chiusa. Sta nel darle una cornice, restituirle il suo tempo, e permettere a chi guarda di capire.
Il film è attualmente disponibile pubblicamente qui.
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- lunedì, maggio 11, 2026
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